Napster al contrattacco

Affidandosi alla mano esperta e alla abilità dialettica di David Boies (il legale che ha orchestrato per conto del dipartimento di giustizia americano l’indagine antitrust contro la Microsoft), Napster passa al contrattacco e ribatte alle accuse dell’industria discografica. Lunedì scorso, 3 luglio, gli avvocati della società californiana hanno presentato le loro controdeduzioni alla mozione di ingiunzione preliminare avanzata dalla RIAA e dalla NMPA, le associazioni che rappresentano rispettivamente i discografici e gli editori musicali americani. Se questa venisse accolta, tutti i brani musicali controllati dalle aziende aderenti alle due organizzazioni dovrebbero essere eliminati immediatamente dalle “directory” online di Napster, dove le canzoni stesse compaiono sotto forma di files audio in formato MP3 condivisibili dagli utenti, fino a quando i tribunali non si esprimeranno sulla causa intentata al sito per violazione dei diritti di proprietà intellettuale. L’architrave della tesi difensiva di Boies, contenuta nella memoria depositata lunedì, è una legge del 1986 nota come Audio Home Recording Act, secondo cui lo scambio privato e non a fini di lucro di registrazioni musicali tra i consumatori è una pratica legale. Secondo gli avvocati che rappresentano Napster, a quest’ultima dovrebbe anche essere riconosciuta l’esenzione di responsabilità prevista dal Digital Millennium Act a tutela dei service provider, quando gli utenti del servizio da essi fornito lo utilizzano per scopi non consentiti dalla legge: ma su questo punto le perplessità restano parecchie, tenuto conto che l’esonero è valido solo fino a quando il gestore del servizio è inconsapevole della violazione (e non è questo, evidentemente, il caso di Napster). In una conferenza stampa tenuta martedì 4 luglio, Boies di è dichiarato ottimista circa l’esito della vertenza, sostenendo che i giudici non potranno bloccare un servizio che i suoi utenti (oltre 15 milioni) utilizzano quotidianamente per una serie di funzioni legalmente riconosciute come lo “space shifting” (il trasferimento di contenuti audio da un mezzo all’altro) e il sampling (il prelevamento di piccole porzioni di files sonori). Ricerche statistiche alla mano, lo stesso Boies ha cercato di convincere i giudici che il 70 % degli utenti di Napster acquista regolarmente dischi dopo averli preventivamente “testati” in rete proprio grazie al servizio. Secondo Boies, “la RIAA vede Napster come una minaccia non alle vendite di dischi quanto al controllo che essa esercita sul mercato discografico. Napster è un tipo di tecnologia che minaccia la supremazia economica di un’associazione di categoria”. “Sono accuse ridicole”, ha replicato il vice presidente esecutivo della RIAA Cary Sherman, “perché non è la RIAA, ma sono i singoli editori e le singole etichette ad essere parte in causa. E quasi tutte – ha aggiunto Sherman – collaborano proficuamente, oggi, con le società tecnologiche che operano legalmente. Napster, invece, non ha mai richiesto alcuna licenza e svolge una vera e propria attività di pirateria su larga scala”. La parola, in attesa di nuove controdeduzioni presentate dai ricorrenti, passa ora ai giudici federali: la prima udienza di discussione della mozione è fissata per il 26 luglio prossimo.
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