Augusto Enriquez sulle orme di Beny Moré alla riscoperta del mambo

Augusto Enriquez sulle orme di Beny Moré alla riscoperta del mambo
C’era una volta la Cuba degli anni Quaranta, un’isola dove, sul modello delle jazz band americane – quelle di Duke Ellington e Glenn Miller – si affermò la moda delle “orchestre”, che fecero conoscere in tutto il mondo il mambo. L’Orchestra di Perez Prado, Machito y su Orquesta, la Banda de Beny Moré: sono solo alcuni dei protagonisti di una moda musicale che avrebbe rivoluzionato i suoni cubani e i suoi ritmi. Fu un periodo ricco, per la musica di Cuba, ricco di contaminazioni (quelle con lo swing e con i ritmi del jazz) e di nuove sonorità: una stagione che, verso la fine degli anni Sessanta si era oramai conclusa. Oggi, Augusto Enriquez, voce dei cubani Moncada e a suo tempo innovatore del sound di questa formazione legata alle radici del folklore di Cuba, ha deciso di andare alla riscoperta di una tradizione guardata nell’Isola con rispetto, considerata dai puristi intoccabile, con coraggio confrontandosi con il repertorio del “Sonero Major” Benny Moré, vero e proprio mostro sacro. “Carambola”, il suo terzo disco solista, ripropone i brani di una stagione irripetibile della musica popolare cubana, la prima che vide i ritmi di questo paese imporsi in tutto il mondo. E li ripropone come frutto di una ricerca minuziosa su quella tradizione, per arrivare a ottenere la stessa particolarità di suono di quelle produzioni originali, mescolata a una voce, quella di Enriquez, dal gusto piacevolmente moderno. “Per me è stato come calarmi nel personaggio di un film”, spiega Enriquez. “E’ come se avessi dovuto imparare un copione. Ma non solo: ho dovuto calarmi in una dimensione temporale e spaziale passata, per recuperare nella loro totalità le caratteristiche di quel modo di fare musica”. Per riuscirci, Enriquez ha dovuto non solo imparare a cantare con un’orchestra (“Ho dovuto abituarmi al fatto che la mia voce non è protagonista: è uno dei tanti strumenti, che con umiltà deve comporsi con le esigenze degli altri. Questa è la lezione da cui sono partito”) ma ha scelto di affidare la direzione dell’orchestra a Demetrio Muniz, già direttore dell’orchestra di Ibrahim Ferrer, e ha chiamato a far parte della Mambo Band alcuni protagonisti di quella stagione (come il vecchio sassofonista Rolando Sanchez), assieme a musicisti più giovani. Le registrazioni sono state effettuate nello studio di Centro Habana, dove hanno inciso i grandi del mambo, seguendo il “vecchio” modello di registrare con tutti gli strumenti insieme. “Se si sbagliava si doveva ricominciare tutto da capo ma alla fine, complice anche l’utilizzo dei microfoni dell’epoca, siamo riusciti a recuperare quel suono che cercavamo”. Un suono di cui Enriquez ha dato un assaggio in uno showcase - ospitato non a caso da un club milanese consacrato al sigaro cubano - con la sua formazione, originariamente di 24 elementi, presente in versione ridotta. A fare gli onori di casa Gianni Minà, che del disco è produttore (come lo era stato di “Solo para mi”, primo album di Enriquez). “Ho accettato quest’avventura per l’amicizia che mi lega ad Augusto e, con il procedere del lavoro, questo progetto mi ha conquistato. A un certo punto siamo rimasti senza una lira e allora ho coinvolto un mio caro amico, Emilio D’Alessandro, e un mito della musica catalana, Joan Manuel Serrat, che hanno reso possibile portare a termine il progetto. Adesso siamo pronti a proseguire in questa ricerca musicale e abbiamo materiale per almeno altri due Cd”. Perché di ricerca musicale in effetti si tratta, di un lavoro di recupero di una tradizione musicale, che ha portato alla luce brani dimenticati, come “Carambola”, di cui Minà racconta: “Si tratta di un brano arrangiato da Mario Bauzà e da Dizzie Gillespie, un gioiellino di virtuosismo che non era mai stato registrato in un disco ma esisteva solo in una registrazione del ’48, custodita da una radio di New York. Ora è a disposizione di tutti”.
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