‘Il videoclip commerciale italiano è morto’: il manifesto di Domenico Liggeri

‘Il videoclip commerciale italiano è morto’: il manifesto di Domenico Liggeri
Domenico Liggeri, curatore della sezione Cinema del Brescia Music Art 2000, ci invia un manifesto programmatico che pubblichiamo senza necessariamente condividerne il contenuto, ma come contributo all’apertura di una discussione. Rockol, naturalmente, ha un proprio punto di vista, che in questo momento preferisce non esplicitare; non mancheremo di esporlo nell’ambito di un (auspicabile) dibattito che volentieri ospiteremo nelle nostre pagine.

Il videoclip commerciale italiano è morto. Ne hanno dato il triste annuncio i registi che hanno puntato il dito contro l’idiozia e l’incompetenza imperanti nell’ambiente, alcuni dei quali hanno partecipato ai “funerali” allestiti al festival di BresciaMusicArt, dove gli artisti del video musicale hanno accompagnato alla cremazione la putrefatta carcassa dei market-clip. Niente lacrime, ma rivoltosi intenti artistici, perché non è più un’utopia pensare a una “nuova onda” del clip italiano, magari collegata a quella mondiale che già vanta nomi come Sigismondi, Cunningham, Dupieux, Jonze. I nomi italiani sono già noti ai piu’ attenti: Alessandra Pescetta, Luca Pastore (clip per Subsonica, Madaski), Claudio Sinatti (Articolo 31, Montefiori Cocktail), Sabino Esposito (Timoria, 24 Grana), Davide Toffolo (clip d’animazione per Tre Allegri Ragazzi Morti, 24 Grana). Tutti concordi con l’affermare che il clip moderno deve lasciarsi alle spalle playback, carinerie e pellicola iper-cromatica, per andare verso i linguaggi del cinema, del rockumentary, della videoarte.
Perché i televisori accesi sulle emittenti musicali ormai non vengono più guardati, ma soltanto ascoltati: sanno tutti di avere fallito, i registi commerciali come i programmatori tv come i discografici, ma si va avanti lo stesso, con ipocrisia suicida tesa solo a salvare lauti e immeritati stipendi.
Accanto al cadavere del clip istituzionale, già sono in cancrena le escrescenze italiche di major discografiche e tv musicali, mentre i poveretti produttori di clip sono malati allo stato terminale. Che triste lebbrosario. Soprattutto adesso che su questo mondo in rovina ha (giustamente) sputato sopra una delle più grandi, Alessandra Pescetta, regista di clip per Elio e le Storie Tese, 99 Posse, Elisa, La Crus, Timoria, Articolo 31, Negrita, Estra, Subsonica, Gerardina Trovato, Marina Rei, ma soprattutto l’unica che sia riuscita a fare realizzare qualcosa di artistico al signor Ligabue, ovvero l’eccezionale clip di Leggero dove il narcisista cantante tuttofare ha accettato di…non apparire!
Pescetta ha sbattuto la porta in faccia ai cumenda del clip e questo è un evento: perché dimostra che il cancro diagnosticato per anni dalle pagine della mia rubrica sulla rivista mensile “Duel” a carico del video italiano era malattia reale e diffusa e non onanistica farneticazione solipsistica.
Se ciò non bastasse, da Brescia è partita la denuncia di una delle più importanti registe internazionali di clip, quella Floria Sigismondi autrice di video per Marilyn Manson, David Bowie, Sheryl Crow e altri. Sigismondi ha toccato il clou dell’accusa: la più nota delle emittenti musicali del mondo adesso arriva a ingerire perfino sull’idea iniziale del videoclip, esercitando il controllo ancora prima che un clip venga girato. Qualcosa di simile è accaduto soltanto con la censura preventiva del Minculpop in tempo di fascismo.
Eppure tutto questo non fa male soltanto alla creatività dei registi-artisti (da non confondersi con i marchettari seriali che fanno un video al giorno), bensì nuoce soprattutto alle stesse emittenti musicali, tutte in grave crisi malgrado nessuno lo dica: il loro è un autentico suicidio, una cieca corsa verso il baratro dell’indifferenza, perché continuando così non avranno più nessuna credibilità per gli spettatori.
Per dirla con Brian Eno, le televisioni canterine sono diventate tv tappezzeria, che i ragazzi ormai usano soltanto come surrogato delle radio, tenendole accese magari mentre studiano o lavano i piatti, ma senza avere più alcun interesse nel guardarle. Ditemi perché invero dovrebbero guardare una tv che trasmette sempre e soltanto gli stessi pochi videoclip, sempre dei soliti noti imposti dall’industria e per giunta messi in onda a rotazione decine di volte a giorno. Perché una persona dotata almeno di media facoltà intellettiva dovrebbe guardare un idiota sorridente che fa finta di cantare in playback tra lucine colorate e sorrisi ebeti?
Le tv musicali italiane hanno la fortuna di non essere ufficialmente rilevate dall’Auditel, altrimenti sarebbe palese quanto vengano punite dal grande pubblico e quanto poco incidano nella realtà economica del Paese. Il feudalesimo imposto dalle tv musicali si fonda sul puro caso di essere le uniche specializzate in materia, nonché sul colpevole disinteresse editoriale per la musica da parte delle grosse emittenti (lavorando come regista a RaiUno ne so qualcosa…).
Dai registi rivoltosi più che accuse in realtà partono proposte, in generale riconducibili all’idea di promuovere una maggiore fusione del linguaggio del clip con quello del cinema e della videoarte, chiedendo una sensibile apertura ai video poveri di budget ma ricchi di idee. Le idee non mancano e sono pronte per essere attuate, a partire dal “film-clip”, ovvero l’incontro di cinema e videoclip, per promuovere la diffusione dei clip nelle sale cinematografiche sotto forma di cortometraggi musicali, format che la stessa Sigismondi si è detta interessata a proporre negli Stati Uniti.
Il pubblico che ha affollato il cinema Astra al BresciaMusicArt, proveniente appositamente da ogni parte d’Italia, ha dimostrato di essere stanco dei video commerciali e di avere grande sete di clip artistici.
Sarebbe davvero idiota anche dal punto di vista commerciale non considerare i desideri di questa fetta di pubblico: la gente è decisamente meno stupida e “rincoglionibile” di quel che si pensi. Se poi considerate che con i registi illuminati si sta schierando anche il meglio del rock italiano, tutto ciò non potrà più essere ignorato.

Domenico Liggeri
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