Infection Code: 'Facciamo musica di confine e confinata'

 

Undici anni di concerti, prove, demo, dischi, casini, ma anche soddisfazioni. Questo è il curriculum dei piemontesi Infection Code, gruppo etichettato come appartenente al variegato mondo del metal, ma in realtà decisamente più personale, sperimentale e peculiare di quanto una simile definizione possa implicare. Anzi, loro stessi - per bocca del cantante Gabriele - si definiscono "una band rock italiana, che fa musica di confine e confinata a pochi fruitori. Pochi per mancanza di cultura musicale. Mancanza dovuta a pressapochismo e pigrizia mentale". Li abbiamo incontrati all'indomani dell'uscita del loro quinto lavoro in studio, "Fine", ed ecco ciò che ci hanno raccontato.

Qual è il concept dietro agli Infection Code? Insomma, quali sono il mondo e l'attitudine che animano la vostra musica, i vostri testi e il vostro look?

Potremmo anche affermare che non esiste nulla di tutto ciò dietro o all’interno della band. Siamo quattro anime, quattro cuori pulsanti e otto braccia che lavorano per uno scopo comune. Comunicare tramite la musica le nostre emozioni. Emozioni che cambiano. Si trasformano. Con il passare del tempo. Non esiste un modello da seguire a cui sottostare. Quello che senti sui nostri dischi o che vedi su di un palco sono quattro persone, le stesse che puoi incontrare al supermercato, al lavoro. L’unico concept che si cela dietro gli Infection Code sono gli Infection Code stessi.

Cinque album sono un risultato invidiabile, praticamente una carriera vera e propria. Raccontaceli uno per uno in poche parole...

Il mini cd di debutto del 2000 apre le porte a sperimentazione ed entusiasmo, tra le pieghe di un industrial metal che strizzava un po’ l’occhio ai Fear Factory e al nu metal di Korn e Deftones. Le linee guida stilistiche sono presenti anche se solo accennate. Linee che escono fuori prepotentemente nel nostro primo album, due anni dopo. Un album segnato anche da nervosismo interno e nostre nevrosi: un'atmosfera poco rilassata che porta a un rivoluzionamento della line-up. "Sterile" del 2004 segna la svolta. Nuova formazione, coesione di intenti umani e artistici. L’album forse più estremo non solo dal punto di vista musicale. Estremo nelle soluzioni, nella durata, nell’atmosfera. Death metal, grind, elettronica malata, industrial e noise rock concentrati in più di 60 minuti di musica. Nel 2007 esce "Intimacy", dove abbiamo dilatato i tempi, a volte tolto e non aggiunto. La collaborazione e il lavoro di Billy Anderson (Neurosis, Swans, Brutal Truth, Melvins) hanno reso le otto canzoni dell’album molto pastose e grumose, con un suono sludge e questo ha evidenziato molto l’uso dell'elettronica e del noise. Arriviamo ai giorni nostri con "Fine", da molti definito "l’album della svolta". Non sono d’accordo perché prosegue il nostro io artistico creato oltre undici anni fa. Abbiamo scoperto solo un altro modo di scrivere. Siamo attratti da suoni diversi. Non solo più metal nelle sue molteplici e tentacolari forme, ma tanta elettronica, ambient, noise. È un album rock noise con un taglio, soprattutto nei suoni, elettronico. Dinamico, tagliente, pulito ma anche come nostra identità sempre cupo ed oscuro.

A proposito del vostro nuovissimo disco: il titolo, "Fine", è da intendere in italiano o in inglese? O tutti e due?

È semplicemente un gioco di parole. L’ambivalenza che ha il vocabolo che può essere letto sia in inglese che in italiano rispecchia un po’ il senso ciclico che c’è nella musica contenuta in "Fine". Un ambivalenza tra il chiaro e l’(o)scuro. "Fine" puoi vederlo in italiano come la conclusione di qualcosa, oppure il raggiungimento di un obiettivo. "Fine" è qualcosa di bello, grazioso, delicato. La nostra musica  è anche questo. Graziosa, bella nel senso più profondo del termine. 

L'irruenza brutale del metallo è molto contenuta, nei nuovi brani. Come credete che sarà visto, da chi vi ha sempre seguito, questo mutamento di rotta?

Non ci è mai importato nulla di ciò che può pensare la gente della nostra visione artistica, del rapporto che abbiamo con la nostra musica. E’ una relazione molto intimista, intima, riservata e ciò che succede in questa relazione complicata, gioiosa, felice, a tratti scazzata, sono semplicemente fatti nostri. Se facciamo grind core o noise sperimentale a chi ci ascolta non deve importare. Chi si approccia a un nostro disco deve essere libero. Mentalmente, culturalmente e spiritualmente.

Myspace, Facebook, Youtube... in poche parole Internet. Come è cambiata la "gestione" di una band (o meglio: degli Infection Code) nell'era del Web 2.0 e dei social network?

Tutto ciò che aiuta alla promozione  è benvenuto e ben accetto nella divulgazione del messaggio artistico, che sia musicale o di altra natura. La cosa fondamentale e che molti ultimamente hanno travisato, e l’uso che si fa di Internet soprattutto per le band più giovani si trasformato in abuso. Noi quasi quarantenni arriviamo da un altra epoca. E non voglio essere un nostalgico. Non lo sono per natura. Ma una ventina di anni fa c’era il tocco. I sensi erano più vivi. Era più reale e difficoltoso. E quando si raggiungeva un risultato era più apprezzato per la fatica. Myspace, Facebook hanno velocizzato e reso più snello un lavoro prettamente tecnico, ma se voglio tastare la validità di una band mi sparo un loro concerto sotto il palco, oppure mi ascolto un loro disco.

Gli Infection Code sono una realtà ben consolidata ormai. Pensate che sarà mai possibile vivere della vostra musica? E, soprattutto, vi interesserebbe un passo del genere?

Siamo una realtà consolidata perché non abbiamo mai mollato di fronte alle difficoltà. Abbiamo sempre abbracciato la passione. E quando hai il cuore che batte, non conta molto farlo per lavoro o nei ritagli di tempo. Certo, in questa italietta che nulla ti dà a livello artistico-istituzionale non puoi certo sognare di vivere di musica. È un sogno che abbiamo ucciso quasi vent’anni fa. Con la pace nel cuore, ma lo spirito mai domo.

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