Le majors USA patteggiano con l’antitrust

Dopo avere colpito in Italia (tre anni fa) e nel resto d’Europa, le autorità antitrust bacchettano anche l’industria discografica statunitense. La Federal Trade Commission, l’organo governativo statunitense che vigila su eventuali pratiche anticoncorrenziali messe in atto dalle imprese americane, ha costretto nei giorni scorsi le major discografiche a rinunciare alle loro pratiche di controllo dei prezzi note con il termine tecnico di Minimum Advertised Pricing (MAP), ritenendole illegali e lesive degli interessi dei consumatori. A finire nel mirino dell’organo antitrust americano è una clausola contrattuale che imponeva ai clienti delle major (e cioè ai rivenditori di dischi) di applicare prezzi al pubblico non inferiori a un tetto minimo fissato dalle stesse case discografiche, se volevano ottenere in cambio contributi in denaro destinati a finanziare operazioni di co-advertising e di promozione organizzate negli stessi punti vendita. Secondo il presidente della Commissione Federale Robert Pitofsky, il patto tra industria e commercio ha prodotto una ingiustificata spinta verso l’alto dei prezzi dei dischi, costringendo i consumatori americani a pagare un surplus stimato in 480 milioni di dollari soltanto negli ultimi tre anni. Vistesi senza via di uscita (nonostante il provvedimento sia ancora formalmente contestabile) le cinque major hanno accettato di venire a patti con l’organo federale, firmando una risoluzione che le impegna per i prossimi sette anni a non condizionare in alcun modo l’elargizione di contributi promozionali ai prezzi di vendita praticati dai rivenditori che ne beneficiano, impedendo loro inoltre (per un periodo di cinque anni) di interrompere i rapporti commerciali con i loro clienti per motivi legati alle politiche di prezzo praticate da questi ultimi.
Intenzionate in un primo momento a resistere al provvedimento, le major discografiche hanno visto sgretolarsi il loro fronte comune in seguito alla decisione del Warner Music Group di ottemperare alle richieste della commissione: mossa dettata, secondo molti osservatori, dalla necessità di non provocare un ulteriore irrigidimento delle autorità antitrust e del dipartimento di Giustizia americano sulla questione ben più delicata dei merger Time Warner-AOL e Warner-Emi.
Per effetto del raggiunto compromesso, ci si attende ora che il prezzo al pubblico dei dischi negli Stati Uniti, già soggetto a forti ribassi per opera dei rivenditori online, subisca ulteriori riduzioni rispetto al suo attuale livello medio, attestato intorno ai 16 dollari per le novità discografiche.
Music Biz Cafe, parla Davide D'Atri (presidente e ad di Soundreef)
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