Lou Reed all'Alcatraz di Milano: il concerto

Lou Reed all'Alcatraz di Milano: il concerto
Non è il tutto esaurito, per Lou Reed all’Alcatraz di Milano, e i bagarini si affrettano a liberarsi – a prezzo di costo – dei biglietti di troppo. Atmosfera dimessa, fuori dalla sala da concerti, anche perché, quando mancano pochi minuti alle 21, il pubblico è già tutto dentro: chi conosce Lou Reed, ed è il caso dei quasi 2000 accorsi ieri sera per la sua unica data italiana – il Concerto del Primo Maggio è stato qualcosa di più di uno splendido soundcheck e qualcosa di meno di un miniset -, sa che ultimamente l’ex-re del vizio ama cominciare i suoi concerti in orario. E difatti, pochi minuti dopo, alle 21 in punto, si spengono le luci del locale e si accendono cinque faretti che illuminano una scenografia essenziale: giusto un enorme telone sullo sfondo, su cui vengono proiettati impasti di colore più o meno in tono con le canzoni, e poi l’attrezzatura da concerto. “You can’t beat two guitars, drum and bass”, aveva detto Lou Reed una volta, e la situazione è proprio questa: schierati, da sinistra guardando il palco dalla platea, ci sono Mike Rathke alla chitarra, Tony Smith alla batteria e Fernando Saunders al basso, tutti in forza alle canzoni che compongono il nuovo album di Lou Reed, “Ecstasy”. In mezzo, neanche a dirlo, c’è lui, pantaloni e maglietta nera, stivaletti, capello di media lunghezza riccioloso ma meno eccessivo di qualche tempo fa: non parla, Lou Reed – e non lo farà per tutto il set – e non concede nulla che non sia concerto. “Paranoia in the key of E”, attacco del nuovo album apre la scaletta, seguita da “Turn to me” e da uno dei migliori brani di “Ecstasy”, “Modern dance”. Atmosfera dimessa e romantica, come lascia fluire anche “Ecstasy”, mentre “Small town” offre il ponte perfetto per il vero attacco rock’n’roll di “Future farmers of America”: Reed sembra maggiormente a suo agio, rispetto all’esibizione della sera precedente sul palco del primo maggio, meno in ritardo e più fluido nelle sue parti di chitarra. Poco da dire invece sulle parti vocali, nel senso che lì la performance di Reed è decisamente brillante. “Turning time around”, ancora dal nuovo album, e poi una tiratissima “Romeo had Juliette”, dopodiché “Riptide” e “Rock minuet” proseguono la scaletta, in una serata decisamente priva di grossi salti nel passato così come dei classici che animavano il set acustico immortalato sul Cd “Perfect night in London” di quasi due anni fa. “Mystic child” e “Mad” mettono in mostra il meglio del nuovo album, e al loro interno Reed e la band si lasciano andare ad una serie di crescendo e calando di ritmo e dinamica che tirano applausi ripetuti. Reed sembra affidarsi molto agli estri ritmici del suo chitarrista, così come alla capacità di variare di continuo la tessitura - che di fatto nelle sue canzoni è quasi sempre molto simile - messa in atto dalla sezione ritmica: sono delle solide maestranze rock, i musicisti che suonano con Reed, con l'eccezione forse di Fernando Saunders che ha messo in mostra doti sicuramente più personali e talentose da musicista a tutto campo. Poi arrivano “Last shot”, “Tatters” – splendida ballad -, “Set the twilight reeling”, l’ottima “Dime store mistery”, interminabile, e poi “The blue mask”. Reed e i suoi guadagnano il centro del palco, si inchinano, salutano e ringraziano, poi vanno via. I bis segnalati dalla scaletta non eliminano un po’ di delusione – “Egg cream”, “Who am I”, “Sweet Jane” e “Sex with your parents” – ma quando Reed torna sul palco probabilmente ha fiutato l’aria, e quindi da quattro i bis diventano due, ma sono “Sweet Jane” e “Dirty Boulevard”, accolte dal tripudio generale. Lou Reed resta uguale a se stesso, ma il suono di questo album e di questo concerto sono tornati ad essere nervosi ed elettrici come sempre nei suoi momenti migliori: meno pulito di “New York”, più felicemente ispirato dal punto di vista compositivo di “Set the twilight reeling”, il set ha puntato su brani di spessore smussando gli highlights, ma se non altro evitando di cadere in trappole come “I love you Suzanne” e altri cali di tono del genere, presenti nell’ultimo concerto milanese di Reed – e credo si parli di 1996 -. Compatto, scarno, affidato soltanto a giochi di dinamica tra i musicisti e a quella voce inconfondibile, il concerto di Lou Reed non ha certo deluso il pubblico, di età mediamente alta e pronto a perdonare al proprio idolo anche il fatto di aver speso una sola parola in due ore di musica: "grazi!".
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