Musica digitale, il bilancio di Spotify è ancora in deficit

La soluzione freemium adottata da Spotify (streaming gratuito e illimitato finanziato da spot pubblicitari, streaming a pagamento con formule di abbonamento e senza pubblicità ) non è ancora un modello di business capace di generare profitto: lo rivelano i dati 2009 diffusi dalla società svedese, che registrano per lo scorso anno un defici netto di 26,5 milioni di dollari. I ricavi, pari a 18,1 milioni di dollari (7,2 provenienti dalle inserzioni pubblicitarie, 10,9 milioni dai canoni di abbonamento versati dagli utenti) non sono ancora sufficienti a coprire gli ingenti costi di esercizio legati principalmente alle licenze d'uso dei repertori rilasciate dalle case discografiche. E sono proprio queste ultime a bloccare tuttora i piani di espansione di Spotify sul maggiore mercato musicale del mondo, gli Stati Uniti. Le major Usa, in particolare, non sono convinte (e i dati 2009, per ora, danno loro ragione) della potenziale redditività del modello di business "misto", e vorrebbero convincere Spotify a convertirsi a una più tradizionale formula di "subscription" che eviti il più possibile l'accesso gratuito alla musica garantendo entrate più regolari e prevedibili. Daniel Ek, d'altra parte, non sembra disposto a rinunciare del tutto all'idea di un'offerta gratuita che ritiene indispensabile per attrarre nuovi consumatori. E così il braccio di ferro continua, anche se Spotify non sembra avere ancora rinunciato al progetto di debuttare negli Usa entro la fine di quest'anno.

    La soluzione freemium adottata da Spotify (streaming gratuito e illimitato finanziato da spot pubblicitari, streaming a pagamento con formule di abbonamento e senza pubblicità ) non è ancora un modello di business capace di generare profitto: lo rivelano i dati 2009 diffusi dalla società svedese, che registrano per lo scorso anno un defici netto di 26,5 milioni di dollari. I ricavi, pari a 18,1 milioni di dollari (7,2 provenienti dalle inserzioni pubblicitarie, 10,9 milioni dai canoni di abbonamento versati dagli utenti) non sono ancora sufficienti a coprire gli ingenti costi di esercizio legati principalmente alle licenze d'uso dei repertori rilasciate dalle case discografiche. E sono proprio queste ultime a bloccare tuttora i piani di espansione di Spotify sul maggiore mercato musicale del mondo, gli Stati Uniti. Le major Usa, in particolare, non sono convinte (e i dati 2009, per ora, danno loro ragione) della potenziale redditività del modello di business "misto", e vorrebbero convincere Spotify a convertirsi a una più tradizionale formula di "subscription" che eviti il più possibile l'accesso gratuito alla musica garantendo entrate più regolari e prevedibili. Daniel Ek, d'altra parte, non sembra disposto a rinunciare del tutto all'idea di un'offerta gratuita che ritiene indispensabile per attrarre nuovi consumatori. E così il braccio di ferro continua, anche se Spotify non sembra avere ancora rinunciato al progetto di debuttare negli Usa entro la fine di quest'anno.

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