Badly Drawn Boy: `Scrivere canzoni è come fotografare fiocchi di neve´

In inglese lo chiamano "Security blanket". È un oggetto comune, che una persona porta sempre con sé e che trasmette tranquillità  e sicurezza. Proprio come la coperta di Linus, il personaggio dei Peanuts. Anche Badly Drawn Boy ne ha uno, il suo cappello di lana.

Lo porta sempre calato sulla testa, anche quando si presenta per l'intervista nel giardino di un lussuoso hotel milanese. Dal tessuto spuntano i suoi capelli, che ormai a 41 anni iniziano a farsi brizzolati. Il cantautore inglese, originario di Dunstable ma adottato musicalmente da Manchester, si trova in Italia per promuovere il suo nuovo album "It's what I'm thinking Pt.1 - Photographing Snowflakes", un disco più maturo e riflessivo rispetto al passato, che giunge a quattro anni dal precedente "Born in the U.K." (se si esclude "Is there nothing we could do?", colonna sonora realizzata per la tv inglese). La prima cosa che viene in mente di chiedergli è il perché di un titolo così strano: "Quando scrivi una nuova canzone c'è un momento che non puoi mai ricordare, quello in cui quella piccola idea iniziale ti entra nella mente" confessa il cantautore inglese "Di solito è improvviso e devi cercare di coglierlo prima che se ne vada. Ecco, il mestiere del cantautore in un certo senso è lo stesso: catturare l'attimo e intrappolarlo in un brano. Proprio come fotografare i fiocchi di neve. È un'immagine che mi è venuta in mente mentre chiacchieravo con un amico in un pub di fronte a una birra e mi è sembrata subito perfetta per il titolo del disco".
"Photographing snowflakes" dovrebbe essere il primo album di una trilogia, almeno secondo le intenzioni dell'artista, il cui vero nome è in realtà  Damon Gough e che è stato voluto dallo scrittore Nick Hornby per la colonna sonora del film "About a boy", tutt'oggi il suo lavoro più conosciuto. "Avevo 25-30 canzoni quasi finite e per la prima volta ho fatto una cosa che non faccio mai: ho preso le prime 10 e le ho registrate. Di solito per ogni disco lavoro senza pause, magari anche contemporaneamente a 100 canzoni, e divento pazzo per finirle tutte. Sono pieno di idee quando si tratta di cominciare qualcosa di nuovo, ma anche molto pigro quando devo finirlo. E diciamo che stavolta mi sono un po' autodisciplinato. Ora ho così tanti pezzi che mi basterebbero per altri due album, per questo ho pensato alla trilogia. Ma in realtà non ho ancora dei piani molto precisi".
Ad anticipare il disco ci ha pensato il singolo "Too many miracles", una ballata orchestrale che ricorda Bob Dylan. Ad accompagnarla, come sempre accade con Badly Drawn Boy, c'è un videoclip molto originale, realizzato in motion graphics, nel quale il cantante inglese viene trasformato in un albero. "Cerco sempre di fare dei video interessanti e anche divertenti. So di sembrare un po' uno sfigato, ma cerco di sfruttare questa cosa in positivo. Stavolta per `Too many miracles´ siamo partiti da un'idea di Sam Mason, il regista. Lui non aveva mai fatto un video musicale prima, ma è il fratello del cantautore Willy Mason e quindi è molto vicino al mio mondo. Ci siamo incontrati a Londra per una birra e mi ha parlato di questa storia dell'albero: il concetto mi è piaciuto subito. Il mio personaggio sta fermo, bloccato e non si sente in grado di controllare quello che gli succede attorno. È un po' il simbolo di tutto quello che mi è capitato dopo il successo: spesso mi trovo in mezzo a molte cose che non posso controllare. Anche se il video è buffo e semplice, credo che esprima un po' tutte queste cose. Alla fine del video vengo tagliato in due da un boscaiolo, anche se il mio spirito sopravvive più forte di prima: quella scena è una citazione di Star Wars, quando Obi-Wan Kenobi viene colpito da suo padre".
Badly Drawn Boy non viene da un posto qualsiasi, ma da Manchester. Un luogo che ha dato i natali a band come Smiths, Joy Division e Stone Roses. Una città  alla quale è molto legato: non è un caso che l'ultimo album contenga un bonus disc dove le canzoni dell'album sono reinterpretate da una serie di giovani band mancuniane. Ma che influenza ha avuto su di lui nel corso degli anni? "Non lo so, da un lato non credo che determini il modo in cui scrivo: potrei provenire da qualsiasi altra parte e comporre le stesse canzoni. Non me ne sono mai andato dall'Inghilterra, tranne quando ho registrato a Los Angeles `About a boy´ e `Have you fed the Fish´. Puoi crescere a Bristol, a Cardiff o a Londra, non fa troppa differenza. Ma dall'altro lato però penso che Manchester trasmetta un'eredità speciale, la stessa che mi ha portato ad ascoltare gli Smiths sin da bambino. La mia musica in realtà non ha un'estetica tipicamente mancuniana, come quella degli Oasis ad esempio".
Sin dagli esordi, Damon in effetti è stato sempre molto distante dal tipico musicista rock inglese, un po' spocchioso e molto sicuro di sé. "Quando io sono venuto fuori a fine anni '90 tutti cercavano di assomigliare ai fratelli Gallagher. All'improvviso invece sono arrivato io con il mio registratore, il mio cappello e i miei testi scherzosi. Questo mi ha dato visibilità  in un certo senso, perché non ho cercato di essere come loro, ma di fare qualcosa di diverso" conclude l'artista inglese "Per me la musica era l'unica opzione nella vita. Riesco a scrivere buone canzoni, mi ritengo fortunato di poterlo fare come lavoro, invece che accontentarmi di sognarlo".

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