Giancarlo Onorato, un 'non cantautore' al Premio Tenco

Giancarlo Onorato, un 'non cantautore' al Premio Tenco

Giancarlo Onorato sale stasera sul palco del Premio Tenco: meglio tardi che mai, non era mai successo prima e suona anche un po’ strano, se si ha presente la densità e l’originale qualità della sua rada produzione discografica.  “Non ci speravo più neanche io”, confessa al telefono con Rockol, “ovviamente ne sono felicissimo. E’ un palco per cui nutro grande rispetto. E so che quando mi avvicinerò al microfono penserò subito a Luigi Tenco, che a Sanremo tenne la sua ultima esibizione. Lo amo da quand’ero bambino, rimasi colpito da ‘Un giorno dopo l’altro’ che faceva da sigla a quei vecchi sceneggiati tv del commissario Maigret”.  Ci arriva, nella città dei fiori, sull’onda di un altro album affascinante e controcorrente, “Sangue bianco”, come sempre prodotto indipendentemente e in totale autonomia. Una mosca bianca del panorama musicale, Onorato, che ora si fa chiamare solo così, per cognome  (“mi piace molto”, spiega: “basta e avanza a identificare le mie origini, quello che sono e il mio progetto artistico, in futuro potrebbe anche diventare il nome di un gruppo). Anche nei ritmi produttivi: il suo album precedente, “Falene”, è uscito sei anni fa, ma si sa che il cinquantenne monzese è uno che non sta con le mani in mano, dividendo il suo tempo tra musica, pittura e scrittura (il suo ultimo romanzo, “Il più dolce delitto”, è stato pubblicato nel 2007; una nuova opera è annunciata per l’anno prossimo). “In realtà, appena terminato un disco comincio subito a lavorare al successivo. Ma ci vuole tempo, per i dischi come per i romanzi: io li faccio uscire solo nel momento in cui li ritengo completi. E fino all’ultimo i miei album rimangono lavori aperti, suscettibili di modifiche e di correzioni. Salvo poi essere ridiscussi da capo nel momento in cui li ripropongo dal vivo. Il fatto è che  non ho a cuore le perversioni del mercato, né mi interessa fare il presenzialista, sbrigarmi a sfornare un disco all’anno solo per giustificare un tour (quello di ‘Sangue bianco’ si snoda tra il 13 e il 22 novembre in circoli, club e mediastore Fnac, ndr). Sono un perfezionista, ma forse non sono io che sono lento: sono gli altri a essere troppo sbrigativi”. Ha anche imparato, racconta, a far convivere le sue diverse anime artistiche: “Quando scrivo romanzi mi sento uno scrittore, quando scrivo canzoni mi sento un compositore. In Italia chi si occupa di letteratura solitamente sa pochissimo di musica e viceversa, c’è ancora una chiusura a compartimenti stagni. Mi è capitato di recente, in occasione di un festival della letteratura che sono stato chiamato a presiedere, di essere guardato con sospetto dagli esperti, nel momento in cui confessavo di essere anche un musicista. Ci sono delle differenze sostanziali, comunque. La letteratura impone un confronto serrato con se stessi; mentre la musica è un’arte condivisa,  una mediazione tra le tue idee e le modalità con cui vengono elaborate dagli altri musicisti. Come ‘Falene’ anche ‘Sangue bianco’ è un’opera corale, un film di cui io ho scritto il soggetto e ho curato la regìa. Il tratto comune è la disciplina rigorosa che mi impongo, sia quando mi metto a scrivere sia quando mi siedo al pianoforte. Non è detto che ci riesca, ma ogni volta che faccio un disco cerco di andare un passo più in là. Devo essere il primo a stupirmi di quello che ho fatto”.

‘Sangue bianco’ è nato come un disco nomade, oltre che corale:  più di venticinque musicisti coinvolti, cinque diversi studi di registrazione… “Non molti si sono accorti del fatto che Onorato è un autore politico. Faccio delle scelte e le porto avanti fino in fondo.  Il messaggio che ho voluto lanciare alla comunità musicale, in questo caso, è che fare dischi è una cosa seria. Ho girato cinque studi non perché volessi dilapidare le mie sostanze, ma perché ognuno mi dava qualcosa di diverso. E’ il mio modo di replicare ai dischi usa e getta”. Nel cd non trovano posto i testi delle canzoni: un’altra scelta precisa? “Sì, perché la canzone vive in una dimensione a sé, puramente sonora. Il suo testo non appartiene alla letteratura, è incarnato nella musica. A chi vuole immedesimarsi nella mia proposta chiedo lo sforzo ulteriore di non appoggiarsi alla lettura delle parole che canto. Io stesso non faccio un lavoro di applicazione, le due cose per me nascono contemporaneamente”. A dispetto di questo, in ‘Sangue bianco’ Onorato canta anche adattamenti di versi altrui: “Il motivo sta nella natura stessa del disco, che io ritengo essere il mio  lavoro più cinematografico fino ad oggi. Una colonna sonora per diversi soggetti, non tutti scritti da me.  Il testo di Anna Lamberti-Bocconi , ‘Il carnevale dei morti’, l’avevo nel cassetto da anni e mi è sempre piaciuto moltissimo. Mi sembra una metafora efficace di come vanno da sempre le cose nel mondo, il ritratto di un’umanità danzante ed esposta ridicolmente verso il baratro.   ‘Io ti battezzo’ è un testo che ho scoperto per caso: l’ha scritto una pittrice/poetessa italiana praticamente sconosciuta, Paola De Benedictis, cui ho chiesto il permesso di riadattarlo. Else Lasker-Schuler, invece, è un mio vecchio amore. Nonostante la distanza geografica e generazionale, ho scoperto con lei dei punti di contatto: le sue liriche, molto brevi, mi hanno sempre commosso, nella loro semplicità e ingenuità a volte disarmante  toccano alte vette di lirismo. Quel poco di tedesco che ho imparato nel periodo in cui ho vissuto in Svizzera mi è servito per affrontare una traduzione ex novo, in cui ho cercato di catturare l’emozione del testo.  Non ne ho fatto un lied romantico, ho cercato di evocare le circostanze drammatiche della sua morte (a Gerusalemme, dopo l’esilio dalla Germania nazista per motivi razziali, ndr). Ai musicisti ho chiesto di suonare come se  si trovassero nella baracca di un campo di concentramento durante gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale. Volevo trasmettere un senso di struggimento, ma anche la voglia di aggrapparsi alla luce della vita in un’epoca triste per l’umanità”. E’ anche un disco di chitarre, “Sangue bianco”: chitarre sognanti, liquide, quasi pinkfloydiane. “Ogni riferimento ai Pink Floyd è puramente casuale, io sono fermo a Syd Barrett. Ma quelle chitarre mi servivano, sì, a disegnare scenari liquidi: soprattutto in pezzi come ‘Sasha’, che ho cercato di rendere al tempo stesso materico ed etereo. In molta di questa musica io sento un elemento liquido, un flusso magmatico che rappresenta la perdita e la nascita di ogni cosa. Ed è questo il motivo per cui si parla spesso di sangue, e di sangue bianco. Credo che nessuna persona, neanche la più rozza, non abbia mai sentito il bisogno di indagare anche solo per un attimo sulla propria origine, di capire cosa c’è dentro di noi e qual è il nostro rapporto con l’aldilà, non necessariamente ultraterreno. Succede a tutti, in momenti di particolare sensibilità: per esempio durante l’orgasmo, quando si prova la massima perdita e al tempo stesso la massima esaltazione di sé”. Le musiche di “Sangue bianco” trasmettono anche una malinconia di fondo… “La malinconia è un sentimento che mi appartiene. E’ un sentimento naturale che tutti provano, credo, di fronte ai propri limiti, alle proprie sconfitte e al rammarico di non potere avere il controllo totale delle proprie azioni”. Al di là di questo, il più bel complimento che si possa fare all’album  è che si tratta di un’opera “diversa”, inclassificabile, inetichettabile. Come il suo autore. “Non mi ritengo un cantante. E non sono un cantautore, espressione che detesto e che identifica una realtà di trenta, trentacinque anni fa. Se ascolti le mie canzoni per sola voce e chitarra, noti subito un impoverimento. Ma non sono neanche un musicista da pentagramma. Mi sento un esploratore, piuttosto. Un vanesio, e un arrogante: ho l’arroganza di avere qualcosa da dire a prescindere dalla grammatica. Sono antigrammaticale e antiaccademico. Credo di essere diverse cose, ma mai quelle con cui tendono a identificarmi. Mi hanno dato del dark, mi hanno detto che ho un viso dannunziano. Mi hanno dipinto come un filosofo e un  poeta. Ma io non sono niente di tutto questo. Sono soltanto Onorato”. 

 

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