Un album autarchico per Niccolò Fabi, alla ricerca di sé

Un album autarchico per Niccolò Fabi, alla ricerca di sé
Ha trentadue anni, Niccolò Fabi, ma nelle sue canzoni non li dimostra. Specie in quelle di quest’ultimo lavoro, “Sereno a ovest”, in uscita il prossimo 21 aprile. Non li dimostra perché i suoi testi continuano a parlare di ricerca di sé, di amore e di amicizia, con immagini che hanno la leggerezza e la semplicità - e insieme il turbamento e la sofferenza - tipici dell’adolescenza. Fabi conferma in questo disco la sua passione nel giocare con le parole, con le rime, ma il succo rimane lo stesso: canzoni dolci, intime, piccole, per guardarsi dentro. Anche quando il titolo è “La politica”, che poi si scopre essere una canzone sul “governo” dei sentimenti. Fin dalla sua concezione questo, per Fabi, è un album pensato come un percorso che va a sviscerare la sua condizione esistenziale (si veda il brano che chiude l’album, “Il mio Stato”): forse per questo, dopo due dischi in collaborazione con Riccardo Sinigallia e altri musicisti della scena romana, Niccolò Fabi ha voluto fare tutto da solo. “Sereno a ovest” è scritto, prodotto e arrangiato da lui stesso, che suona gran parte degli strumenti, con l’intervento di pochi amici che hanno dato una mano (come Lorenzo Feliciani e Massimo Rosari). «Volevo recuperare il lato giocoso del fare musica», spiega lui a proposito di questa sua scelta autarchica. Il risultato è un album raccolto, di sole dieci tracce, che, a differenza dei suoi precedenti lavori, non cerca la varietà di ispirazioni, ma svolge il tema conduttore attraverso un’idea musicale che, a sua volta, è più che mai coerente e riconoscibile.
In questo album di ricerca esistenziale, quello che Fabi scopre di sé è il proprio essere in cammino verso la conquista della serenità, che passa dalla solitudine, dalla necessità di scegliere in maniera più selettiva le cose e le persone di cui ci si circonda, dalla necessità di dover magari rinunciare: «La serenità è all’orizzonte, all’orizzonte del tramonto, a Occidente, che è il luogo a cui sento di appartenere. Con questo mio album si chiude un’ideale trilogia, partita con la sperimentazione, passata per una fase di “correzione” e ora giunta a una sorta di sintesi». Ma dopo aver parlato tanto di sé, in che direzione potrà mai svilupparsi, nel futuro, l’ispirazione di Fabi? «Se devo essere sincero, mi sono ormai annoiato di descrizioni dall’interno, che guardano agli stati d’animo. E’ un ciclo che posso dire di aver chiuso con questo album. Ora mi sento pronto a immaginare anche cose al di fuori di me. Probabilmente finirò per parlare sempre degli stessi temi, ma con immagini prese dall’esterno». Le canzoni dell’album, specie per gli argomenti che trattano – l’amore finito di “Qualcosa di meglio”, il bisogno di essere accettato per quello che si è di “Se fossi Marco”, il primo singolo, la distanza che permette di comprendere meglio le persone come in “10 centimetri” e “Zerosei” – si adattano a climi raccolti più che a concerti da stadio, anche se Fabi, durante il mese di maggio, farà da special guest nei concerti italiani di Sting. Come vive lui, amante dei Police, l’opportunità di esibirsi con uno dei suoi miti? «La voce di Sting è qualcosa che porto dentro di me come i ricordi più cari della mia infanzia. Un po’ mi appartiene ed esibirmi nei suoi concerti non può che emozionarmi». Se confida che il suo sogno “da grande” è aprire una sorta di cyber-lavanderia super-accessoriata («In questo paese di mammoni, le lavanderie sono dei luoghi di aggregazione piuttosto trascurati»), con la tecnologia il suo rapporto è buono ma senza grandi entusiasmi: «Nella musica la tecnologia offre molte opportunità di sperimentare ma poi finisce che si deve sperimentare per forza, che il gioco si esaurisce lì, e si perde il senso di quello che si sta facendo. La tecnologia non deve diventare un dovere: io sono, in qualsiasi esperienza della vita, dalla parte del piacere».
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