Peter Hook reinterpreta i Joy Division: 'Mi sono messo nei panni di Ian Curtis'

Peter Hook reinterpreta i Joy Division: 'Mi sono messo nei panni di Ian Curtis'

Peter Hook, Hookie per gli amici, si è messo in testa un’idea intrigante e pericolosa: resuscitare la musica dei Joy Division, e in particolare l’epocale primo album “Unknown pleasures”, trent’anni dopo il suicidio di Ian Curtis, lui che della leggendaria band di Manchester fu il bassista e un elemento chiave.

Il nuovo progetto, cui sono estranei gli altri membri originali del gruppo (“Con Bernard Sumner e Stephen Morris non ho più contatti”, conferma), prende il nome di The Light e ha esordito al Factory, il locale che Hook ha aperto a Manchester nella vecchia sede della celebre etichetta discografica. La buona accoglienza incassata con i primi tour e i festival estivi (un primo documento ufficiale è un doppio cd live registrato a Goodwood e in vendita sul sito http://peterhooksthelightlive.sandbag.uk.com/)  lo ha convinto a proseguire, e la band sarà presto in Italia (il 25 novembre ai Magazzini Generali di Milano, il 26 al New Age di Treviso, il 28 al Brancaleone di Roma) a proporre il suo repertorio storico: materiale pre-Joy Division ai tempi in cui il gruppo ancora si chiamava Warsaw,  selezioni dall’Ep “An ideal for living” e soprattutto “Unknown pleasures” eseguito per intero. “E’ una scelta cronologica” ci spiega Hookie dall’Inghilterra, tra un fischio e un ordine perentorio impartito al cane che sta cercando di addestrare. “Stavolta arriviamo fino al singolo ‘Transmission’. Nel prossimo tour, l’anno prossimo, faremo le canzoni di ‘Closer’ e quelle di ‘Still’. E poi quelle di ‘Movement’, il primo album dei .New Order”. Il nome della band, The Light, non si riferisce comunque alle  oscillazioni dei pulsar riprodotte sulla copertina di “Unknown pleasures”:  “No, la spiegazione è molto più semplice. Il fatto è che, dopo avere lavorato per tutta la vita con altra gente e avere incontrato parecchie difficoltà, finalmente suono con i miei amici. Improvvisamente, è come se avessi visto la luce.  Tutto è diventato molto più facile e mi sento molto più felice. Nel gruppo, oltre a mio figlio Jack che suona il basso, c’è gente che conosco da tanto tempo: il batterista e il tastierista suonavano nei Monaco, il chitarrista proviene dai Freebass. Suonano tutti molto bene, con grande passione e molta dedizione. Tra noi c’è un legame forte, sono orgoglioso di loro e li rispetto ancora più di prima. Jack ha la stessa età che avevo io quando formammo il gruppo negli anni Settanta. A essere onesti, i suoi gusti musicali sono diversi dai miei. Ha cominciato ad apprezzare la musica dei Joy Division solo nel momento in cui abbiamo cominciato a suonarla insieme. Ma ora è diventato un grande fan della band”. Perché s’è improvvisamente messo in testa di gestire un’eredità così importante ma anche impegnativa,  mr. Hook? “Beh, non sono il solo. Anche Bernard e Stephen, con i Bad Lieutenant, continuano a suonare canzoni dei Joy Division e dei New Order. Con un mio amico ho aperto un club chiamato Factory, a Manchester, per creare un ponte tra il passato e il futuro. Il locale è pieno di giovani e di ottimi gruppi, così tanti che non ne ricordo neanche tutti i nomi. Ce la mettono tutta e credono ancora di poter cambiare il mondo, è questo che mi piace del loro atteggiamento. Sono felice e orgoglioso di essere per loro una fonte di ispirazione, di aiutarli a esprimere se stessi. La città è cambiata, certo, ma sono cambiato anch’io, oggi peso trenta chili di più… Credo ancora che Manchester abbia un cuore, un’atmosfera speciale. E’ tuttora famosa in tutto il mondo per la sua musica e per i suoi club. Sono stato criticato, per quel che ho deciso di fare. Ma invece di criticare, la gente dovrebbe apprezzare il fatto che qualcuno cerchi di portare la magia, l’incantesimo del nostro passato nel futuro”. L’esordio dei Light, Hookie non lo nega, è stato accompagnato da dubbi e tensioni.  “Non ero per niente tranquillo. Anzi, ero molto cauto e consapevole delle critiche che stavano per piovermi addosso. Non mi è sembrato giusto ingaggiare un nuovo cantante, anche se per me indossare i panni di Ian  è un’esperienza molto strana. E’ molto difficile, ma mi piace guardare la musica dalla sua prospettiva: capisco il suo punto di vista molto più di quando ero semplicemente il bassista. Agli inizi, lo ammetto, pensavo che i suoi testi fossero porcheria, li disprezzavo. Solo dopo la sua morte ne ho capito la profondità e mi sento colpevole di averla pensata in quel modo. Avere mio figlio al basso e cantare quelle canzoni rende l’esperienza molto più personale, molto più intima.  Oggi i ricordi che ho di Ian e dei Joy Division sono molto positivi, probabilmente perché dopo avere perso entrambi è un po’ come riaverli  indietro. Trent’anni dopo – il che dimostra che non l’ho fatto per soldi  – riprendere possesso della mia musica ha reso tutto più sopportabile.  La reazione del pubblico, in posti come l’Australia e la Spagna, è stata fantastica. Tanto che mi sono chiesto perché ci ho messo tutto questo tempo a decidermi, oggi mi sembra una cosa ridicola. Come musicista, mi sento realizzato: posso indulgere nel passato con i Joy Division e al tempo stesso ho un nuovo album a cui pensare grazie ai Freebass. Ho il meglio del passato e del presente”.

Hookie non è forse la persona giusta a cui chiedere  cosa rese così unico ed epocale “Unknown pleasures”… “No, mi è ancora troppo vicino per dare un giudizio. Da dove arrivava la nostra ispirazione? Non ne ho idea. L’unica cosa che so è che Johnny Rotten e i Sex Pistols mi fecero capire che c’era di meglio, nella vita, che lavorare in un ufficio.

Tutto quel che volevo era affacciarmi al mondo e salire su un palco e scatenarmi come un fottuto punk. Grazie a Ian, a Bernard e a Stephen ho potuto farlo. E grazie alle cose che abbiamo realizzato allora sono ancora in grado di farlo oggi. E’ stato il nostro produttore, Martin Hannett, a rendere immortale la nostra musica: fu lui a darle profondità, a conferirgli quella meravigliosa aria spettrale. Se fossimo stati noi a produrlo, il nostro primo disco avrebbe suonato come ‘Never mind the bollocks’. Martin ha reso il nostro suono maestoso, etereo, magico, misterioso. Non smetterò mai di elogiarlo per questo”. E poi c’era quel basso così presente, così melodico e in primo piano: secondo Wikipedia Hook sviluppò quello stile a causa della pochezza della sua amplificazione, che non gli consentiva di sentirsi nel marasma sonoro generale. “Sì, è così. Quando mi sentì suonare quelle note acute, fu Ian  a incoraggiarmi, a dirmi di continuare a lavorarci su. Mi diceva che quel suono era unico, stupefacente. E aveva pienamente ragione”. Le è piaciuto il libro della vedova di Ian, Deborah Curtis? “Come me, Debbie voleva bene a Ian. Ma il nostro modo di vederlo è sicuramente diverso. Solo la sua malattia è riuscita a fermarci: oggi devo ammettere che non lo abbiamo accudito abbastanza, ma anche i medici e gli esperti che lo avevano in cura non riuscirono a fare niente. E’ una cosa triste, ci sentiamo tutti un poco in colpa per questo ma la vita deve andare avanti”. Il film di .Anton Corbijn, “Control”? “Sì, molto. L’attore Joe Anderson ha fatto un ottimo lavoro. E Anton ci conosceva molto bene, ero sicuro che avrebbe saputo rappresentare il buono e il meno buono che c’era in ognuno di noi. Così è stato. E’ un uomo intelligente, ha colto perfettamente l’atmosfera di Manchester e dei tempi”. “24 hour party people”? “Il 50 % è vero, il resto è falso. Ma è un film divertente e irriverente”. Ci sono degni eredi dei Joy Division, in circolazione? “Direi i White Lies e i Detachments di Birmingham. Oltre ai Light, ovviamente: vedere i giovani accorrere ai nostri concerti è un grande attestato di stima alla musica che abbiamo scritto”. E’ ora di lasciare Hookie al suo cane. E al suo prossimo libro: una biografia dei Joy Division. Ci saranno rivelazioni particolari?  “Certo. Vi dirò chi ha ucciso Ian”. Scherza, mr. Hook? “No”. E chiude la telefonata con una fragorosa risata. 

 

 

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