Edoardo Bennato 'storyteller' per MTV: 'Col rock esorcizzo le contraddizioni'

Edoardo Bennato 'storyteller' per MTV: 'Col rock esorcizzo le contraddizioni'

C’entra poco o niente, Edoardo Bennato, con la programmazione tipo di MTV e con il pubblico che la segue abitualmente. Cantastorie per eccellenza, è però pienamente in sintonia con il formato “Storytellers” inventato quindici anni fa negli Stati Uniti dal giornalista Bill Flanagan: musicisti che raccontano se stessi con la propria musica e a parole, infarcendo il racconto di aneddoti, di rivelazioni, di indizi sul loro modo di scrivere canzoni. Nella intima cornice delle Officine Meccaniche di Milano (senza presentatore e senza effetti speciali, anche MTV oggi deve fare i conti con i costi) il cantautore – pardon, rocker – napoletano lo scorso 10 settembre si è prestato al gioco di buon grado: il risultato è un bel cd+dvd di un’ora e dodici minuti che esce il 9 novembre per Universal Music (anticipato la sera prima su MTV Gold, canale 705 di Sky) e che inaugura il marchio MTV Classic, nuovo canale digitale prossimamente sui nostri schermi e dedicato ad approfondimenti sulla storia della musica. Ottima band, suono roots, scaletta “storica”, molto inclinata sugli anni ‘70/primi ’80: “Non è stata una gran fatica, per me”, esordisce Edoardo. “In fondo cantare e raccontare è quel che faccio abitualmente nei  mei concerti. MTV mi ha dato una mano per le riprese, le luci, le strutture: scarne, essenziali, ma anche eleganti. E’ stato importante, confrontarsi con qualcuno che ha un punto di vista diverso dal tuo. E anche gli ospiti selezionati per l’occasione non sono stati messi lì a sproposito. I Finley (che con Bennato eseguono “Rinnegato”, ndr) ascoltano la stessa musica che ascolto io. Con Roy Paci (voce e tromba su “Un giorno credi”) abbiamo suonato diverse volte insieme a Napoli. Giuliano Palma & the Bluebeaters (coprotagonisti di una versione rocksteady di “E’ stata tua la colpa”) è un gruppo che mi piace ascoltare dal vivo. E se io sono Pinocchio, Morgan (che suona il piano alla Jerry Lee Lewis e canta in “Perché” e in “Lo show finisce qua”) è il mio Lucignolo. Ho voluto riarrangiarle, le canzoni. Anche il quartetto d’archi che mi accompagna ha un ruolo diverso da quello che aveva nel 1974”.

Il set di quattordici pezzi si apre, non a caso, con “Cantautore”. Una carta di identità, una dichiarazione di diversità: “Ai tempi in cui la scrissi il cantautore era visto come una figura eroica, al di sopra delle parti. Mi è sempre sembrata una follia, ho sentito l’esigenza di farci su un po’ di ironia. In fondo siamo tutti cantautori: anche i Coldplay, i R.E.M., gli Oasis o gli U2. Ma nessuno, a parte Bono che non si sa quanto sia un eroe e quanto un abile manager di se stesso, ha intorno a sé quell’alone. Io le mie canzoni le immagino tutte in inglese, prima di tradurle in italiano: e questa in origine si chiamava ‘Rock’n’roll hero’. Quando feci i miei primi concerti e i miei primi tour ero circondato dagli amici del cortile, non da uno stuolo di manager. E’ questo mi ha avvantaggiato: Francesco De Gregori non sapeva difendersi come me, quando subì la famosa contestazione al Palalido”.

Il racconto di Bennato parte dalla famiglia, dal padre operaio all’Italsider e dalla mamma ferrea organizzatrice della vita casalinga: “Tutti siamo plasmati dalla famiglia, come fossimo un pezzo di pongo. E’ stata mia madre a instradarmi involontariamente verso il mio destino: per non fare oziare me e i miei fratelli quando non eravamo a a scuola  mi fece prendere lezioni di musica. Altrimenti oggi sarei un famoso architetto. Farei concorrenza a Renzo Piano e ai nipoti quel primo disco che incisi nel ’73, ‘Non farti cadere le braccia’, lo terrei nascosto”. Arrivò dopo anni di gavetta, quell’album. Ma le radio non lo passavano e il direttore artistico della sua casa discografica, la Ricordi, gli consigliò di lasciar perdere. Oggi sarebbe diverso? “Oggi i giovani sanno che per farsi ascoltare devono passare dalle forche caudine della tv. Una volta le case discografiche avevano i direttori artistici, oggi sono composte da impiegati che vivono nel timore di essere licenziati con una telefonata dall’estero. A Napoli e altrove ci sono ancora fermenti musicali, ma fanno fatica ad emergere. Ma non ha senso rimpiangere il passato, ogni epoca ha le sue tecnologie, i suoi modi di comunicare, la sua musica. Una volta ascoltavo Chuck Berry, Bob Dylan e Donovan, oggi mi emoziono anche per altre cose. E ho sempre rischiato sulla mia pelle. Nel ’77, quando feci uscire ‘Burattino senza fili’, mi resi conto che c’era bisogno di qualcosa di nuovo e praticamente mi inventai il videoclip: canzoni come ‘La fata’ e ‘In prigione in prigione’ si prestavano perfettamente ad essere sceneggiate. Poi, nel 1980, feci uscire due album contemporaneamente. Dieci anni dopo lo fece Bruce Springsteen, e tutti i titoli dei giornali furono per lui. Normale, l’Italia nel mondo del rock non conta nulla, vive sempre di luce riflessa e in America conoscono solo Pavarotti e Bocelli. Solo i testi ci permettono di riscattarci, e per fortuna da questo punto di vista sto vivendo un momento fertile. Per fare musica bisogna restare all’avanguardia. Bisogna provarci, se non giochi all’enalotto non puoi pensare di diventare milionario. Così, visto il successo che ha riscosso il musical ‘Peter Pan’, ne ho scritto una versione in inglese che ho chiamato ‘Rockin’ with Peter’: un’opera rock sullo stile del  ‘Rocky horror picture show’. Magari potessimo portarla a Broadway, sarebbe come vendere frigoriferi in Alaska”.

Edoardo sogna ancora l’America, insomma. Ma il suo orizzonte immediato resta Napoli: pochi l’hanno raccontata così bene, poche canzoni come le sue descrivono la città in modo così attuale. “Nel mio ultimo disco, ‘Le vie del rock sono infinite’, c’è un pezzo che si intitola ‘C’era un re’. Lì si parla anche di chi incendia la spazzatura…e l’ho scritta tre anni fa. Napoli è lo scenario ideale per un artista, credo che anche Martin Scorsese o Abel Ferrara potrebbero tirarci fuori qualcosa di interessante. E’ una città che esaspera tutti i problemi delle megalopoli, i contrasti tra Mediterraneo e Nord Europa. Le cifre di Napoli sono da Terzo Mondo, quelli di Reggio Emilia da Svezia: una stessa legge non può funzionare per tutte e due. Eppure la gente si arrangia. A un incrocio di Mergellina c’è un semaforo che dà luce verde contemporanemente nei due sensi: fossimo a Stoccolma ci sarebbe un incidente al minuto, da noi invece non succede niente! Il rock trae linfa da situazioni come queste. Serve a parlare del presente e a esorcizzare le contraddizioni. Ma deve continuare a essere contro l’establishment. Sempre”.

 

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