Sistema Musica Italia: 'Manca il modello di business vincente'

Ci fosse ancora qualche dubbio, sul "digital divide" e sull'arretratezza tecnologica che ancora distanzia l'Italia dai Paesi discograficamente più avanzati, basti il campanello d'allarme lanciato dal Rapporto Economia della Musica in Italia 2010, realizzato dalla Fondazione Università dello IULM e promosso da Dismamusica (produttori e distributori di strumenti musicali), FEM (editori musicali), SCF (consorzio fonografici per i diritti connessi) e SIAE: la crescita (nel 2009) c'è stata, + 13 %, ma il fatturato della musica digitale (download e suonerie) resta esiguo, 44 milioni di euro, e l'unico vero dato in controtendenza sono gli incrementi esponenziali degli streams su YouTube (che però valgono solo 2 milioni di euro).. L'Italia, nono Paese al mondo per consumi musicali (ci ha superati la piccola Olanda) non va oltre il 14mo posto sul digitale, con valori 5 volte inferiori a quelli di Germania e Francia e 10 volte più ridotti di quelli della Gran Bretagna. Non solo: in termini di incidenza sul fatturato totale dell'industria (i dati sono sempre aggiornati all'anno scorso), il digitale cala addirittura dal 9 al 6 % del totale, mentre raddoppia, dal 9 al 18 %, il peso dei diritti connessi (incassi di autori, editori, case discografiche e artisti interpreti correlati alla pubblica diffusione di musica in radio, tv e locali pubblici). I relatori del convegno, a iniziare dal professor Luca Barbarito che ha coordinato la ricerca, cercano di vedere il bicchiere mezzo pieno: il -9 % registrato dall'intero "sistema musica" allargato (non solo discografia ed editoria musicale, dunque, ma anche produzione di musica stampata e strumenti musicali ed elettronica di consumo audio), pari a 3,7 miliardi di lire, si spiega in gran parte con il crollo del comparto elettronica, un dato "sporco" e di per sé poco significativo (nel computo, per dire, sono inclusi gli iPod classici ma non gli iPod Touch e gli smartphones). Il settore musicale inteso in senso stretto, dischi e diritti, vale invece 2,7 miliardi, e il suo calo, - 6 %, corrisponde più o meno a quello del PIL, mentre il settore musica (stampata), 18 milioni di euro, e quello degli strumenti musicali, 386 milioni, risultano sostanzialmente stabili (- 2 e + 0,3 % rispettivamente: anche se la spesa pro capite in strumenti resta sconfortante, 6 dollari all'anno contro i 24 del Canada e le cifre almeno doppie di Francia, Germania e Regno Unito). Ma va sottolineato, aggiunge Barbarito, che la vendita di supporti musicali "fisici" è irreversibilmente depressa (375 milioni di euro di fatturato, il 25 % in meno dell'anno precedente stando ai dati FIMI e SIAE per una volta quasi coincidenti): i cd scontano le diminuzioni sensibili del prezzo medio di vendita, calato a 11,20 euro, mentre il vinile resta confinato alla nicchia con l'1 % del mercato. Risultano in crescita, al contrario, i diritti incassati da bar, pubblici esercizi e ipermercati (71 milioni di euro, + 8,6 %) e soprattutto i fatturati della musica dal vivo: + 3,4 % per 781 milioni di euro, il doppio della musica registrata.  "Un dato buono solo in apparenza", avverte Barbarito, "perché l'aumento del fatturato, + 9,4 % per la musica leggera, è legato soprattutto all'aumento dei prezzi medi (passati in tre anni da 25 a a 33 euro, + 32 %) causa anche l'aumento dei cachet degli artisti "(che cercano di compensare la riduzione degli incassi discografici") e l'allestimento di apparati spettacolari sempre più sofisticati e più costosi. "Ci sono problemi strutturali", ammette il professore. "Ci vuole un ritocco alla legge sul diritto d'autore, e alle norme che regolano la raccolta dei diritti". "I cambiamenti non sono ancora finiti" conferma Mara Maionchi, che il moderatore del dibattito Mario De Luigi (Musica e Dischi) introduce come la presenza "glamour" della giornata (sarà per questo che l'aula dello IULM è così affollata?), discografica e talent scout assai prima che giudice di X Factor.. "C'è anche una crisi creativa, negli anni '70 la musica si inseriva nel contesto di grandi cambiamenti sociali e filosofici, era un fenomeno aggregante per chi viveva e la pensava allo stesso modo. Ora la si usa per ballare, e nessuno la compra. Mancano i soldi per la ricerca, anche a causa del download selvaggio, mentre negli anni d'oro i grandi artisti sfondavano al terzo album. Lo ammetto: io sono spaventata". Claudio Formisano (Disma) ricorda che, in termini di educazione musicale, "l'Italia è ferma al palo, mentre la Germania fa passi da gigante", Claudio Buja (FEM) osserva che "la Francia è uscita dalla crisi, probabilmente perché ha una classe politica molto meno demagogica e molto più sensibile ai problemi della cultura", aggiungendo che "il Ministero della Gioventù dovrebbe spiegare ai ragazzi che pagare poco e pagare tutti metterebbe al sicuro chi vive di musica". Giancarlo Pressenda (SIAE) conferma che per incementare gli incassi digitali degli autori a 6 milioni di euro, in nove anni, si sono sudate sette camicie, e che "la caduta del supporto fisico ha disorientato gli autori, creando un profondo sbilanciamento di assetto"; Saverio Lupica di SCF anticipa che per la gestione dei diritti - d'autore e fonografici - si sta pensando alla creazione di uno "sportello unico" con SIAE che, auspicabilmente, servirà a dissipare i fraintendimenti e le confusioni che tuttora esistono quando si paral di diritti d'autore e diritti connessi, mentre Graziella Gattulli,(Regione Lombardia) si dice disposta ad aprire tavoli di confronto con gli operatori per sostenere l'intero settore musicale in ambito territoriale. Si chiude con le domande del pubblico, con un simpatico battibecco tra uno studente che pratica il file sharing e la Maionchi (per cui anche l'esperienza Radiohead sul download gratuito si è rivelata "tragica"), e con una domanda senza risposta: come trovare un modello di business sostenibile e vincente?

    Ci fosse ancora qualche dubbio, sul "digital divide" e sull'arretratezza tecnologica che ancora distanzia l'Italia dai Paesi discograficamente più avanzati, basti il campanello d'allarme lanciato dal Rapporto Economia della Musica in Italia 2010, realizzato dalla Fondazione Università dello IULM e promosso da Dismamusica (produttori e distributori di strumenti musicali), FEM (editori musicali), SCF (consorzio fonografici per i diritti connessi) e SIAE: la crescita (nel 2009) c'è stata, + 13 %, ma il fatturato della musica digitale (download e suonerie) resta esiguo, 44 milioni di euro, e l'unico vero dato in controtendenza sono gli incrementi esponenziali degli streams su YouTube (che però valgono solo 2 milioni di euro).. L'Italia, nono Paese al mondo per consumi musicali (ci ha superati la piccola Olanda) non va oltre il 14mo posto sul digitale, con valori 5 volte inferiori a quelli di Germania e Francia e 10 volte più ridotti di quelli della Gran Bretagna. Non solo: in termini di incidenza sul fatturato totale dell'industria (i dati sono sempre aggiornati all'anno scorso), il digitale cala addirittura dal 9 al 6 % del totale, mentre raddoppia, dal 9 al 18 %, il peso dei diritti connessi (incassi di autori, editori, case discografiche e artisti interpreti correlati alla pubblica diffusione di musica in radio, tv e locali pubblici). I relatori del convegno, a iniziare dal professor Luca Barbarito che ha coordinato la ricerca, cercano di vedere il bicchiere mezzo pieno: il -9 % registrato dall'intero "sistema musica" allargato (non solo discografia ed editoria musicale, dunque, ma anche produzione di musica stampata e strumenti musicali ed elettronica di consumo audio), pari a 3,7 miliardi di lire, si spiega in gran parte con il crollo del comparto elettronica, un dato "sporco" e di per sé poco significativo (nel computo, per dire, sono inclusi gli iPod classici ma non gli iPod Touch e gli smartphones). Il settore musicale inteso in senso stretto, dischi e diritti, vale invece 2,7 miliardi, e il suo calo, - 6 %, corrisponde più o meno a quello del PIL, mentre il settore musica (stampata), 18 milioni di euro, e quello degli strumenti musicali, 386 milioni, risultano sostanzialmente stabili (- 2 e + 0,3 % rispettivamente: anche se la spesa pro capite in strumenti resta sconfortante, 6 dollari all'anno contro i 24 del Canada e le cifre almeno doppie di Francia, Germania e Regno Unito). Ma va sottolineato, aggiunge Barbarito, che la vendita di supporti musicali "fisici" è irreversibilmente depressa (375 milioni di euro di fatturato, il 25 % in meno dell'anno precedente stando ai dati FIMI e SIAE per una volta quasi coincidenti): i cd scontano le diminuzioni sensibili del prezzo medio di vendita, calato a 11,20 euro, mentre il vinile resta confinato alla nicchia con l'1 % del mercato. Risultano in crescita, al contrario, i diritti incassati da bar, pubblici esercizi e ipermercati (71 milioni di euro, + 8,6 %) e soprattutto i fatturati della musica dal vivo: + 3,4 % per 781 milioni di euro, il doppio della musica registrata.  "Un dato buono solo in apparenza", avverte Barbarito, "perché l'aumento del fatturato, + 9,4 % per la musica leggera, è legato soprattutto all'aumento dei prezzi medi (passati in tre anni da 25 a a 33 euro, + 32 %) causa anche l'aumento dei cachet degli artisti "(che cercano di compensare la riduzione degli incassi discografici") e l'allestimento di apparati spettacolari sempre più sofisticati e più costosi. "Ci sono problemi strutturali", ammette il professore. "Ci vuole un ritocco alla legge sul diritto d'autore, e alle norme che regolano la raccolta dei diritti". "I cambiamenti non sono ancora finiti" conferma Mara Maionchi, che il moderatore del dibattito Mario De Luigi (Musica e Dischi) introduce come la presenza "glamour" della giornata (sarà per questo che l'aula dello IULM è così affollata?), discografica e talent scout assai prima che giudice di X Factor.. "C'è anche una crisi creativa, negli anni '70 la musica si inseriva nel contesto di grandi cambiamenti sociali e filosofici, era un fenomeno aggregante per chi viveva e la pensava allo stesso modo. Ora la si usa per ballare, e nessuno la compra. Mancano i soldi per la ricerca, anche a causa del download selvaggio, mentre negli anni d'oro i grandi artisti sfondavano al terzo album. Lo ammetto: io sono spaventata". Claudio Formisano (Disma) ricorda che, in termini di educazione musicale, "l'Italia è ferma al palo, mentre la Germania fa passi da gigante", Claudio Buja (FEM) osserva che "la Francia è uscita dalla crisi, probabilmente perché ha una classe politica molto meno demagogica e molto più sensibile ai problemi della cultura", aggiungendo che "il Ministero della Gioventù dovrebbe spiegare ai ragazzi che pagare poco e pagare tutti metterebbe al sicuro chi vive di musica". Giancarlo Pressenda (SIAE) conferma che per incementare gli incassi digitali degli autori a 6 milioni di euro, in nove anni, si sono sudate sette camicie, e che "la caduta del supporto fisico ha disorientato gli autori, creando un profondo sbilanciamento di assetto"; Saverio Lupica di SCF anticipa che per la gestione dei diritti - d'autore e fonografici - si sta pensando alla creazione di uno "sportello unico" con SIAE che, auspicabilmente, servirà a dissipare i fraintendimenti e le confusioni che tuttora esistono quando si paral di diritti d'autore e diritti connessi, mentre Graziella Gattulli,(Regione Lombardia) si dice disposta ad aprire tavoli di confronto con gli operatori per sostenere l'intero settore musicale in ambito territoriale. Si chiude con le domande del pubblico, con un simpatico battibecco tra uno studente che pratica il file sharing e la Maionchi (per cui anche l'esperienza Radiohead sul download gratuito si è rivelata "tragica"), e con una domanda senza risposta: come trovare un modello di business sostenibile e vincente?

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