Counting Crows in Italia: so you want to be...

Counting Crows in Italia: so you want to be...
L’appuntamento è per le 15 di lunedì 27 marzo, il luogo è l’Alcatraz di Milano, venue del concerto previsto per la sera stessa: il gruppo arriva quasi puntuale, Adam Duritz chiede qualche minuto per mettersi comodo, poi torna e conduce i giornalisti in cucina, dove due ragazze al seguito del gruppo stanno preparando il catering e friggendo una quantità indescrivibile di ali e cosce di pollo. Si suda, anche, ma Duritz non sembra preoccupato: ci sediamo al tavolo e si inizia a parlare di musica, partendo dall’ottimo doppio album dal vivo che il gruppo aveva pubblicato un paio di anni fa, “Across a wire”: «La scelta di pubblicare un live è dipesa dal fatto che volevamo fare un regalo al nostro pubblico, e prenderci al tempo stesso un po’ di tempo per lavorare serenamente al terzo album. Negli States abbiamo una ottima reputazione come gruppo live, e pubblicare un doppio album con affiancati un concerto acustico e uno elettrico ci ha dato la possibilità di celebrare con il pubblico la nostra soddisfazione per il fatto di essere molto seguiti». Siete talmente seguiti che fioccano i bootleg dei vostri concerti...«Ah, sì, lo so, sono un grande fans dei nostri bootleg...credo di averne più di 12! Mentre non sono per niente contento delle versioni pirata dei nostri Cd di studio, capisco la registrazione di un concerto: è un evento irripetibile, puoi trovarti di fronte a grandi serate, e penso che a volte sia proprio un peccato non registrarle. Ho ascoltato alcuni dei nostri bootleg e ci ho trovato dentro alcuni momenti di musica eccezionali». Cosa ci dici dei testi del nuovo album, “This desert life”? «Sta andando bene, negli States, anche se non direi che è stato un grande successo: comunque abbiamo venduto quasi un milione di copie, e credo che sia un ottimo album. Contiene alcune canzoni che non avrei mai pensato di scrivere, come “Mrs Potter lullaby”». Come ripensi oggi al vostro album meno fortunato, “Recovering the satellites”? E’ stato un album non capito oppure non era il massimo? «Personalmente credo che “Recovering...” sia il nostro album migliore: se dovessi immaginare un nostro album perfetto direi che per metà sarebbe composto da “Recovering...” e per metà da “This desert life”. Sono due album molto legati tra loro, figli di un rapporto tra i membri della band che è diventato sempre più stretto e collaudato. Quando abbiamo pubblicato “August and everything after”, invece, eravamo insieme soltanto da pochi mesi, e il suono del disco ne risentiva (sì, peccato però che in scaletta su quell’album ci fossero “Mr Jones”, “Round here”, “Rain king”, “Ghost train”, “Omaha”, “A murder of one”, praticamente mezzo concerto per non dire gli hits storici del gruppo, ndr). Credo che “Recovering...”, al di là dell’affrontare tematiche difficili come quelle dei problemi risultati dal successo, fosse un album pieno di cose musicalmente inedite e molto riuscite, penso a “A long december”, “Goodnight Elisabeth”, “Angels of the silences”... è un album molto più vario del precedente. Poi, ripeto, a nessuno piace quando gli racconti i tuoi problemi, soprattutto se sei una rockstar e tutti pensano che sei un privilegiato». Però ti piace comunque essere una rockstar, visto che vivi a Hollywood...«Sì, ma anche se non ci crederai, Hollywood è il posto migliore per passare inosservato. Lì la gente si ferma quando passa per strada Jack Nicholson, se vedono me neanche sanno chi sono. Quando vivevo a Berklee, al contrario, non potevo fare niente, neanche uscire di casa: ero troppo famoso. Per quanto riguarda l’essere una rockstar certo che mi piace, adoro certi aspetti della celebrità, anche se ci sono dei prezzi da pagare per quanto riguarda la vita privata. Ad esempio la mia ultima relazione èandata a scatafascio proprio perché non c’ero mai a casa, e nonostante le cose funzionassero benissimo quando noi due eravamo insieme, degeneravano pericolosamente quando non c’ero. Comunque non è così per tutti, il nostro bassista, ad esempio, stasera tornerà negli States perché sua moglie sta per partorire. Ma sai com’è, ci sono sempre migliaia di chilometri in mezzo». Dalla porta della cucina filtrano le chitarre di “Mr Jones”, live from the soundcheck. Sembrano molto più robuste di quelle che accompagnarono la versione semiacustica di quella canzone, l’ultima volta che la band fu a Milano...«Niente acustico, stasera: In quel periodo facevamo un seti acustico perché avevamo in mente di registrare un live così, adesso siamo tornati ad affrontare quelle canzoni dal punto di vista elettrico». E’ vero che dentro una canzone fai tutta “Thunder road” di Springsteen? «Sì, è vero. Avevo iniziato con qualche frase, poi mi sono riletto il testo e a poco a poco l’ho imparata tutta. Mi piace improvvisare all’interno del concerto, a volte funziona e a volte no, ma ne vale sempre e comunque la pena...»
Ne è valsa la pena anche durante il concerto milanese dell’Alcatraz, 2000 persone per il tutto esaurito della capienza regolamentare e persino Ligabue & band in tribuna. Un concerto perfetto, che riscatta la prestazione forse sin troppo slow che aveva avvolto il set suonato qualche anno fa al Rolling Stone. Ma si sa, i Counting Crows sono così, ci sono serate in cui il feeling del pubblico e quello della band coincidono perfettamente e allora lo show ingrana un’altra marcia, ed è quello che è successo nel concerto di Milano. Le luci si accendono per illuminare il palco, realizzato con immagini che rimandano alla grafica del nuovo album, con un caleidoscopio di colori molto brit, e non è un caso che dagli amplificatori partano le note di “Magical mistery tour”, una promessa che viene mantenuta sin da subito. La partenza è “Mr Jones”, introdotta dal celebre cameo dei Byrds, “So you want to be a rock’n’roll star”, ma quando parte il pezzo l’atmosfera è già quella dei bis, pubblico di corsa sotto al palco, ballo e canto generale. ancora meglio con il brano successivo, “Angels of the silences”, ancora più veloce e tirato, mentre subito dopo arriva il primo pezzo d’atmosfera, “I wish I was a girl”, tratto da “This desert life” come il brano successivo “High life”. «Siamo stati a Milano per tre giorni, la scorsa settimana», dice Adam dopo aver augurato al pubblico la buonasera. «E’ stata una piccola vacanza prima della data di Torino, e siamo arrivati lì con il peggior doposbronza della nostra vita. Ho scritto una canzone su questa minivacanza milanese, e ora voglia farvela ascoltare, si intitola, “Milano, Milano, che cazzo dimalditesta!”; risate e un applauso, ma dalla fisarmonica di Charles Gillingham escono le prime note di “Omaha” ed è l’ennesimo tripudio. Si va avanti con “Four days” e “Mrs. Potter’s lullaby”, ancora dal disco nuovo, e poi “Murder of one” riporta l’atmosfera in alto, seguita da una intensa versione di “Colorblind”. “Round here” è dietro l’angolo, e come già accaduto con “Mr Jones” e gli altri momenti cruciali dello show, Duritz e la band dimostrano di essere in serata di grazia: “Round here” strappa applausi a scena aperta ad ogni variazione della melodia, mentre il crescendo finale toglie il fiato. Dopo “Recovering the satellites” arriva “Rain king”, altro momento di grande emozione, altro classico del primo periodo, e nel mezzo, Adam ci piazza tutta “Thunder road”, tra le urla incredule del pubblico: la ripresa di “Rain king” è da antologia e subito dopo, a chiudere il concerto, arriva il più recente hit del gruppo, “Hanginaround”. I bis partono con un medley di “Ghost train” e “Have you seen me lately”, seguite da “A long december”, poi, come da scaletta, sarebbe finita. Ma c’è ancora tempo per salutare Matt Malley, il bassista del gruppo che torna negli States per stare affianco alla moglie in procinto di partorire, e per regalare al pubblico “Walkaways”, il brano che chiudeva il secondo album della band, “Recovering the satellites”. «Grazie per l’accoglienza e il supporto, torneremo a giugno (il 18, ndr) all’Heineken Jammin’ Festival e vi promettiamo che quella sera suoneremo anche di più», dice Duritz per congedarsi dopo due ore di concerto, ma il pubblico è visibilmente soddisfatto. I Counting Crows hanno tenuto fede alla loro fama di grande live band: con canzoni tutto sommato semplici, e grazie alla coesione della band, Adam Duritz ha gioco facile nel far valere le sue straordinarie capacità di interprete. E’ un concerto che parla alle emozioni, quello dei Crows, le provoca, e non è un caso che spesso ci si ritrovi ad urlare le parole dei brani, proprio come fa Duritz sul palco. Healing music, suonata con tutta la potenza e l’espressività del rock.
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