Ex dirigente della Warner: 'I cd dovrebbero costare un dollaro'

Ex dirigente della Warner: 'I cd dovrebbero costare un dollaro'

Il prezzo giusto di un cd? Un dollaro, non di più. Non è la boutade di qualche provocatore di professione ma l’opinione di Rob Dickins, per 15 anni a capo della Warner Music inglese e più volte salito alla presidenza  dell’associazione dei discografici britannici BPI. Dickins l’ha espressa nel corso di un suo intervento alla conferenza musicale “In the city” a Manchester, sostenendo che “ciò di cui abbiamo bisogno adesso è una rivoluzione. Fino ad ora abbiamo assistito a un’erosione dei prezzi… Quando guidavo la Warner un Cd da classifica poteva costare 12 sterline e 99. Oggi può arrivare a 6,99, forse anche a 5,99”. Ma non basta, secondo lui, convinto che si debba passare a una nuova forma di “microeconomia”: “Se sei un fan dei R.E.M., hai dieci album del gruppo e sta per uscire un nuovo album, devi decidere se lo vuoi acquistare o no”, ha detto Dickins approffittando della presenza al tavolo dei relatori del manager del gruppo, Bertis Downs. “Vivessimo in una microeconomia, non ci sarebbe nessuna decisione da prendere. Basterebbe dire mi piacciono i R.E.M. e comprare il disco”. Se i cd costassero un dollaro, azzarda Dickins,  gli album di maggior successo potrebbero arrivare a vendere 200 milioni di copie, piegando le ginocchia alla pirateria e permettendo alle case discografiche di lucrare su settori contigui, come il merchandising e la vendita di biglietti per i concert: “Prince ha seguito questa strada”, ha ricordato l’ex discografico, “quando nel 2007 ha regalato il suo album ‘Planet earth’ con il Mail On Sunday. I fan hanno dovuto versare una piccola cifra – il prezzo del giornale – e la cosa ha generato abbastanza interesse da permettergli di vendere tutti i biglietti delle sue 21 serate alla O2 Arena di Londra”.

Le prime reazioni alla sua proposta da parte degli addetti ai lavori, tuttavia, sono decisamente negative.  “Rob Dickins appartiene a quella generazione di dirigenti che ha beneficiato dei cd in vendita a 14 sterline lasciando una cattiva reputazione al music business” ha replicato secco Paul Quirk, presidente dell’associazione dei rivenditori inglesi Entertainment Retailers Association (ERA). “Ed è ironico”, ha aggiunto, “che sia proprio lui a perorare la causa degli album in vendita a un dollaro. L’aritmetica più elementare indica che non è neanche il caso di parlarne”. Dello stesso avviso il manager artistico Jonathan Shalit, scopritore di Charlotte Church, che ha bollato come “assolutamente ridicolo” il suggerimento di Dickins. “Oggi un dollaro è il costo di una bottiglia d’acqua. La musica, però, è una forma d’arte preziosa. Se vogliamo che la gente la rispetti e le attribuisca il giusto valore, bisogna che le costi non dico una somma esagerata, ma comunque una somma significativa di denaro”. Chris Cooke, editore della newsletter musicale CMU, assume un atteggiamento più distaccato ma altrettanto scettico:  “Si tratterebbe di una scommessa. Una volta che abbatti il prezzo di un album non puoi più tornare indietro. E’ un grosso rischio, e le case discografiche opporranno resistenza”.

   

 

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