Tanti laser e pochi classici per Baglioni, l’esteta

Tanti laser e pochi classici per Baglioni, l’esteta
Tutti presenti, i maggiori quotidiani italiani, tra i 6-7mila spettatori che a Firenze hanno visto Claudio Baglioni aprire il suo nuovo tour. Secondo Paolo Russo de "La Repubblica": «il pubblico del bel Claudio è all'80 per cento femminile. Il concerto Baglioni e il suo pubblico lo cominciano all' unisono, sulle note di "Tamburi lontani", e sarà così fino alla fine. Preceduto dalle ballerine della Compagnia dei Colori, che hanno acceso un simbolico braciere con le loro torce elettriche. (...) I laser motorizzati fendono l'oscurità con le loro lame policrome, i cercapersona e le lampade cambiacolore fanno il resto, i 90.000 watt dell'impianto audio sospeso si espandono a 360 gradi e gli effetti surround sbucano fuori alle spalle del pubblico. (...) "I Palasport non sono certo il massimo ma chiedo un piccolo sacrificio al mio pubblico perché solo in strutture del genere è possibile fare un simile allestimento: c'è voluto un anno e mezzo per mettere a punto questo progetto e mi sono impegnato a dare qualcosa in più al pubblico, una seconda lettura al di là della scaletta. E poi sono un esteta, è vero, e dunque cerco il bello come mi è possibile. Il mio impegno di artista è quello di scegliermi un pubblico e saperci parlare in modo innovativo anche se questo non piace ai discografici"».
Mario Luzzatto Fegiz del "Corriere della Sera" fa notare il «taglio deciso ai classici come "Poster", "E tu", "Sabato pomeriggio", "Notte di note", mentre sopravvive in una versione sincopata e percussiva "Piccolo grande amore" nel gran finale. I fan sono rimasti perplessi nel vedere che Baglioni ogni qualvolta arrivava una canzone del nuovo album ricorreva alla lettura di un fogliettino estratto da una macchina per scrivere. Si è poi capito che era un espediente scenico per alludere al concetto di "diario di bordo". Ma il dubbio che Claudio avesse bisogno di rinfrescarsi la memoria è rimasto. E in effetti la memoria lo ha tradito in "Le vie dei colori" dove si è inceppato su un verso. A coronare il minimalismo solo apparente di un allestimento in verità sofisticato, i giochi di laser di Pepi Morgia, regista dello show e le "stanze giapponesi" di tulle bianco che avvolgono il palco. Un narratore virtuale, proiettato da un laser, introduce in clima da fantascienza i 12 brani dell'ultimo album, tutti implacabilmente proposti, pur diluiti con 19 canzoni del repertorio meno recente. Durata tre ore. Lo spettacolo, nel suo mescolare il Baglioni di oggi con quello di ieri, conferma quel che già si sapeva: trattasi di cantante pop, popolare. Che la mette giù un po' più dura. Da almeno un decennio, pur non proponendo tematiche alla U2, Baglioni si presenta come chi ha una missione da compiere, una filosofia da sviluppare. E allora, niente sarcasmi su "in fila coi vassoi, davanti ai pisciatoi, c'è da aspettare o no per quando tocca a noi che siamo comici che piangono..." o sulla stella che "vaga invaghisce" o sui "prodighi di prodigi" sul tempo "che impazza e impazzisce". O sul look del macho pensante color bronzo concepito da Mimmo Verducci, lo stesso della Oxa. "Ormai la meraviglia è contingentata - spiega Baglioni -. Io cerco di rinnovarla quanto posso in me e negli spettatori. Agendo sui suoni, gli arrangiamenti, l'atmosfera, i ritmi e, quando non trovo di meglio, perfino cambiandomi i calzini».
"Il Messaggero" riporta altre frasi di Baglioni: «Non è vero che ho speso 35 milioni per rifarmi la faccia. Hanno persino detto che ho inventato la storia di un incidente. Ecco qua la mia lingua, manca un pezzo, guardate». Marco Molendini commenta: «Quel brandello di lingua in meno però non ha tolto a Claudio la voglia quasi masochistica di affidare imprese titaniche alle sue tonsille. 31 canzoni, tre ore e mezza di concerto. Stanco? Forse, eppure se le cerca lui».
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