Italo-dance: torna in scena Gianfranco Bortolotti, architetto e produttore

Tornano in pista (da ballo) i 49 ers, campioni della italo-house anni ’90 con hits internazionali come “Touch me” e “Don’t you love me”. E con loro rientra in azione il “mastermind” del progetto Gianfranco Bortolotti,  imprenditore e produttore bresciano fondatore della Media Records che sei anni fa aveva abbandonato il business musicale reinventandosi  architetto e designer industriale. Il pezzo che lo ripropone sul mercato, pubblicato dalla Ego di Ilario Drago, fonde house anni ’90 e swing anni ’30, si intitola “Je cherche après Titine” e ruota intorno a un campione della celeberrima “A nonsense song” di Charlie Chaplin (dalla colonna sonora di “Tempi moderni”). “E’ il mio vecchio amore per il cinema che torna a galla. D’altronde il ritorno di Chaplin era nell’aria. I giovani non lo conoscono, ci sono altri pezzi in giro che usano quel sample (“”Nonsense” degli Swing Kids, nrd)” spiega Bortolotti, che conferma la sua natura controcorrente: mentre gli altri gettano la spugna, lui rientra nel ring… “Sono tornato a farmi vedere a Miami, al Popkomm tedesco e al Midem di Cannes”, racconta, “e lì mi sono accorto che la scena musicale ristagnava. Già dieci o quindici anni fa mi ero reso conto che con le nuove tecnologie e le nuove regole di distribuzione  il modo di produrre musica sarebbe cambiato radicalmente. Oggi chiunque può fare un disco, anche un ragazzino di quindici anni. Il problema è trovare qualcuno che ti guidi, che ti dia un indirizzo: perché tutti producono musica, ma pochi diventano produttori. E’ quello che ho sempre cercato di fare e che faccio anche oggi. Il digitale non investe solo il marketing, la comunicazione e la distribuzione, influenza anche l’atteggiamento psicologico dell’artista e del produttore. Chi si è adattato resiste e conserva i suoi risultati commerciali. Chi non lo fa si lecca le ferite ed è costretto ad arrendersi”. Ceduta la Media, il rientro di Bortolotti è però confinato al ruolo di produttore artistico: “Una scelta obbligata. Non torno a fare il discografico perché  mi sono realizzato professionalmente come architetto e non voglio abbandonare questa strada. Ma in futuro farò anche altro: sicuramente l’editore, magari anche il manager artistico. Ho in mente di  sviluppare gradualmente un’organizzazione moderna, sul modello di quella che ho costruito nel campo del design. Ci sono delle similitudini, tra i due mondi: Goethe diceva che l’architettura è musica ghiacciata. Non ha più senso concentrare risorse in un unico luogo. Con la Media abbiamo avuto successo sviluppando una galassia di studi di registrazione e di creativi a contatto l’uno con l’altro. Ora penso invece a una  struttura ‘esplosa’, con un baricentro mobile.  Se la guiderò io non so dire, dipenderà dalle dimensioni che assumerà”. Ma perché riesumare i 49ers, se lo sguardo è rivolto al futuro? “Mi aspettavo questa domanda. Il motivo è che 49ers, Cappella e Clubhouse sono marchi a cui sono affezionato e che mi hanno portato fortuna. Perché usare un altro nome, proprio oggi che la scena dance è tornata agli anni ’90?  Sapessi quante volte, in questi ultimi due anni, ho concesso l’uso di campioni dei miei pezzi per nuove produzioni… La passione mi era rimasta, ho deciso di riprovarci. E se avrò ancora fortuna, talento e successo, probabilmente l’entusiasmo mi spingerà a investire di nuovo in questa direzione”.  

    Tornano in pista (da ballo) i 49 ers, campioni della italo-house anni ’90 con hits internazionali come “Touch me” e “Don’t you love me”. E con loro rientra in azione il “mastermind” del progetto Gianfranco Bortolotti,  imprenditore e produttore bresciano fondatore della Media Records che sei anni fa aveva abbandonato il business musicale reinventandosi  architetto e designer industriale. Il pezzo che lo ripropone sul mercato, pubblicato dalla Ego di Ilario Drago, fonde house anni ’90 e swing anni ’30, si intitola “Je cherche après Titine” e ruota intorno a un campione della celeberrima “A nonsense song” di Charlie Chaplin (dalla colonna sonora di “Tempi moderni”). “E’ il mio vecchio amore per il cinema che torna a galla. D’altronde il ritorno di Chaplin era nell’aria. I giovani non lo conoscono, ci sono altri pezzi in giro che usano quel sample (“”Nonsense” degli Swing Kids, nrd)” spiega Bortolotti, che conferma la sua natura controcorrente: mentre gli altri gettano la spugna, lui rientra nel ring… “Sono tornato a farmi vedere a Miami, al Popkomm tedesco e al Midem di Cannes”, racconta, “e lì mi sono accorto che la scena musicale ristagnava. Già dieci o quindici anni fa mi ero reso conto che con le nuove tecnologie e le nuove regole di distribuzione  il modo di produrre musica sarebbe cambiato radicalmente. Oggi chiunque può fare un disco, anche un ragazzino di quindici anni. Il problema è trovare qualcuno che ti guidi, che ti dia un indirizzo: perché tutti producono musica, ma pochi diventano produttori. E’ quello che ho sempre cercato di fare e che faccio anche oggi. Il digitale non investe solo il marketing, la comunicazione e la distribuzione, influenza anche l’atteggiamento psicologico dell’artista e del produttore. Chi si è adattato resiste e conserva i suoi risultati commerciali. Chi non lo fa si lecca le ferite ed è costretto ad arrendersi”. Ceduta la Media, il rientro di Bortolotti è però confinato al ruolo di produttore artistico: “Una scelta obbligata. Non torno a fare il discografico perché  mi sono realizzato professionalmente come architetto e non voglio abbandonare questa strada. Ma in futuro farò anche altro: sicuramente l’editore, magari anche il manager artistico. Ho in mente di  sviluppare gradualmente un’organizzazione moderna, sul modello di quella che ho costruito nel campo del design. Ci sono delle similitudini, tra i due mondi: Goethe diceva che l’architettura è musica ghiacciata. Non ha più senso concentrare risorse in un unico luogo. Con la Media abbiamo avuto successo sviluppando una galassia di studi di registrazione e di creativi a contatto l’uno con l’altro. Ora penso invece a una  struttura ‘esplosa’, con un baricentro mobile.  Se la guiderò io non so dire, dipenderà dalle dimensioni che assumerà”. Ma perché riesumare i 49ers, se lo sguardo è rivolto al futuro? “Mi aspettavo questa domanda. Il motivo è che 49ers, Cappella e Clubhouse sono marchi a cui sono affezionato e che mi hanno portato fortuna. Perché usare un altro nome, proprio oggi che la scena dance è tornata agli anni ’90?  Sapessi quante volte, in questi ultimi due anni, ho concesso l’uso di campioni dei miei pezzi per nuove produzioni… La passione mi era rimasta, ho deciso di riprovarci. E se avrò ancora fortuna, talento e successo, probabilmente l’entusiasmo mi spingerà a investire di nuovo in questa direzione”.  

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