Mariah Carey in concerto: un'americanata a Milano? La recensione di Rockol

Mariah Carey in concerto: un'americanata a Milano? La recensione di Rockol
Erano otto anni che non affrontava la prova di una vera e propria tournée, otto anni nel corso dei quali la oggi trentenne Mariah si è guadagnata il titolo di artista femminile che in assoluto ha venduto di più negli anni Novanta. Centoventotto milioni di dischi in tutto il mondo, più una serie lunga una pagina di vari primati. E ieri sera, seconda tappa del suo breve "Rainbow Tour - One Night Only!" - diciotto concerti tra Europa, Giappone e Stati Uniti - il fenomeno Mariah Carey è sbarcato a Milano, per la gioia dei fans che hanno riempito (anche se non completamente) gli spalti del Filaforum di Assago.
Un palco imponente, un mega schermo centrale e due laterali per accompagnare, con le immagini riprese in diretta, le canzoni di Mariah, come in un videoclip confezionato con lo show in corso, fatto di dissolvenze incrociate, contrasti di colori e di luci, primi piani azzeccati a esaltare il seno della Carey, sempre più in evidenza.
Ma andiamo con ordine. Lo spettacolo inizia con una sequenza filmata che introduce il motivo conduttore della serata, quello parallelo alla scaletta delle canzoni in programma: la rivalità tra la nostra Mariah, zuccherosa biondina che ama l'arcobaleno, e la gemella Bianca - già conosciuta nel video di "Heartbreaker" - mora, diabolica e con un forte accento inglese. Probabile prova generale della sua futura carriera cinematografica, questi filmati che mostrano Mariah alle prese con la sua rivale - e dove qua e là fanno da comparse facce famose dello star system americano - mettono a dura prova la pazienza di quanti sono venuti per sentir cantare, e non per vedere recitare, la Carey. La quale, dopo le divagazioni filmate dal gusto fin troppo stelle e strisce, e dopo una finta tempesta che squarcia il buio del palasport “sorge” sul palco in contemporanea con un sole che cresce alle sue spalle e attacca con le note di "Emotions", sfoggiando il primo di una lunga serie di abiti e abitini. Saranno più di otto, in totale: e per cambiarsi Mariah si assenterà spesso e volentieri dal palco, lasciando spazio ad altre scenette filmate - un vero crescendo di kitsch - o ai bravi coristi e agli atletici ballerini (sei maschi e quattro femmine) che le fanno da contorno.
Nelle due ore di spettacolo, Mariah alterna alcuni dei brani più noti del suo repertorio (tra cui "Dreamlover", "Honey, "Hero") con quelli del suo ultimo album, un misto tra "Rainbow" e "#1's", per intenderci. Li interpreta abbondando nei gorgheggi e nei falsetti che l'hanno resa celebre, annacquando le canzoni nei virtuosismi, limitandosi a volte all'acuto da fenomeno circense, evitando così di cantare davvero. Non mancano i momenti riusciti, come quando Mariah intona "Without you" («E' il mio brano di maggior successo in Europa» così lo introduce) o quando compare sul palco, ormai verso la fine dello show, con i vecchi jeans un po' stracciati dei suoi primi tempi e si mette a cantare "Vision of love". Un pizzico noiosa la terna romantica composta da "Close my eyes" («E' una canzone che significa molto per me» confessa Mariah, che sul finale del brano si lascia sfuggire una lacrima), "Petals" e "Mariah's theme", con il palco che si trasforma d'improvviso in cameretta, con tanto di orsacchiotto e Mariah in pigiamino strizzato e ciabattine. Da segnalare la presenza di Tray Lorenz che esegue con Mariah "Thank God I found you" - e poi da solo "Make you happy" - mentre compare solo in video Old Dirty Bastard, che duetta con la cantante in "Fantasy".
Tra i momenti più irresistibili dello show - ma non hanno nulla a che fare con la musica - da segnalare Mariah che invita sul palco due fan (un lui e una lei) emozionatissimi e un po' digiuni d'inglese e offre loro pizza e frappe, mangiandone a sua volta e ironizzando sul fatto di dover mantenere la linea. Sul finire dello show anche la rivalità tra Mariah e Bianca viene risolta, con tanto di ring allestito sul palco e ingresso della Carey in accappatoio - scortata da carabinieri e guardie del corpo - per affrontare la mora sfidante, che verrà liquidata con un solo e semplice pugno finto.
Più che un concerto, insomma, una specie di musical luccicante, un po' frammentario, con tanto di personaggi, scenette e cambi di situazioni che finiscono per portare le canzoni in secondo piano. Uno spettacolo avaro di quella magia che regala di solito la musica dal vivo, molto più adatto al pubblico statunitense che a quello italiano - e forse europeo - perché intriso di quel gusto un po' kitsch per la finzione e per il montaggio televisivo degli eventi che gli americani, almeno parlando di musica, non sono ancora riusciti (per fortuna) a trasmetterci.
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