Black Country Communion: 'Con noi torna lo spirito di Zeppelin e Deep Purple'

Black Country Communion: 'Con noi torna lo spirito di Zeppelin e Deep Purple'

Saranno i cromosomi, saranno le condizioni ambientali, sarà lo stile di vità. Fatto sta che la Black Country, regione industriale inglese prossima a Birmingham e Wolverhampton un tempo annerita dalla fuligine e lo smog prodotti da fabbriche, fonderie e miniere di carbone, è da sempre una culla  del rock duro inglese. Un fenomeno intergenerazionale, che da Glenn Hughes arriva a Jason Bonham, metà di un nuovo supergruppo che include anche  due americani, il chitarrista prodigio Joe Bonamassa e il tastierista Derek Sherinian, e che in omaggio alle sue origini si chiama proprio Black Country Communion.

Il disco omonimo con cui il quartetto si presenta tra qualche giorno nei negozi (il 28 settembre, in Italia) non passerà inosservato, e Hughes è il primo a esserne convinto. “E’ un classico, iconico album di blues/hard rock britannico. Come quelli che facevano i Led Zeppelin e i Deep Purple, gli Who e gli AC/DC. I fan italiani devono saperlo: questa è roba genuina, il disco per loro. Un album di  inni rock. Ne sono molto orgoglioso e al momento non penso ad altro. Ci ho messo dentro tutte le mie energie”. Insomma: i Chickenfoot devono cominciare a preoccuparsi? “Sono miei amici, hanno fatto un bel disco. Ma il nostro è diverso, è come un disco live:  si sente una sola chitarra per volta, e quando Derek suona l’organo non c’è il pianoforte. Anche molte delle parti vocali sono state registrate in presa diretta. Quattro giorni, ed era tutto finito. Le canzoni sono molto forti, molto solide. Fatte apposta per essere suonate  sul palcoscenico”. Il suono, lo si sarà capito, è molto anni ’70: “Sì, perché è da lì che provengo. Ho suonato nei Deep Purple e nei Black Sabbath, e ora con me c’è il figlio di John Bonham, Jason, che porta alla band un groove zeppeliniano. In più abbiamo Joe Bonamassa, che è il nuovo maestro della chitarra blues ma anche un grande chitarrista rock. Attenzione: non un chitarrista blues che finge di essere rock. E’ rock è basta: e credo che nessuno sia riuscito altrettanto bene a fare crossover tra i due generi dai  tempi di Jimmy Page”. Due inglesi e due americani, di età e background differenti: qual è il territorio comune? “Ero l’unico a conoscere tutti, prima di entrare in studio. Gli altri non si erano mai incontrati. In un certo senso gli ho fatto da padre, ho cercato di farli  sentire a loro agio. Non era facile, per loro, mostrare subito la vera personalità a degli estranei. Ma io sono un workaholic, e un motivatore. Li ho spronati a tirar fuori il meglio di sé. Joe lo avevo incontrato tre anni fa a Los Angeles, alla NARM Convention dei rivenditori di dischi. Da allora siamo diventati molto amici, abbiamo cominciato a frequentarci e a ritrovarci a casa mia per suonare e improvvisare insieme, a volume sempre più alto: la musica che ne è uscita era inequivocabilmente rock. E’ stato Kevin Shirley, il produttore dell’album, a suggerire Jason e Derek. Con Sherinian ci siamo incontrati la prima volta nell’87; siccome è stato nei Dream Theater, sapevamo come avrebbe suonato: nel disco utilizza l’Hammond B3, il piano elettrico Wurlitzer e un vero mellotron. Jason invece lo conosco da quando aveva due anni, ci eravamo persi di vista e ci siamo di nuovo incontrati da qualche parte in Europa durante i nostri tour.  Ricordava poco di me, ma mi ha fatto un sacco di domande su suo padre. Grazie a questo, tra di noi è nato un forte legame”. E com’era Bonham senior? “Un grande amico. Amava la mia band di allora, i Trapeze, mi accompagnava in macchina ai concerti e spesso saliva sul palco a suonare con noi ‘Medusa’, il pezzo che abbiamo ripreso sul nuovo album per volere di Joe e di Kevin. Era un gran batterista e una brava persona. Un ottimo padre di famiglia. Sì, lo so, ogni tanto dava di matto e diventava Bonzo, ma era un ragazzo delizioso. Jason, questione di dna, ha uno stile che lo ricorda molto, e credo che  non abbia mai suonato così bene,  almeno in studio. Se ho visto gli Zeppelin alla O2 Arena? No, ero impegnato con il lavoro”.  Nessuna rivalità con loro, quando militava nei Deep Purple?  “No, nessuna concorrenza. Eravamo amici, tra di noi c’era un ottimo rapporto. Gli Zeppelin erano sempre al top, la più grande rock band del mondo, anche se i Purple nel ’73 erano popolarissimi. Col gruppo mi trovavo bene, le cose funzionavano sia con  Ritchie Blackmore che con Tommy Bolin. Quando entrò Tommy le cose cambiarono, perché c’erano tre nuovi membri nella band: io, lui e David Coverdale. E ho sempre pensato che ‘Burn’ fosse un grande album, anche se oggi con i Purple non ci scambiamo neanche più gli auguri di Natale...Resta uno dei miei dischi migliori, insieme a ‘Soul mover’ (2005), che ha venduto molto bene. Ma ora c’è ‘Black Country Communion’: il mio migliore di sempre, non ci sono dubbi”.

Diviso in due parti, come i vecchi LP: una prima facciata tostissima e zeppa di riff, una seconda più dilatata, improvvisata e psichedelica. “E’ vero, siamo stati io e Kevin a volerlo così. E’ una progressione naturale: il primo brano, ‘Black country’, è stato concepito per iniziare il disco. E volevo che l’ultimo pezzo fosse ‘Too late for the sun’, per lasciare spazio alla jam. E’ un disco vario, in ‘No time’ ho voluto inserire una parte molto orchestrata, ero sicuro che avrebbe funzionato. Ho composto io gran parte delle canzoni, diciamo il 75 per cento, ma c’è stata molta collaborazione. Ognuno ha messo la sua impronta sugli arrangiamenti. E io ho sempe scritto con questa band di virtuosi in mente, non per un mio disco solista. Non volevo fare un disco blues rock, soul rock o funky rock. Volevo un disco che sventolasse la bandiera del puro rock britannico”.  Com’è la band dal vivo? “Abbiamo appena cominciato, abbiamo in programma uno showcase a Londra e un paio di concerti in Europa entro fine anno, ma il vero tour è rimandato all’anno prossimo. Suoneremo l’intero album e forse una cover degli Zeppelin. Non chiedermi quale, perché ancora non ne ho idea. Ma posso dirti che sul palco ci sarà molta improvvisazione”.

Forse mr. Hughes sa anche spiegarci perché la Black Country inglese è una terra così fertile per il rock… “Forse perché è popolata da gente di estrazione operaia, dalla classe lavoratrice. Gente onesta, dall’approccio diretto. E nella musica di quei luoghi si coglie un che di ‘industriale’. Il nostro album ha l’aroma inconfondibile della Black Country, questo è sicuro. Ha quel tipo di palle, di aggressività e di energia”. Come nei gloriosi anni ’70, appunto. Gli ’80 sono stati più difficili… “Ho suonato su un album dei Black Sabbath (“Seventh star”), ho inciso ‘Hughes/Thrall’, un disco con Gary Moore e uno con i Phenomena. Ma degli ’80 e dei ’90, a essere sincero, ricordo poco altro. Ero troppo fatto. I ’60 sono stati   il periodo migliore, ero un teenager che imparava le canzoni dei Beatles impratichendosi alla chitarra e cercando di afffinarsi come compositore. Nel 1969 cominciai a scrivere canzoni sul serio. Poi, nei ’70,  sono diventato ricco e famoso e sono andato fuori di testa…sesso, droga e rock’n’roll. Lo facevano tutti: qualcuno è morto, qualcuno è impazzito, altri sono finiti in prigione. Mentre io sono ancora qui a parlarti, e mi sento una persona assolutamente normale. Gli ultimi quindici anni sono stati ok… Hai presente David Crosby, un mio caro amico? Lui porta ancora sulle braccia le bruciature della pipa con cui fumava il crack. La mia pelle, come vedi, è liscia, io le ferite le porto tutte nell’anima. Una parte del disco l’abbiamo registrata proprio agli studi Shangri-La, dove incisero Crosby, Stills & Nash: per me i loro primi due dischi (il secondo, “Déjà vu”, con Neil Young) sono la bibbia. E’ così che ho conosciuto la California. Ci sono andato per la prima volta nel 1970, me ne sono innamorato e non sono più tornato indietro. Mi sento ancora un hippie californiano, anche se oggi considero un po’ stancante la vita on the road. Preferisco godermi la casa in compagnia di mia moglie e dei miei animali domestici. Ma cerco di adattarmi, quando sono in giro: cerco di sentirmi a casa in ogni hotel in cui soggiorno, di fare uno show diverso ogni sera, di essere gentile con chiunque. E’ la mia missione, portare in giro un messaggio d’amore”.

 

 

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