Mavis Staples: 'Canto per Dio e per la gente, non per i giudici dei Grammy'

Mavis Staples: 'Canto per Dio e per la gente, non per i giudici dei Grammy'

Prima Ry Cooder, poi Jeff Tweedy (passando per un album dal vivo, “Live: Hope at the Hideout”, che le ha procurato una nomination ai Grammy Awards). Mavis Staples, settantunenne leonessa del gospel soul afroamericano, sa ancora stregare i cervelli fini della musica americana. Personaggi geniali, diversi per età e per carattere, che si sono offerti di assecondare il suo straordinario talento nelle sue ultime prove discografiche: il chitarrista/etnomusicologo californiano in occasione del celebrato “We’ll never turn back” di tre anni fa; l’effervescente frontman dei Wilco per il nuovo “You are not alone” che esce martedì prossimo, 14 settembre, nei negozi italiani. “Sono state due esperienze diverse, questo è sicuro”, racconta Mavis al telefono con la verve e il calore che gli sono propri.  “Con Ry ho rivisitato un repertorio che conoscevo a memoria, le canzoni di libertà che cantavamo ai tempi delle marce per i diritti civili. E’ stato un po’ come rivivere i momenti vissuti a fianco del Reverendo Martin Luther King.  Tweedy (lo chiama sempre così, per cognome) è stato così gentile da farmi ascoltare alcune canzoni che riteneva adatte al mio stile. Abbiamo ascoltato una dozzina di pezzi, se non ricordo male, e ne abbiamo scelti sette o otto, quelli con cui mi trovavo più a mio agio e che mi calzavano come un guanto”. Altre differenze? “Beh,  Tweedy è un comico nato, quel ragazzino mi ha fatto  sganasciare dalle risate. Ry è più anziano e anche più serio: con lui non c’è stato tanto tempo per ridere. Ecco la differenza. Ah, e poi in studio con Jeff abbiamo mangiato meglio. C’era un servizio catering che ci portava cibo fresco prendendo le nostre ordinazioni da un giorno all’altro. Con Ry, per i nostri fabbisogni alimentari, facevamo affidamento su un fattorino che andava a prenderci quel che trovava in giro”. All’empatia naturale tra Mavis e il suo nuovo produttore ha certo contribuito la comune origine geografica: entrambi chicagoani, anche se il loro primo incontro è storia recente. “L’ho conosciuto cinque mesi prima di entrare in studio, più o meno. Era venuto a vedermi cantare in un piccolo club del North Side di Chicago, quell’ Hideout in cui abbiamo registrato il nostro ultimo cd dal vivo. E’ entrato in camerino per presentarsi, e dopo lo show è tornato per dirmi quanto gli era piaciuto il concerto. Dopo qualche giorno il mio manager mi ha informata per telefono che voleva produrre il mio prossimo album. Non potevo crederci, non stavo nella pelle. Mi ha chiamata e ci siamo parlati un paio di volte al telefono. Abbiamo fissato un incontro a pranzo e abbiamo passato due ore e mezza a raccontarci le nostre vite.  Lui mi spiegò di essere cresciuto ascoltando gli Staple Singers, mi disse che adorava la nostra musica, mio padre Pops e il suo modo di suonare la chitarra. Il nostro secondo incontro avvenne nello studio di registrazione dei Wilco, il Loft, dove mi fece ascoltare i brani che aveva scelto. Girava con un iPod pieno di pezzi anni ’50 e ’60 degli Staple Singers, mi chiese se mi andava di reinciderne qualcuno. Certo che sì, gli risposi, mi sarebbe piaciuto eccome ricantare quelle vecchie canzoni scritte da mio padre: mi ha fatto sentire giovane, come ai vecchi tempi. Quei brani mi ricordano il miglior periodo, anche musicale, della mia vita: quando bastavano le nostre voci e la  chitarra di papà, senza sezione ritmica.  Così ne abbiamo scelti tre, ‘Downward road’, ‘Too close to heaven’ e ‘Don’t knock’… Sì, mi hanno detto che l’ha appena registrata anche Tom Jones: incredibile, non vedo l’ora di ascoltarla! Dopo di che Tweedy s’è messo a scrivere una canzone di cui aveva solo il titolo, ‘You are not alone’. Scrivi, Tweedy, scrivi, l’ho incoraggiato: quel titolo – ‘non sei solo’ – mi piaceva molto. E la canzone…è una delle più belle che io abbia mai cantato!”.  Poi il leader dei Wilco è andato ancora più indietro nel tempo, ripescando un paio di gioiellini dal repertorio gospel dei Golden Gate Jubilee Singers.. “Quando mi ha fatto ascoltare quei pezzi  gli ho chiesto come diavolo facesse a conoscerli: io li ascoltavo quand’ero bambina, sono persino più vecchi di me! E’ roba dei primi anni ’30, mio padre ce li suonava quand’eravamo piccoli.  Una è ‘Creep along Moses’, l’altra ‘Wonderful savior’. Tweedy voleva che la cantassi  sulla tromba delle scale, fuori dallo studio. Ehi man, gli ho detto, non ci penso proprio. Ti rendi conto del freddo che fa? E’ stato uno degli inverni più rigidi di sempre, a Chicago. Costantemente sottozero. Ma lui ha insistito e insistito, mi ha fatto portare un soprabito, un cappello, una sciarpa e dei guanti e alla fine mi ha convinto. Faceva così freddo che si vedeva il fiato, quando ho riascoltato la mia voce gli ho chiesto di riprovarci. Ma niente da fare: non ce n’è bisogno, mi ha detto, è a posto così. Ero pronta a tornare là fuori ma non è stato necessario. E quella che senti sul disco è la prima take. Nell’album, con me, canta spesso Donny Gerrard, ma anche Kelly Hogan e Nora O’Connor che fanno le coriste per Neko Case. E c’è la band di Rick Holmstrom, che da due anni mi accompagna stabilmente dal vivo”.

Ma “You are not alone” non è un album gospel. In scaletta ci sono anche brani “laici”, più familiari anche al pubblico rock: “Losing you” di Randy Newman, per esempio, o “Wrote a song for everyone” dei Creedence di John Fogerty (Mavis la canticchia al telefono). “Grandi canzoni, è il merito è ancora una volta di Tweedy. E’ riuscito a farmi sentire sempre a mio agio con le sue scelte musicali. Sono canzoni nuove, nel mio repertorio, ma parlano di ciò di cui ho cantato tutta la vita: hanno un messaggio positivo,  cantarle mi fa sentire bene”. Chissà che arrivi un tardivo Grammy, questa volta…“Quando uscì ‘I’ll take you there’, che nel 1972 fu il disco black più venduto in America, ce lo aspettavamo, un Grammy”, ricorda Mavis. “Ma poi lo diedero a qualcun alto, credo ai Temptations, ed io e mia sorella ci rimanemmo male. Mio padre ci prese da parte e ci disse: ascoltate, non prendetevela per un Grammy. Sarà Dio a darvi la ricompensa finale. Non abbattetevi, alzate la testa, non fatevi mai condizionare da cose del genere. Non avere vinto un Grammy non conta nulla, ci sono cose più importanti nella vita. Ho imparato la lezione, non canto per conquistare un Grammy o per ottenere un qualche riconoscimento. Canto per portare un messaggio alla gente, per sollevargli il morale, per dare a chi mi ascolta la forza di alzarsi dal letto ogni mattina. Mio papà mi ha insegnato tante cose preziose: per esempio a cantare con il cuore. Una volta, avevo tredici anni, eravamo a New York per un concorso di voci nuove. Prima di me si esibirono alcuni coetanei che correvano in lungo e in largo per il palco cantando a squarciagola. Quando fu il mio turno provai a imitarli, mio padre mi afferrò per un braccio e mi chiese cosa stesse succedendo. Niente, papà, sto solo cantando. Ma lui mi spiegò che quando canti la musica del Signore non hai bisogno di fare acrobazie e di sgolarti, devi solo cantare con il cuore ed essere sincero. Se lo fai la gente se ne accorge e ti amerà. Non l’ho mai dimenticato. Prima di salire sul palco mi basta fare un poco di meditazione, e sono pronta”. Chissà che ne pensa di American Idol e dei talent show, allora, dove tutti fanno a gara per dimostrarsi più virtuosi degli altri… “All’inizio non riuscivo proprio ad ascoltarli, quei ragazzini. Ma con il tempo sono migliorati. Non mi piaceva neanche la disco music, perché era tutto ritmo e niente  messaggio. Oggi mi piacciono Mary J Blige, Beyoncé, Alicia Keys… E pure Lady Gaga, è un po’ matta ma ha una bella voce”. Sharon Jones? “Oh, lei è un’amica. La adoro: canta molto bene ed è una che lavora sodo. Una volta l’ho invitata sul palco a cantare con me e ci siamo divertite molto”. Bettye LaVette, sua compagna di etichetta alla Anti? “La scoprii tanti anni fa, quando ebbe il suo hit (“Take me down easy”, 1966), ho seguito la sua carriera ma prima di tre anni fa non ci eravamo mai  incontrate di persona. Oggi abbiamo anche lo stesso agente per i concerti, Rosebud, e abbiamo fatto alcuni show assieme..  E’ grande, ha avuto una vita molto difficile, completamente diversa dalla mia, e ha dovuto affrontare brutti momenti, soprattutto a causa del suo problema con l’alcol. Sono felice che ne sia uscita e che sia ancora in circolazione, grazie a Dio. La ammiro molto per come ha saputo tirarsi su e per i risultati che ha ottenuto”. E’ di nuovo ora di soul revival, e con Barack Obama alla Casa Bianca sembra proprio il momento giusto per tirar fuori il vecchio orgoglio nero. Tanto più che anche lui è un illustre cittadino di Chicago... “Purtroppo non ho potuto accettare l’invito a partecipare allo show televisivo che ha voluto per il Black History Month (il 10 febbraio 2010), mi trovavo a San Francisco per lavoro e non potevo muovermi. Se sono orgogliosa di lui? Certo, credo stia facendo molto bene. Anche se non sono in molti a riconoscerglielo, soprattutto tra i repubblicani e tra quei matti del Tea Party che vanno in giro a contestarlo indossando maschere, agitando cartelli e urlando di volere indietro il loro Paese. Sembra di rivivere gli anni ’60… Ma c’è più gente che lo ama e lo apprezza di quanto loro credano.  E’ un uomo intelligente, ha una bella famiglia e prego che venga rieletto. Anzi, sono sicuro che lo sarà”. Thank you Mavis, il tempo a disposizione sta scadendo. Giusto il tempo di strapparle qualche ricordo d’Italia, prima di vederla un’altra volta sui nosti palchi:  “Rammento di avere cantato in chiese e cattedrali meravigliose. Una avrà avuto mille anni: ricordo che guardai il soffitto, era così alto che mi sentii minuscola come una mosca. Dov’era? Vicino a Napoli, forse, Non ricordo. E poi non so pronunciare i nomi, sorry!”.

 

 

 

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