Concerti, Arcade Fire: la recensione dello show al Madison Square Garden

Concerti, Arcade Fire: la recensione dello show al Madison Square Garden

Entrare nel Madison Square Garden fa una certa impressione: si arriva direttamente dalla metropolitana e bisogna avventurarsi in un labirinto di scale mobili. Poi, quando finalmente si giunge in cima la vista non è davvero niente male. “The world’s most famous arena”, come recitano i cartelli all’ingresso, è tutto quello che ci si aspetterebbe. E il fatto che gli Arcade Fire, nati sette anni fa come uno dei tanti gruppi indie, siano riusciti ad arrivare fin qui da la sensazione del loro successo, non solo di critica.
L’attesa attorno al loro nuovo album “The suburbs” e a queste due serate a New York è altissima e la band non può certo deludere i fan, che hanno fatto fuori i biglietti disponibili in pochissimo tempo.

Per la regia del concerto di domani, che andrà in diretta su YouTube, si è addirittura scomodato il geniale Terry Gilliam. Ad aprire la serata ci sono Owen Pallett e gli Spoon, entrambi penalizzati da un suono troppo pieno di riverberi: la band texana, in particolare, è quella che ne risente di più.
Ma quando verso le dieci gli Arcade Fire salgono sul palco si capisce che la musica è cambiata: accolta da una vera e propria ovazione, la band di Montreal attacca con la nuova “Ready to start”, una cavalcata rock davvero niente male. Poi però decide di infiammare davvero il pubblico del Garden e suona “Neighborhood #2 (Laika)”, una canzone che ci ricorda quanto il gruppo riesce a trasformare ogni concerto in una festa ricca di suoni e danze. Segue “No cars go”, singolo estratto da “Neon bible”, carica di energia e malinconia.
Win Butler appare voglioso e per nulla emozionato dal contesto: la sua voce, pulita e penetrante, va alla grande. Régine Chassagne, come sempre, volteggia tra uno strumento e l’altro con sorprendente disinvoltura, stretta nel suo vestito di paillette argentate. E canta ovviamente, come nella splendida “Haiti”, che per alcuni minuti trasforma il Garden in una polveriera.
È quasi impossibile stare dietro agli Arcade Fire sul palco: troppo movimento, troppi cambi continui di formazione. È il suo bello, è l’insieme a trascinare. Non servono nemmeno grandi scenografie: basta un megaschermo alle spalle, che a tratti proietta i primi piani dei musicisti e qualche breve animazione. Difficile dare dei pareri netti sui nuovi pezzi, si rischierebbe un giudizio affrettato: fatto sta che “Rococo”, che ricorda molto lo stile degli esordi, il singolo “The suburbs” e “We used to wait” sembrano i brani migliori.
Da risentire invece “Half light II (No celebration)” e “Sprawl II (Mountains beyond mountains)”, che ha uno stile quasi new wave piuttosto insolito per la band. Peccato non aver potuto ascoltare “Modern man”, sicuramente una delle più riuscite dell’ultimo album.
Ma, come previsto, sono le canzoni vecchie ad avere un impatto più forte: la doppietta “Neighorhood #3″/”Rebellion (Lies)”, suonata tutta d’un fiato, non può lasciare indifferenti. Stesso dicasi per “Neighborhood #1″ e “Keep the car running”, in passato suonata insieme al “Boss” Bruce Springsteen, che apre l’encore con una forza emotiva davvero incredibile. E poi non poteva mancare un gran finale: ecco allora “Wake up”, che stavolta libera l’urlo collettivo del Madison Square Garden, in una festa che sa tanto di liberazione.
Gli Arcade Fire dimostrano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che anche la musica indie può uscire dagli steccati e riempire gli stadi. Essere arrivati qui e aver suscitato tutto questo entusiasmo ne è la prova.

(Giovanni Ansaldo)

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