Stefano D'Orazio traduce gli Abba: 'Più difficile che scrivere una canzone'

Stefano D'Orazio traduce gli Abba: 'Più difficile che scrivere una canzone'

Da batterista dei Pooh, il più longevo e popolare gruppo pop italiano, Stefano D’Orazio non ha mai avuto occasione di incrociare la strada degli Abba, il più famoso gruppo pop di Svezia (e del mondo, tra il 1974 di “Waterloo” e i primi anni ’80).  Anche per questo, confessa a Rockol, non vede l’ora che arrivi la “prima” italiana di “Mamma mia!”, il musical che debutterà al Teatro Nazionale di Milano il 24 settembre e per il quale ha tradotto in italiano numerosi successi del celeberrimo quartetto. “Lì ci sarà anche Bjorn Ulvaeus (uno dei due autori della band, accanto a Benny Andersson) e finalmente ci incontreremo”.

Un amore di lunga data, quello tra D’Orazio e gli Abba? “Ovviamente hanno scritto una pagina molto importante della storia della musica, ritrovarsi a lavorare su canzoni che hanno segnato la mia giovinezza è un privilegio. Riascoltando i loro pezzi, ho anche colto significati che all’epoca mi erano sfuggiti. E ho potuto nuovamente apprezzare quel sound inconfondibile: tanto inconfondibile che negli allestimenti teatrali di ‘Mamma mia!’ c’è una band che suona dal vivo usando gli strumenti e gli effetti d’epoca perché tutto sia come allora”.  Il tutto è nato da una telefonata della Stage Entertainment, la multinazionale che cura la produzione dello show e che dallo scorso anno è entrata in azione anche in Italia: “Mi hanno chiamato perché volevano qualcuno in grado di esprimersi in un linguaggio pop, in sintonia con lo stile degli Abba. So che prima di me era stato contattato un altro traduttore peraltro molto valido, Franco Travaglio, ma non so per quale motivo la collaborazione si sia poi interrotta. Fatto sta che Bjorn e il team inglese che cura lo spettacolo hanno voluto sapere tutto di me: il mio curriculum, che cosa avevo fatto in passato, che tipo di canzoni scrivessi. Mi hanno messo alla prova con un pezzo, ‘The winner takes it all’, che io ho tradotto come ‘Chi vince porta via’. Siccome mia figlia si trovava proprio in quei giorni in sala d’incisione, le ho chiesto di cantarmi un provino, di registrare una traccia per pianoforte e voce che ho mandato ai miei committenti. Dopo un paio di giorni mi hanno fatto sapere che erano contenti del risultato e che volevano affidarmi l’intero lavoro. L’unica mia remora riguardava i tempi di consegna. Tutto doveva essere pronto entro il 30 giugno e proprio in quel momento ero presissimo da ‘Aladin’. Riascoltate le versioni originali e visionate le partiture delle canzoni, ho comunque deciso di accettare. Sono scappato dalle prove di ‘Aladin’ per rifugiarmi come al solito a Pantelleria. E in cinque giorni di lavoro ho buttato giù quindici-sedici testi. E’ stato impegnativo ma anche stimolante, tradurre in poesia concetti espressi in un’altra lingua”. Con quali limiti e con quali libertà? “Sicuramente è molto più difficile che inventarsi una canzone di sana pianta, in quel caso quando qualcosa non suona bene puoi alterare le frasi o cambiare le metriche a piacimento. Qui invece c’erano delle strutture da rispettare, delle emozioni  che andavano trasmesse anche adottando parole differenti. Pensa al termine “blue”, che in inglese significa triste, mentre in italiano un cielo blu trasmette una sensazione di gioia e di serenità: ho dovuto spiegarglielo, agli inglesi. Nel  passaggio da una lingua a un’altra si perde il senso di certe frasi idiomatiche: ho cercato di conservare, a mio modo, certe sfumature ironiche dei testi originali. Bisognava anche rispettare la consecutio,  assicurarsi che certe cose venissero raccontate e che la storia filasse avendo un senso compiuto. In certi casi, poi, le parole dovevano essere  sincronizzate con le coreografie, dal momento che a certe frasi del testo corrispondono determinati movimenti di scena; dunque non potevo spostarle neanche di una battuta. Per questo motivo alcuni testi hanno richiesto una seconda rielaborazione”. Qualcosa di simile a un cruciverba per risolutori esperti, par di capire. “Ti faccio un altro esempio: l’inglese, come sai, è ricco di bisillabi e di parole tronche. I nostri vocaboli, invece, finiscono tutti con una vocale.. con quella nota lunga che ha fatto dell’Italia la patria del belcanto. Per adattare un testo inglese, dunque, dovresti ricorrere il più possibile ai bisillabi accentati: che in italiano sono in tutto 33, inclusi Gesù e tribù…Dunque dovevo preoccuparmi di non aggiungere mai una vocale in più, era tassativo che non ci fosse una battuta di troppo. In ‘Chi vince porta via” gli inglesi contavano una sillaba in più, Bjorn per interposta persona mi ha fatto notare che se lui avesse aggiunto una parolina, che so un ‘now’, in fondo a ‘The winner takes it all’, la canzone non sarebbe mai diventata un hit! Sono rimasto colpito, e ammirato, dalla dedizione e dall’affetto con cui gli Abba tutelano il loro repertorio. Ricordo che, finito il lavoro, ero partito per Roma. Appena sbarcato in aeroporto lo staff di produzione mi telefonò per dirmi che aveva qualcosa da chiarire. Mi raggiunsero a cena per discuterne: volevano capire l’intenzione e il sentimento che si celavano dietro determinate parole che avevo scelto. Da quanto ho capito l’iter è stato abbastanza complesso: le mie traduzioni venivano ritradotte in inglese, verificate dalla produzione inglese e sottoposte all’attenzione di Bjorn per l’approvazione definitiva. Sono attentissimi agli standard qualitativi… per questo motivo, credo, i precedenti tentativi di allestire una versione italiana dello show non erano andati a buon fine. La Stage Entertainment, invece, è una società altamente professionale. Lo si vede anche dal rispetto che nutre nei confronti degli artisti e dei tecnici: al nuovo Nazionale ogni camerino è dotato di doccia e accappatoi, c’è una lavanderia interna che ogni giorno consegna costumi di scena puliti…Sembrano piccoli dettagli. E invece è un passo avanti importantissimo, in un mondo ancora provinciale e improvvisato com’è quello del teatro italiano, dove i camerini spesso assomigliano dei loculi e sui muri trovi ancora graffiti dell’epoca di Carosone o di Renato Rascel…Assistendo  alle prove dello show, ho verificato la grandissima attenzione che il direttore musicale (Martin Koch, ndr) pone sulle rime, le cadenze, il respiro del testo.  E’ stata una sfida ma sono molto soddisfatto del risultato. Ho verificato che i cantanti interpretano i miei versi con trasporto, che tutto scorre senza inciampi”.

Si è ispirato a precedenti esperienze, D’Orazio, per la stesura dei testi? “No, a nessuno. Sapevo che esistevano già traduzioni italiane di pezzi degli Abba (cantate, tra gli altri, da interpreti come Orietta Berti, Wilma Goich e Los Marcellos Ferial, ndr), ma ho voluto starne alla larga anche perché dovevo muovermi lungo una direttrice diversa. Non si trattava, nel mio caso, di fare delle cover, che molto spesso nel testo non richiamano neanche lontanamente il significato originale. Pensa ai Pooh degli esordi,  che trasformarono ‘Keep on running’ (dello Spencer Davis Group) in ‘Vieni fuori’ ”. Qualche complicazione tecnico-burocratica, con i diritti editoriali e d’autore? “Ci sarà stato sicuramente un rideposito in SIAE, ma gli unici a cui bisogna rendere conto e chiedere il permesso sono gli autori ed editori originali. Dunque il problema non si pone…”

Aveva visto lo show originale e il film, D’Orazio?  “Sì, tutti e due. E quando sono andato a vedere lo spettacolo a teatro in Inghilterra, ormai parecchi anni fa, ci sono rimasto anche abbastanza male…Il fatto è che già allora Saverio Marconi mi aveva chiesto di scrivere un musical incentrato sulle canzoni dei Pooh, e io mi misi al lavoro su ‘Amici per sempre’. Vedendo ‘Mamma mia!’ capii che qualcun altro aveva avuto la stessa idea, e che  sarei arrivato per secondo. Anche per questo accantonammo quel progetto scegliendo invece di dedicarci a ‘Pinocchio’”.

  

 

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