Incognito featuring Mario Biondi: 'Merita il palcoscenico mondiale'

Incognito featuring Mario Biondi: 'Merita il palcoscenico mondiale'

Mario Biondi ci ha messo del suo, per promuovere in Italia la musica degli Incognito. E il depositario unico del glorioso marchio dell’acid jazz inglese, Jean-Paul Maunick meglio noto come Bluey, vuole restituirgli il favore: per questo è salito con lui sul palco, in questa torrida estate italiana, e lo ha invitato a cantare in due brani del disco che celebra il trentennale di carriera, “Transatlantic R.P.M.”, uscito martedì scorso (27 luglio) nei negozi. “E’ ora che il pubblico mondiale si accorga di lui”, racconta a Rockol il londinese originario delle Mauritius. “Non solo ha una gran voce e moltissimo stile, ma fa ottima musica ed è un grande entertainer. E la gente ama gli artisti che sanno fare spettacolo”. In “Lowdown”, la cover scelta per il lancio dell’album, Bluey lo ha fatto duettare nientemeno che con Chaka Khan. Scelta artistica ma anche “strategica”: “Ho sempre desiderato registrare quella canzone, da quando nel ’76 mi innamorai dell’album di Boz Scaggs ‘Silk degrees’. Ma per rifarla non bastava un soul singer ordinario: la voce di Scaggs, nell’originale, lasciava una forte impronta. Per rifarla ci voleva uno con il timbro, la tonalità e la personalità di Mario. Mi sono accorto del suo valore vedendolo improvvisare dal vivo gli arrangiamenti vocali degli standard che interpreta. Ha un gran senso della melodia, ‘sente’ intuitivamente il ritornello. Mi colpì subito, quando sentii il suo primo disco. Da tempo un mio fan italiano continuava a ripetermi che dovevo fare qualcosa con il ‘Barry White d’Italia’: solo dopo mi accorsi che si trattava della stessa persona che avevo ascoltato. Il duetto con Chaka? Beh, gli Incognito girano il mondo ma lei è a un altro livello di popolarità: se c’è lei di mezzo, il palcoscenico mondiale è assicurato”.

Per il resto (Biondi canta un altro brano, “Can’t get enough”, e la Khan è voce solista su “The song”) Bluey è ricorso al solito battaglione di vocalist, compreso un rapper, il losangelino Luckyiam:”Per questo ho scelto questo nome d’arte, gli Incognito sono sempre stati un “concept” più che una band. Non stupirti di vedere camhiare spesso cantanti e musicisti”. E, fatto più unico che raro, si cimenta lui stesso davanti al microfono nel pezzo finale, “Tell me what to do”. Perché tanta ritrosia? “Che faresti, tu, se avessi a disposizione le voci di Mario, di Tony Momrelle, di Joy Rose?”, ridacchia. “Però stavolta mi sono detto che se proprio volevo farlo era questione di ora o mai più. Era arrivato il momento di dimostrare di avere un po’ di fegato!”. Lo spazio c’era: “Transatlantic R.P.M.” è un disco lungo, oltre 73 minuti di durata come un vecchio doppio Lp in vinile… “All’inizio ero deciso a pubblicare un album di 9 pezzi, ma poi improvvisando in studio con i musicisti me ne sono ritrovati tra le mani molti di più. Non volevo fare due dischi separati, perché le canzoni suonavano bene insieme ed erano parte di un progetto coerente. Non sapevo quali scartare perché mi piacevano tutte. Così non ho messo nulla da parte”.

L’impressionante lista degli ospiti include stavolta anche Leon Ware e Al McKay, chitarrista degli Earth Wind & Fire. “Tutto nasce dall’idea di fondo del disco, che già nel  titolo è un omaggio a tutti quei 45 e 33 giri provenienti dalle due sponde dell’Atlantico con cui sono cresciuto, e che a fine anni ’70 vendevo nel mio negozio di dischi a Londra. Molti gruppi inglesi funk jazz della prima ora, come Gonzalez e FBI, ma soprattutto roba americana. Andare a registrare quegli  artisti a casa loro, a Filadelfia e a Los Angeles, è stato un po’ come chiudere il cerchio”.  A proposito: molti dei progenitori, e dei contemporanei, degli Incognito sono scomparsi dalla circolazione. Come ha fatto, Bluey, a restare in pista? “Restando fedele a me stesso, imponendomi di non cambiare per assecondare le mode. Lo so che tanti musicisti devono sbarcare il lunario, ma a me non interessa comporre musica per jingles, per la pubblicità di uno champagne o per un’ happy hour. Se poi qualcuno vuole usarla in uno spot, tanto meglio, ma non è per questo che scrivo e registro: a me interessa curare i dettagli, l’architettura generale del suono. Ho la fortuna di fare un mestiere che mi permette ogni sera di esibirmi davanti a un pubblico: e nessuno può accusarmi di essere un revival, perché non sono mai scomparso”. Ma che fine ha fatto la scena di un tempo? “Finita per sempre, temo. Ci sarà sempre gente che suona acid jazz, funk e rare groove, e a Londra ci sono ancora locali che programmano quel tipo di musica, come il Jazz Cafè e il Ronnie Scott’s. Ma quando questa musica esplose in Inghilterra, negli anni ’80, praticamente ogni pub metteva tre band in fila ogni sera, nascevano locali dappertutto e anche le sale prova di sera diventavano dei club. Oggi è diverso, i tempi cambiano ed è normale che sia così”. Bluey non sembra preoccuparsene più di tanto: e a ragione, se può contare sull’apprezzamento di monumenti come Stevie Wonder. “Avrebbe dovuto suonare in questo disco, poi impegni personali e la preparazione del tour non glielo hanno permesso. Ma mi ha promesso che cercherà di esserci la prossima volta”. Magari in duetto con Mario Biondi?

 

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