Confindustria Cultura Italia: 'Protagonisti della Digital Agenda europea'

Esiste dal 2007 (a promuoverne la nascita è stato l’ex presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo), da allora ha cambiato nome (prima si chiamava Sistema Cultura Italia) ma soltanto ieri (9 giugno), a Milano, si è presentata ufficialmente al pubblico degli addetti ai lavori: Confindustria Cultura Italia è la Federazione Italiana dell’Industria Culturale che riunisce dieci associazioni nazionali di categoria nei settori del cinema, dell’audiovisivo e dello spettacolo (AGIS, ANICA, APT, UNIVIDEO), della musica (AFI, FIMI, PMI), dell’editoria (AIE, ANES) e dei videogiochi (AESVI); un’organizzazione trasversale che nel suo messaggio di saluto, letto dal presidente Paolo Ferrari, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia descrive come “un comparto industriale vero e proprio, in grado di generare profitto

  e creare occupazione”. Ne fanno parte, come ricorda lo stesso Ferrari (presidente di ANICA - Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche, Audiovisive, Multimediali) 17 mila imprese che danno complessivamente lavoro a circa 300 mila persone (tra artisti, tecnici, maestranze, impiegati) generando un valore aggiunto pari a circa 16 miliardi di euro.

Si tratta, insomma, dei cosiddetti produttori italiani di “contenuti”, chiamati a contribuire allo sviluppo e all’implementazione di quella “Digital Agenda” che la Commissione Europea ha varato nel mese di maggio con il fine di diffondere l’utilizzo legale delle tecnologie digitali nel Continente a vantaggio di tutti gli strati della popolazione.  “Nell’Agenda il tema dei contenuti viene evidenziato come elemento importante ma non come passaggio strategico per l’evoluzione del mercato”, ricorda Enzo Mazza (FIMI), seduto al tavolo dei relatori accanto a Ferrari, a  Gisella Bertini Malgarini (vice Presidente CCI e Presidente ANES, che parla delle sfide della multimedialità) e a Gaetano Ruvolo, presidente di AESVI (che cita l’industria dei videogiochi come modello di coesistenza tra cultura e tecnologia).

  “Eppure stiamo parlando di un’industria che nel suo complesso contribuisce per il 6,9 % al PIL europeo: ecco perché diventa necessario sensibilizzare le istituzioni e in particolare i parlamentari europei sui temi che ci riguardano, svolgendo un ruolo attivo a fronte di tutta l’attività legislativa che ha per oggetto innovazione tecnologica e  contenuti. Proprio in questi giorni, a Strasburgo, si vota sulla cosiddetta ‘relazione Gallo’ in tema di contraffazione e pirateria: dobbiamo convincere i nostri parlamentari a sostenerci al di là degli schieramenti e delle contrapposizioni ideologiche che finora hanno influenzato le loro posizioni”.

Il rapporto Gallo, che prende il nome dalla parlamentare francese, Marielle Gallo (esponente del partito UMP, lo stesso di Nicolas Sarkozy) che ne è relatrice, propone l’estensione a tutto il Continente del modello transalpino di  “risposta graduata” alle violazioni dei copyright, una soluzione che incontra forti resistenze non solo da parte del “popolo della Rete” ma anche sul fronte degli Internet Service Providers, titolari di interessi economici spesso divergenti.

Anche all’interno della UE, ammette Mazza, gli orientamenti degli stati membri non sono uniformi: “Alcuni, in effetti, contrastano quella che considerano una eccessiva ‘criminalizzazione’ del reato di violazione del copyright. In Italia disponiamo già di una legge efficace, e lo dimostra il fatto che una sentenza della Cassazione è riuscita a bloccare un sito straniero come The Pirate Bay. Ma è una questione di priorità: sui casi di pedopornografia, eMule viene tartassato settimanalmente da raid e sequestri della Polizia Postale; sulla pirateria musicale le azioni sono molto più saltuarie, e interviene soltanto la Guardia di Finanza. Conta molto anche l’atteggiamento della politica. In Francia il presidente Sarkozy si è speso in prima persona per la promulgazione della legge antipirateria rimettendoci in popolarità. Da noi prevale un approccio più populista: parlare di musica e di film gratis per tutti porta voti…”. .

Nel mirino finiscono ovviamente le dichiarazioni del ministro Roberto Maroni, che ha più volte dichiarato di scaricare musica dalla Rete: lo nominano esplicitamente Ferrari (che mette a confronto gli investimenti in cultura del governo italiano e francese: 1,8 miliardi di euro contro 12 miliardi) e Roberto Guerrazzi presidente di Univideo. Dalla pirateria il discorso si allarga ai rapporti con i giganti della Rete come Google, grandi aggregatori di contenuti anche illegali: Mazza e Marco Polillo, presidente dell’AIE (Associazione Italiana Editori), sottolineano che  “il suo atteggiamento è molto cambiato: oggi non ci mette più davanti al fatto compiuto, ma discute preventivamente con noi dei suoi progetti. Anche la cancellazione da YouTube dei materiali illegali è diventata tempestiva”. Mentre Leopoldo Lombardi dell’AFI invita a fare sistema “contro l’assalto alla diligenza del diritto d’autore”, Fiorenzo Grassi di AGIS Lombardia lancia infine un monito a proposito dello spettacolo dal vivo: “Senza sostegno pubblico musica e teatro di prosa non sono più in grado di andare avanti. L’alternativa è di triplicare i prezzi dei biglietti, col rischio di spingere molti spettatori a disertare i nostri spettacoli”.

  

 

 

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