La guerra con le radio: i discografici fanno quadrato

Jolly President Hotel di Milano, lunedì 24 maggio: tutti (beh, quasi tutti: ne riparleremo presto) riuniti al tavolo dei relatori o accomodati in platea, i discografici italiani fanno quadrato contro i dieci network radiofonici nazionali che dall’8 maggio scorso hanno bloccato la programmazione delle novità discografiche in segno di protesta contro la richiesta di aumento, a loro modo di vedere ingiustificata, dei diritti connessi dovuti per la pubblica diffusione di musica registrata. Ma, a differenza dei fanti del 1915, non sono qui per varcare il Piave, entrare in una guerra senza se e senza ma o marcare una linea di non ritorno. Piuttosto per spiegare, replicare, eccepire, distinguere, sottolineare; lasciando aperto uno spiraglio alla trattaviva  (ora la materia è in mano a giudici e avvocati, e chissà quanto ci vorrà prima di una sentenza) ma restando irremovibili nelle loro convinzioni di base. E' una questione di soldi (pochi, visto che in ballo ci sono 2 milioni di euro di incassi l’anno - l’1 % dei ricavi lordi globali dei network, 200 milioni di euro l’anno - e 5 milioni di euro di arretrati accumulati da quando, a partire dall’inizio del 2008, le radio hanno iniziato a interrompere, frammentare o dilazionare i pagamenti) ma soprattutto di principio, per non creare pericolosi precedenti ed erigere una barriera a difesa del diritto connesso.  

Saverio Lupica, presidente di SCF (il Consorzio che in materia di diritti connessi e nella specifica vicenda rappresenta il 95 % delle case discografiche italiane), ribadisce i termini della questione: coprendo grazie alla  musica 12/15 ore di palinsesto quotidiano, le radio non possono continuare a pagare, come da contratto scaduto a fine 2006, l’1,036 % dei ricavi lordi. “Mentre le emittenti spagnole pagano il 2 %,  quelle inglesi e francesi  il 4 % e quelle tedesche il 5,6 %: Ci batte persino la Grecia, con tutti i problemi che ha in questo momento: anche lì siamo oltre il 2 %”. “Siamo ancora aperti a un confronto”, precisa, “purché le radio ci riconoscano compensi adeguati ai livelli del mercato”.

Enzo Mazza, presidente della FIMI, rincara la dose dicendosi “sorpreso che ci si sorprenda.  Come spesso accade in Italia, qui i termini del problema sono stati ribaltati: i colossi radiofonici si lamentano di  essere vessati dalle imprese discografiche...In sostanza, il topolino è accusato di schiacciare l’elefante. Si legge spesso di un’industria discografica in crisi e sempre meno rappresentativa, ma stranamente in questo caso l’immagine è quella di una potenza che stritola un settore, quello radiofonico, composto di soggetti che sembrerebbero operare per il bene della collettività; mentre è ovvio che si tratta di imprese che trasmettono musica per aumentare l’audience e di conseguenza gli introiti pubblicitari. Se poi si guardano i loro bilanci, si scopre che pagano di più per l’energia elettrica che per la musica che mandano in onda. Con la differenza che l’erogazione dell’energia, in caso di mancato pagamento, viene interrotta, e quella della musica no: ci sono trattati internazionali che sanciscono che artisti e produttori non possono impedire la pubblica riproduzione del loro repertorio: la musica è soggetta a una licenza legale, non può essere limitata dall’avente diritto che può solo rivendicare un diritto all’equo compenso”.  Mario Limongelli, presidente dell’associazione di etichette indipendenti PMI, ricorda i tempi in cui “indies” e radio private collaboravano proficuamente sviluppando tra di loro “un forte sodalizio. Ora però non possono sottoporci una liberatoria con cui dovremmo rinunciare al diritto connesso sulle novità discografiche. Abbiamo sempre detto di sì a tutte le loro richieste, ma oggi non possiamo accettare di essere  sotto i minimi europei del 50 %. Io le invito a rinunciare a un’azione di ritorsione che non serve a nulla e a smetterla con i ricatti: il ricatto non è un atto civile”.

Sollecitati dalle domande dei giornalisti, i discografici cercano di fare luce sugli aspetti tecnici e di principio della questione. I radiofonici sostengono di pagare più dell’1 % ? “In totale le nostre spettanze ammonterebbero in effetti al 3,50 %: al 2 % di diritto connesso si somma  l’1 % del diritto di riproduzione e lo 0,50 % di diritto di comunicazione via Internet”, spiega Lupica. “Ai tempi della prima convenzione stipulata nel 2001, però, avevamo concesso uno sconto del 40 %. E ora abbiamo richiesto di ridurlo del 30 % : con gradualità, nell’arco di 4/5 anni. Ma la risposta è stata negativa su tutta la linea”.

E le singole case discografiche? Come si comporteranno di qui in avanti? Nel fronte compatto, emergono sfumature diverse: la strategia del bastone e della carota. “Siamo spettatori di questa situazione”, risponde Massimo Giuliano (Warner Music). “A un certo punto l’aspetto promozionale del rapporto con le radio si è incrociato a quello economico. Nel frattempo,  i dischi alle radio noi continuiamo a mandarli... Cosa succederà? Impensabile che qualcuno di noi firmi una liberatoria, molti di noi hanno dei referenti internazionali a cui rispondere. E’ una situazione grottesca, ma sicuramente non rivedremo la nostra posizione”. Andrea Rosi (Sony Music) sottolinea che “non abbiamo organizzato una conferenza stampa contro le radio, ma per le radio. Negli scenari in profonda trasformazione in cui ci troviamo ad operare, le emittenti devono diventare nostri partner non solo sotto il profilo promozionale  ma anche commerciale, evolvendosi in piattaforme di utilizzo molteplice dei nostri contenuti”. Filippo Sugar, presidente dell’omonimo gruppo, aggiunge che la situazione  “danneggia non solo i produttori fonografici ma anche gli stessi artisti. Non possiamo recedere,  le nuove condizioni del mercato digitale impongono all’industria un’attenzione sempre più rigorosa alla valorizzazione dei diritti. Non vogliamo mettere in atto azioni aggressive”, conclude, “questa situazione ci dispiace e vorremmo tornare ad avere rapporti costruttivi e corretti”. Marco Alboni (EMI) sostiene che “le radio sembrano avere perso un po’ il senno. Noi chiediamo solo il rispetto delle regole e di un diritto naturale che è illogico e privo di senso pratico voler negare: a forza di continuare a dirci che questo è un Paese speciale, finiamo per retrocedere invece di andare avanti. Mi auguro che le radio, le cui scelte editoriali sono evidentemente orientate all’obiettivo di fare business, ritornino a posizioni di ragionevolezza”.  E Alessandro Massara (Universal) replica alle dichiarazioni di quei network che “si ergono a paladini della musica italiana. Chi lo ha detto, Eduardo Montefusco di RDS, sta a capo di un’emittente che trasmette per il 70 % musica internazionale. In RTL la quota dell’internazionale è del 60 %, a Radio DeeJay e a Radio Montecarlo oltre l’80 %, a Virgin Radio più del 90 %. E questo mentre nella Top Ten corrente dei dischi più venduti 9 posizioni su 10 sono occupate da artisti italiani. Oggi usiamo la tv per promuovere gli artisti? E’ vero, ma non tutti vanno in televisione. E vogliamo avere una possibilità di vendere anche i loro, di dischi”.

Fin qui i discografici. Quanto alle controrepliche delle radio, sicuramente non si faranno attendere. La guerra, oltre che in tribunale, si gioca sui mezzi di informazione. E’ appena scoppiata - dopo anni di tensioni striscianti - in tutta la sua virulenza, chissà quando finirà.

 

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