NEWS   |   Industria / 14/05/2010

I network non passano in radio i nuovi dischi: è guerra sui diritti 'connessi'

I network non passano in radio i nuovi dischi: è guerra sui diritti 'connessi'

Radio vs. SCF, muro contro muro. Da inizio settimana, i maggiori network radiofonici privati hanno praticamente sospeso la programmazione delle novità discografiche congelando di fatto le playlist: la clamorosa “serrata” è l’ultimo episodio di un duro confronto che perdura da quasi un anno e mezzo e che ha per oggetto l’entità dei diritti “connessi” dovuti alle case discografiche per la pubblica diffusione di musica registrata. Scaduto nel 2006 l’accordo preesistente, le trattative finalizzate ad un rinnovo del contratto erano proseguite senza esito fino al dicembre del 2008, per poi interrompersi del tutto. A seguito di  quell’impasse la SCF aveva avviato cinque diverse azioni giudiziarie nelle sedi territorialmente competenti, a Milano e a Roma: destinatarie  Radio DeeJay, Radio Capital e m2o del gruppo L’Espresso, Radio 105, Radio Montecarlo e Virgin Radio del gruppo Finelco, più RTL 102.5, RDS, Radio 101 e Radio Italia Solo Musica Italiana. Convocate davanti ai giudici lo scorso mese di marzo per un  tentativo di conciliazione in extremis, le parti sono rimaste sulle loro posizioni, e i network nazionali associati a RNA hanno messo in atto una inedita e inattesa contromossa: invitando le singole case discografiche a firmare una liberatoria che li sollevasse dall’obbligo di versare i diritti “connessi” sui passaggi in radio dei nuovi “promo”  arrivati in redazione. Dal momento che nessuna etichetta consorziata a SCF ha firmato il documento, le stesse dieci radio hanno deciso di “chiudere” l’accesso ai palinsesti.

Il motivo del contendere non è il riconoscimento del diritto connesso sulla musica registrata, ma il suo valore economico. Perché la SCF insiste per un adeguamento delle tariffe? “Perché fino al 2006 le radio hanno goduto di uno sconto rispetto ai criteri già riduttivi previsti dalla legge italiana, che calcola le somme dovute in misura del 2 per cento dei ricavi lordi delle emitttenti e in proporzione alla quota di musica inclusa nella programmazione”, ha spiegato a Rockol il presidente SCF Saverio Lupica. “Dal momento che la musica copre più o meno  il 50 per cento dei palinsesti, la percentuale scende all’1 per cento: una quota molto inferiore a quelle applicate nel resto d’Europa, che vanno dal 2,16 per cento della Spagna al più del 5 per cento della Germania. Noi esigiamo un compenso equo, ecco perché insistiamo da tempo per un adeguamento delle tariffe”. Proprio ora, in tempi di crisi economica? “Ci siamo sempre dichiarati disponibili a concordare con la controparte un percorso graduale di applicazione delle nuove tariffe”, replica Lupica. “Non abbiamo mai preteso un effetto retroattivo a partire dal 2007, nonostante da allora non sia più stato firmato un accordo (nel frattempo le radio hanno continuato a versare anticipi sulla base delle vecchie condizioni contrattuali, ndr). Ora le cose cambiano: quale che sia la tariffa decisa dai giudici, chiediamo che venga applicata a partire dalla data di scadenza del vecchio contratto”.

Intanto le radio hanno messo in atto l’embargo alle novità: un grosso danno per le case discografiche? “A sentire i nostri consorziati, non mi pare”, risponde Lupica. “Le radio hanno sempre gestito  la loro programmazione in autonomia e le etichette indipendenti, in particolare,  hanno sempre faticato a fare includere i loro brani nelle playlist. Tanto che in molti si sono meravigliati delle lettere che hanno ricevuto dalle emittenti”.

Le case discografiche (e soprattutto le multinazionali) sembrano decisamente più preoccupate, al momento, di tutelare i loro diritti connessi (ormai una priorità strategica dell’industria, a livello internazionale) che la promozione in radio del loro repertorio, e sulla vicenda stanno facendo fronte comune. “Verificheremo alla prossima scadenza, il 30 di giugno, che cosa le radio hanno deciso di fare in attesa delle sentenze: se continuare a pagare o sospendere i pagamenti”, aggiunge Lupica. “La strada giudiziara, a questo punto, è l’unica via praticabile, e lo dico con rammarico. Se avessimo trovato più disponibilità da parte delle emittenti l’avremmo evitata volentieri. A questo punto attendiamo con fiducia le decisioni della magistratura: speriamo che le sentenze arrivino entro un anno”. 

Come risponde la controparte? Avremmo voluto chiederlo a Sergio Natucci, segretario nazionale della RNA (Radio Nazionali Associate), che rappresenta i network nella vertenza e che abbiamo cercato di contattare nella giornata di ieri: senza riuscire peraltro a raggiungerlo.