Concerto di Bowie a Milano: un tuffo nel passato (ma senza nostalgia)

Concerto di Bowie a Milano: un tuffo nel passato (ma senza nostalgia)
All’appello non ne mancava una delle duemila persone che l’Alcatraz riesce a contenere: è il popolo di Bowie che si è riunito (sborsando una discreta somma per il biglietto d’ingresso), in un sabato di dicembre dal clima decisamente milanese, per questo concerto tanto inaspettato quanto gradito.
Davanti al palco, fan giovanissimi si mescolano a coetanei del quasi cinquantatreenne signor Dave Jones, in una varietà di età e di stili in cui si rispecchia la versatilità di un artista che trent’anni fa, nei suoi momenti migliori, aveva già intuito come sarebbe cambiato il rock’n roll di fine millennio.
Sul palco (con un pizzico di ritardo), arriva l’ex Thin White Duke, che, smessi i panni futuristici e i trucchi pesanti del passato, si presenta al suo pubblico con una maglia gialla minimale e un paio di jeans, sfoggiando il caschetto nero da angelo inquietante della copertina di “Hours” e un sorriso che lascia spiazzati, e non solo per i denti rifatti. Bowie dà l’impressione di essere appena uscito da una lezione di yoga: è rilassato, cordiale, aperto, scherza con il pubblico e si scusa per la voce, resa un po’ roca dall’influenza. Ma nessuno se ne accorge e anzi, i toni di Bowie sono piacevolmente caldi e coinvolgenti.
La serata si apre con una “Life on Mars?” (anno di nascita 1971) cantata in coro dal pubblico, con Bowie che si limita ad accennare l’attacco delle strofe. Più che rompere il ghiaccio, è fonderlo. Nell’atmosfera raccolta del disco-club (che Bowie ha volutamente scelto per tastare il terreno e prendere le misure per futuri progetti dal vivo) si alternano brani dell’ultimo album e ripescaggi spesso inaspettati degli anni Settanta (ma c’è anche “Can’t help thinking about me” che è del 1966!), in una scaletta che è un viaggio per nulla nostalgico in un passato sempre attuale. Questo procedere a balzi tra brani recenti e vecchi successi, con i primi che citano i secondi, rende evidente come Bowie abbia scelto di tornare alle sue origini per trovare il modo di parlare con sincerità del se stesso di oggi.
Bowie non canta tutti i brani di “Hours”, sceglie quelli più intimi e raccolti (il che sembrerebbe confermarli come i più riusciti del suo recente lavoro) che, grazie all’alternanza con successi come “Rebel rebel”, “Drive in saturday”, “Changes” che sono una vera iniezione di energia, perdono un po’ del loro gusto malinconico. A vederlo sul palco, questo Bowie non sembra affatto ripiegato su se stesso, come il suo ultimo album aveva fatto temere: dà più l’aria di un saggio con qualche ruga in faccia che è soddisfatto della sua vita e che ha fatto i conti con le illusioni perdute senza per questo perdere di vista la felicità.
Bowie canta per circa un’ora e mezza, intercalando i brani con qualche aneddoto simpatico. «Vent’anni fa non ero così alto. Sono cresciuto di un pezzo» dice indicando con la mano e aggiunge, «saranno state le droghe?». Mah, sta di fatto che la gente normale con l’età si incurva, non si mette certo a prendere centimetri. E poi ancora: «quando ero ragazzino ero convinto che non ci si dovesse fidare di chi aveva più di trent’anni. Potete capire come con la fine degli anni Settanta abbia iniziato ad avere qualche problema». E’ un Bowie che ha voglia di raccontarsi e di non prendersi troppo sul serio, non più inquieto ma non per questo seduto sugli allori, che comunque è ben deciso a godersi.
Lo spettacolo finisce con “I’m afraid of Americans”, un’incursione nel passato recente dell’ex Ziggy Stardust, quello della collaborazione con Brian Eno. La gente continuerebbe volentieri a cantare insieme a lui, in questa sorta di riunione tra vecchi amici, ma le luci si riaccendono su un pubblico che comunque se ne va soddisfatto, perché, ancora una volta, il camaleontico Bowie è riuscito a sorprenderlo.
I brani in scaletta:
“Life on Mars?”
“Thursday child”
“Ashes to ashes”
“Survive”
“Can’t help thinking about me”
“China girl”
“Always crashing in the same car”
“Something in the air”
“Drive in Saturday”
“Stay”
“Seven”
“Changes”
“Rebel rebel”
“Repetition”
“The pretty things are going to hell”
“Cracked actor”
“I’m afraid of Americans”
Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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