I Molotov, a Milano, parlano di 'Apocalypshit' e del loro Messico

I Molotov, a Milano, parlano di 'Apocalypshit' e del loro Messico
Domenica sera - 28 novembre - hanno fatto il pienone al Binario Zero di Milano, lunedì 29 hanno incontrato la stampa. I messicani Molotov - 1 milione di copie vendute in tutto il mondo del loro primo album “¿Donde jugaran las niñas?” - si materializzano nella hall dell'albergo nelle persone di Micky "Huidos" Huidobro (basso e voce) e Tito Fuentes (chitarra e voce). Sembrano soddisfatti tanto per l'esito del concerto milanese, decisamente soddisfacente, quanto per il loro nuovissimo album, "Apocalypshit" (letteralmente "Apocalismerda").
« Il titolo si riferisce a questa stronzata della fine del millennio», spiegano i due ridendo: «ci sembra veramente una cretinata, così abbiamo pensato di dare un titolo all'album che in qualche modo rispecchiasse il nostro pensiero. Inoltre abbiamo elaborato un artwork che in Messico avrà sicuramente successo, visto che rappresenta una seduta spiritica, in cui muovi una sorta di pendolino sul tavolo. Peccato che abbiamo truccato il tavolo, come si vede nella foto di copertina - le due direzioni verso cui può muovere il pendolo finiscono entrambe su un "Sì" - per cui la risposta a tutte le domande sarà sempre la stessa. "Domani finirà il mondo?" La risposta è sì. "Il mondo vivrà per sempre?" La risposta è sempre sì. Inoltre abbiamo riempito la title-track di riferimenti alla fine del millennio, così quelli che in passato ci hanno accusato di essere satanisti» - prendendo spunto dalla "M" di Molotov, disegnata dal gruppo con una grafica che la rende simile a due corna con in mezzo una coda di diavolo - «saranno soddisfatti di trovare qualche elemento con cui baloccarsi».
Vendere un milione di copie non sembra avere cambiato particolarmente il loro modo di essere, anche perché «In Messico la SIAE è molto lenta, per cui dei soldi che ci spettano non abbiamo ancora visto una lira. Però, a parte questo, cerchiamo di rimanere concentrati sull'idea della nostra musica, senza prendere una posizione precostituita. Siamo in quattro e decidiamo tutto collettivamente, per cui questo ci aiuta a non montarci la testa. Non abbiamo un modello da seguire».
Qualche cambiamento, però, deve essersi verificato, a cominciare dal suono del nuovo disco, decisamente più metal rispetto al precedente: «Dipende dal cambio del produttore: abbiamo lavorato con Mario Caldato Jr (Beastie Boys), e in realtà ci siamo accorti che l'album suonava molto metal soltanto alla fine, perché abbiamo registrato in brani mentre eravamo in tournée, per cui senza il tempo per poterle risentire. alla fine, comunque, è un lavoro che mette in luce un'altra faccia del gruppo, e la cosa ci fa piacere». Anche perché il set dal vivo dei Molotov rimane fedele ad un suono unico, che non è né quello del primo né quello del secondo disco: «Il bello del suonare dal vivo», dicono, «è proprio questo; avere la possibilità di affrontare le canzoni senza filtri. Se dovessimo ricreare il suono di "Apocalypshit" avremmo dei seri problemi, senza delle sofisticate attrezzature per il live. Meglio salire con i nostri strumenti e suonare».
Suonare, di fatto, è tutto ciò che il gruppo ha fatto in questi ultimi tre anni, da quando cioè la Universal ha pubblicato il loro album d'esordio. Il gruppo ha partecipato al Warped Tour statunitense e al Watcha Tour, la versione 'latina' di quello stesso festival: «il pubblico statunitense non ci conosceva, e questo ha reso il tutto un po' strano. Inoltre noi cantiamo in spagnolo, e sul palco parliamo in spagnolo, per cui se non hai un traduttore non te la cavi. Eppure alla fine riuscivamo a coinvolgerli nel concerto, anche se magari molti di loro venivano sotto al palco e ci giravano intorno con lo skateboard. Però sembrava piacergli».
La musica dei Molotov e i loro testi marcatamente di denuncia gli sono valsi critiche abbastanza serrate da parte dell'enstablishment messicano, critiche che si sono tradotte per un periodo nella messa al bando dei loro dischi nei negozi del paese: «Abbiamo avuto problemi soprattutto nel Messico del Nord, dove la presenza governativa è più forte, ma le accuse che ci hanno fatto erano talmente ridicole che a poco a poco sono cadute da sole. Piuttosto è vero che la situazione del nostro paese è molto difficile, e soprattutto aggravata dalla presenza di una classe politica totalmente disinteressata alle condizioni di miseria in cui versa la povera gente».
E' per dei politici così che avete scritto un brano come "Karmara" - una violenta accusa al tipico politico di basso profilo, attento a mantenere i propri privilegi anche a costo di distruggere la vita dei più deboli - e pensate che quella canzone potrà servire a qualcosa?
«A cambiare le cose in Messico non ci speriamo proprio», rispondono sconsolati, «però magari quella canzone potrà dare una mano. Non è dedicata a nessuno in particolare, però crediamo che qualsiasi esponente politico del nostro paese ci si possa rispecchiare comodamente».
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