Sul "Corriere della Sera" invece Piero Pelù afferma di essere stato "costretto" da Celentano a parlare di guerra. «Che figlio di... quel Celentano. Lo scriva. Avevamo provato quel finale in cui ciascuno raccontava gli scopi del progetto ‘Il mio nome è mai più’ sul ritmo di ‘Prisencolinensinanciusol’ e il risultato non mi aveva soddisfatto. Era poco chiaro, confusionario, rischiavano di restar fuori concetti fondamentali. Così ho detto ad Adriano: va bene tutto, anche la chiacchierata sull'aborto e su quello che io dissi al concerto del 1º maggio '93 sul Papa, ma il finale a tre con Jovanotti sulla guerra no, non me la sento. Sembrava aver accettato il mio punto di vista, poi nella diretta mi ha teso il trabocchetto: ‘Hai programmi questa sera?’. E io sono rimasto senza parole, incastrato. (...) Fin dai primi contatti Celentano è stato di una simpatia disarmante. E' una specie di Zelig, mai invadente, mai polemico. Avevamo entrambi rinunciato tacitamente a ‘presentare il conto’ di quel che ciascuno aveva detto o scritto nel '93. In onda però nessuno dei due si è mosso dalla sua posizione iniziale. Nessun pentimento, comunque: la trasmissione sul piano della tecnologia e della professionalità musicale offre quanto di meglio esista al mondo. Sono opportunità alle quali è difficile resistere anche per gli artisti internazionali. Certo, in quel rap finale sono più le cose che ho dimenticato di dire di quelle che ho detto».
Notizie
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16/10/1999
Celentano, ascolti ancora elevati. Pelù ‘spiazzato’
Tanto per cambiare, i quotidiani in edicola oggi parlano di Celentano. Lo fanno il "Messaggero" con un’intervista a Claudia Mori (non memorabile), il "Giorno" e il "Corriere della Sera". Sul "Giorno", Marco Mangiarotti analizza i dati Auditel, scoprendo che il programma ha «perso qualcosa di share (sei punti) ma mantenendo alto il dato assoluto di prima serata: 9 milioni e 650mila spettatori per la prima parte (dalle 21 alle 22.45). La seconda tiene con 6 milioni 903mila spettatori e aumenta lo share: 44,45 per cento del pubblico tv. "Francamente me ne infischio" perde, dopo un’ora e mezzo di show, solo due spettatori su dieci: oltre due milioni dal picco di 11 milioni e 831mila spettatori del duetto tra Adriano e Tom Jones. (...) Quanto alle denunce silenziose, Celentano e Cugia sono riusciti a fare parlare degli orrori del mondo più di Santoro e Lerner».
Sul "Corriere della Sera" invece Piero Pelù afferma di essere stato "costretto" da Celentano a parlare di guerra. «Che figlio di... quel Celentano. Lo scriva. Avevamo provato quel finale in cui ciascuno raccontava gli scopi del progetto ‘Il mio nome è mai più’ sul ritmo di ‘Prisencolinensinanciusol’ e il risultato non mi aveva soddisfatto. Era poco chiaro, confusionario, rischiavano di restar fuori concetti fondamentali. Così ho detto ad Adriano: va bene tutto, anche la chiacchierata sull'aborto e su quello che io dissi al concerto del 1º maggio '93 sul Papa, ma il finale a tre con Jovanotti sulla guerra no, non me la sento. Sembrava aver accettato il mio punto di vista, poi nella diretta mi ha teso il trabocchetto: ‘Hai programmi questa sera?’. E io sono rimasto senza parole, incastrato. (...) Fin dai primi contatti Celentano è stato di una simpatia disarmante. E' una specie di Zelig, mai invadente, mai polemico. Avevamo entrambi rinunciato tacitamente a ‘presentare il conto’ di quel che ciascuno aveva detto o scritto nel '93. In onda però nessuno dei due si è mosso dalla sua posizione iniziale. Nessun pentimento, comunque: la trasmissione sul piano della tecnologia e della professionalità musicale offre quanto di meglio esista al mondo. Sono opportunità alle quali è difficile resistere anche per gli artisti internazionali. Certo, in quel rap finale sono più le cose che ho dimenticato di dire di quelle che ho detto».
Sul "Corriere della Sera" invece Piero Pelù afferma di essere stato "costretto" da Celentano a parlare di guerra. «Che figlio di... quel Celentano. Lo scriva. Avevamo provato quel finale in cui ciascuno raccontava gli scopi del progetto ‘Il mio nome è mai più’ sul ritmo di ‘Prisencolinensinanciusol’ e il risultato non mi aveva soddisfatto. Era poco chiaro, confusionario, rischiavano di restar fuori concetti fondamentali. Così ho detto ad Adriano: va bene tutto, anche la chiacchierata sull'aborto e su quello che io dissi al concerto del 1º maggio '93 sul Papa, ma il finale a tre con Jovanotti sulla guerra no, non me la sento. Sembrava aver accettato il mio punto di vista, poi nella diretta mi ha teso il trabocchetto: ‘Hai programmi questa sera?’. E io sono rimasto senza parole, incastrato. (...) Fin dai primi contatti Celentano è stato di una simpatia disarmante. E' una specie di Zelig, mai invadente, mai polemico. Avevamo entrambi rinunciato tacitamente a ‘presentare il conto’ di quel che ciascuno aveva detto o scritto nel '93. In onda però nessuno dei due si è mosso dalla sua posizione iniziale. Nessun pentimento, comunque: la trasmissione sul piano della tecnologia e della professionalità musicale offre quanto di meglio esista al mondo. Sono opportunità alle quali è difficile resistere anche per gli artisti internazionali. Certo, in quel rap finale sono più le cose che ho dimenticato di dire di quelle che ho detto».