Lionel Richie: «Anni ’90, nella musica troppi computer e fotocopie»

Lionel Richie: «Anni ’90, nella musica troppi computer e fotocopie»
Lionel Richie, in Italia per cantare dal vivo (e stasera, domenica 29 novembre, ospite di "Taratata" su RaiUno), viene intervistato dal "Corriere della Sera".
Dopo un paio di confidenze sugli amici celebri («Michael Jackson? Un timido schiacciato dal successo; Diana Ross è ormai diventata europea; vuol essere troppe cose insieme»), l’ex Commodores se la prende con le tecnologie, che «si sono impadronite di tutto. E succede che in realtà nessuno suona più. Tutti campionano le musiche del passato. La tecnologia non sarebbe male se facessero dei buoni dischi, o canzoni che durassero nel tempo. Invece le cose vanno diversamente. Quando si farà il consuntivo dei diritti d’autore per questo secolo scopriremo che per gli anni ’90 ce ne sono davvero pochi». Del resto, non solo nella musica ci si ripete: «Guardo alla storia e vedo che generazione dopo generazione continuiamo a fare gli stessi errori (...) Io mi sento, in musica, una specie di predicatore di campagna, che cerca di dare un significato a tutto quello che lo circonda». E, "circondato" musicalmente dal rap, l’autore di "Time" spiega di non amare tale genere, anche se «spesso dal punto di vista creativo sono dei poeti brillanti (...) li seguo perché mi danno una precisa temperatura di quello che succede nelle strade d’America».
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