David Byrne spiega il musical su Imelda Marcos: 'Mi interrogo sul potere'

David Byrne spiega il musical su Imelda Marcos: 'Mi interrogo sul potere'

Arriva nei negozi (a giorni, martedì 13 aprile) il primo “disco-musical” della storia. “Here lies love”, il doppio album che  David Byrne e Fatboy Slim hanno creato traendo ispirazione dalle vite intrecciate della ex first lady filippina Imelda Marcos e della sua ex domestica Estrella Cumpas, non ha precedenti: non è “Evita”, non è neppure un concept album. Byrne, di passaggio a Milano per promuoverlo, preferisce chiamarlo “un ciclo di canzoni”. Che differenza c’è? “L’unica differenza”, spiega,  “è che la frase ‘concept album’ non mi piace. Suona troppo anni Settanta, suona come una cosa barbosa e mortale. Quella parola”, ridacchia, “ha una cattiva reputazione”. Anche come musical  è sicuramente sui generis. Per dire: i personaggi principali sono interpretati da cantanti diversi; e gli stessi cantanti, Tori Amos o lo stesso Byrne, prendono le sembianze di personaggi differenti… “Mi auguro di riuscire a realizzarne una versione teatrale, prima poi. E quando accadrà, sicuramente il formato diventerà più convenzionale: un solo interprete per Imelda, per Estrella o per Aquino, così da non indurre confusione nel pubblico. Quando si è trattato di registrare, però, ho pensato che avrei potuto assegnare i ruoli ai cantanti in base alle canzoni e allo stile musicale, all’approccio e all’emozione che ciascun brano esprime, scegliendo di volta in volta l’interprete migliore in quel determinato stile”.  Con oltre venti cantanti nel cast, dev’essere stato abbastanza difficile… “Difficile farlo in fretta, c’è voluto più di un anno solo per programmare gli appuntamenti con i cantanti, scrivere ai loro manager e così via. Incidere, nella maggior parte dei casi, è stato facile. Poche ore a testa, e tutti sono stati molto bravi. E’ stata la parte logistica a richiedere del tempo. Qualcuno ha richiesto più spiegazioni di altri, a proposito del progetto, e io sono stato ben lieto di fornirgliene. Quando arrivava il momento di cantare la canzone, spiegavo loro cosa stava accadendo nella storia,  quali erano i sentimenti del personaggio in quel dato momento: se si trattava di esprimere rabbia, tristezza, o la sensazione di essere respinti”. Byrne ha avuto modo di condividere il lavoro con interpreti che provengono da background molto diversi dal suo, da Cyndi Lauper a Natalie Merchant: “Alcuni di loro li conoscevo già, ma questo disco mi ha dato l’opportunità di entrare in contatto con molti altri. Li ho chiamati, gli ho detto che apprezzavo il loro lavoro e gli ho chiesto di cantare una canzone. Ci sono state anche alcune sorprese”. Steve Earle, per esempio? “Lui in realtà non è stato una grossa sorpresa. Oggi vive a New York ed è venuto naturale chiamarlo. Ho pensato che sarebbe stato perfetto, per tirar fuori quel tipo di spavalderia macho richiesta dalla canzone (“A perfect hand”, in cui Earle interpreta la parte del senatore e futuro  dittatore Ferdinand Marcos, ndr). Sapevo che avrebbe capito il senso politico della cosa”. Sharon Jones? “Lei è una soul singer vecchia scuola, ed era adattissima alla canzone prescelta (“Dancing together”, ndr). Ha dovuto imparare come pronunciare i nomi di tutti quegli stilisti e personaggi mondani d’epoca menzionati nella canzone. Non ne aveva mai sentito parlare, ma è stata fantastica”. E Fatboy Slim? E’ entrato nella wishlist di Byrne dall’inizio? “Mi sono messo in contatto con lui prima di cominciare a scrivere le canzoni. Avevo chiaro in mente il concetto e avevo pronta la storia, dopo aver fatto  le mie ricerche. L’ho cercato con l’idea di provare a scrivere qualcosa insieme. Tentiamo, mi sono detto, e se funziona andiamo avanti. Credo sia rimasto un po’ sorpreso da quante canzoni ci fossero in ballo. Ne completavamo alcune e ce n’erano subito delle altre a seguire: lui mi faceva avere le sue basi musicali, io scrivevo altri pezzi e glieli restituivo dicendogli che avevo bisogno di altri beats. Per la maggior parte del tempo  abbiamo lavorato separatamente, ma sono stato due volte a Brighton, dove vive, più o meno una settimana alla volta. Sulle canzoni già scritte lavoravamo apportando miglioramenti, aggiungendo strumenti e arrangiamenti”. Che cosa apprezza, Byrne, di Fatboy Slim? “Mi piace il suo senso dell’humour, e il fatto che ha avuto esperienze  in generi musicali differenti. Volevo uno specialista della dance music, lui è uno che lavora sul ritmo ma non fa solo house, techno o garage. E poi ha fatto parte di una band, gli Housemartins: a differenza di altri dj capisce che cos’è una canzone. Ci sono dei dj che si specializzano in club mix da dieci minuti, e che non hanno familiarità con il concetto di verso/ ritornello. Il che va benissimo, senonché io avevo bisogno di lavorare su canzoni più strutturate”.

Più difficile capire che cosa lo abbia attratto del suo personaggio principale: “All’inizio”, spiega, “non ero tanto affascinato da Imelda Marcos quanto dalle persone di potere in generale. Volevo comprendere che cosa le spinge, volevo soprattutto  capire come, una volta diventate potenti, queste persone giustificano alcuni loro comportamenti. Quando sono venuto a sapere che Imelda frequentava le discoteche e aveva una palla a specchio nella sua residenza newyorkese, quando ho visto i video in cui ballava con Henry Kissinger o con Kashoggi, il mercante d’armi, ho pensato: accidenti, è perfetto, ecco quello che cercavo. Non sapevo ancora se avevo una storia, sapevo però di avere trovato un personaggio di potere con un legame musicale.  La musica è stata una parte importante della sua vita, ho potuto immaginare scene in cui ballava con i leader mondiali o frequentava i nightclub, i suoi ricordi del passato, sapendo che tutto ciò era reale, era veramente successo”.

Ha provato a contattarla personalmente? “Ho amici nelle Filippine che volevano metterci in contatto. Non mi è stato possibile incontrarla perché quando mi trovavo lì lei era influenzata. A essere onesti, non ero sicuro di cosa ne sarebbe venuto fuori. Il mio amico insisteva, dicendo che avrei capito meglio di che persona si trattava, io pensavo che  si sarebbe limitata a farmi un discorsetto e che non avrei imparato niente di nuovo”. Si è fatto un’idea di cosa ha portato la Marcos a essere quel che è diventata? “Forse è un cliché sostenere che sono certe forze psicologiche a guidare le persone ambiziose. Ma non si può non osservare che Imelda, da piccola, ha fatto parte di una famiglia importante di cui era la pecora nera non accettata dalla ‘parte buona’.  Si capisce bene il suo desiderio di essere amata ed accettata, un forte fattore motivazionale che torna in una canzone come ‘Please don’t’: dove  Imelda parla dei rapporti tra i filippini e il resto del mondo paragonando se stessa all’intera nazione, e invitandola  a non lasciarsi trattar male e guardare dall’alto in basso come era successo a lei.  Finisce per identificarsi totalmente con le Filippine”.

In “Imelda”, una canzone del 1996, Mark Knopfler ne aveva fatto un ritrattino velenoso. Byrne, invece, preferisce sospendere il giudizio politico e morale.  “Se, in qualità di scrittore, l’avessi criticata troppo o l’avessi resa una persona spregevole, l’ascoltatore avrebbe perso subito interesse. Non avrebbe voluto sapere cosa motiva le sue azioni, Imelda si sarebbe semplicemente trasformata in un simbolo del male. Poteva essere qualcun altro, non io, a dare voce a queste idee. Per esempio Estrella, la vecchia amica e domestica, che nella sua relazione con Imelda esprime  amore ma anche distanza e dolore. E’ difficile, dipingere in modo totalmente negativo il tuo personaggio principale: l’ho visto fare solo in un paio di film. Ed è questo il motivo per cui non ho menzionato la faccenda delle scarpe: è diventata materia di umorismo sprezzante nei suoi confronti, volevo starne distante”. 

La summenzionata  “Please don’t” è tra i brani che ricordano i tempi dei Talking Heads, periodo “Speaking in tongues”/“Stop making sense”. Un richiamo voluto? “Sì, volevo dei riferimenti a quell’era musicale, ecco perché ci sono sonorità simili. Invece non ho inserito alcun elemento di musica tradizionale o folk filippina. La musica popolare di quel Paese è molto pop: a parte la lingua, potrebbe arrivare da qualunque altra parte del mondo”. Anche “American troglodyte” è molto byrniana… “Ci ho messo le mie opinioni personali, è vero, anche se è scritta dal punto di vista dei filippini sopraffatti dalla cultura consumista degli americani: la amano e ne sono impressionati, al tempo stesso ne sono sospettosi e provano nei suoi confronti sentimenti ambivalenti”.

Per Byrne, lo scrive lui stesso nelle note di copertina, “Here lies love”, è un disco diverso anche sotto un altro punto di vista: un tentativo di reagire alla “morte dell’album”  decretata dal downloading. “Ho voluto fare un esperimento, verificare se la gente si sarebbe fermata ad ascoltare più di due canzoni…Volevo capire se ero in grado di incentivare il pubblico ad ascoltare una sequenza di brani che raccontano una storia e offrono un approfondimento sui personaggi. O se al contrario qualcuno avrebbe detto: sono un fan  di Florence Welch o di Santigold,  mi interessa  ascoltare solo le loro canzoni”. La versione deluxe dell’album contiene anche alcuni video, realizzati montando filmati di repertorio: “Quei video erano stati creati per essere integrati nella performance teatrale, anche se dovrebbero essere lavorati meglio per acquisire una forma compiuta. E’ un altro esperimento: volevo capire se era possibile fornire informazioni aggiuntive usando le immagini,  mentre i cantanti eseguono le canzoni. Inizialmente avevo pensato che sarebbe stato bello rappresentare lo show in una megadiscoteca. Solo che ormai molte sono scomparse dalla circolazione, è troppo tardi. Magari troveremo un altro posto”.

 

 

 

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