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NEWS   |   Pop/Rock / 23/02/2010

Dave Matthews Band in Italia: 'A Lucca il nostro concerto della vita'

Dave Matthews Band in Italia: 'A Lucca il nostro concerto della vita'

Poche battute con Dave Matthews nel backstage del PalaSharp di Milano, ieri sera prima di un impetuoso concerto di due ore e quaranta minuti che ha regalato, tra l’altro, una splendida cover di “Burning down the house” dei Talking Heads (e un divertito accenno a “Sexy MF” di Prince). L’esibizione  del 5 luglio scorso a Lucca sembra aver segnato un punto di svolta nel rapporto d’affetto instauratosi tra la band americana e il pubblico italiano: una serata ovviamente speciale, se il gruppo stesso ha deciso di immortalarla in un lussuoso box set da poco uscito sul mercato. “E’ stato uno di quegli show che succedono poche volte nella vita”, conferma Matthews seduto su un divano rosso con un impressionante armamentario di gocce e pasticche per la gola disposte sul tavolino. “Quando saliamo sul palco non abbiamo davvero idea di quello che succederà di lì a poco, non c’è nulla di coreografato o predeterminato. Anche quando le canzoni in scaletta sono le stesse, ogni sera le suoniamo in modo differente. Quella di Lucca fu una bellissima serata, in un bellissimo posto e con un pubblico molto ben disposto nei nostri confronti: un concerto indimenticabile. Abbiamo voluto pubblicarlo per fissare un momento spettacolare nella carriera della band. E’ stato anche uno dei concerti più lunghi della nostra storia, anche se ci siamo talmente divertiti che a noi è sembrato durare un attimo…L’abbiamo tirata più lunga del solito con i bis, nessuno sembrava volersene andare a dormire. Ne ricordo un altro molto lungo, di show, in Portogallo. Ma forse non lungo come quello di Lucca”. Il box dedicato al concerto italiano è solo uno dei tanti live pubblicati dalla DMB…  “Sì, anche se il management borbotta e cerca sempre di convincermi a non spendere denaro in progetti di questo tipo. Noi cerchiamo di metterli in circolazione al minor prezzo possibile. Abbiamo appena pubblicato ‘Live in Las Vegas’ per rendere conto dei tour, non molto frequenti, che faccio in coppia con Tim Reynolds. La cover di ‘Kashmir’ dei Led Zeppelin? Quella è stata un’idea sua,  lui è più bravo di me in queste cose”. Il suo rapporto con la chitarra? “L’ho scelta inizialmente perché è lo strumento del Ventesimo secolo, facile da suonare e da portare in giro: soprattutto l’acustica a cui sono più legato e che io suono in modo quasi percussivo. I miei primi eroi musicali, i Beatles, Bob Dylan o Jimi Hendrix, suonavano tutti la chitarra.  L’elettrica? La suono quando qualcuno me la mette in mano… E nell’ultimo disco mi sono esibito per la prima volta in assoli: non perché non mi piacciano ma perché non avevo mai immaginato così il mio ruolo di chitarrista, prima d’ora. La chitarra per me è sempre stato uno strumento di supporto, o un veicolo per comporre canzoni. Mi piace anche il pianoforte, anche se non lo suono molto bene. Come la chitarra, del resto…In definitiva sono sempre alla ricerca di scuse per non trovarmi un lavoro serio”, scherza Dave.

Il suo nuovo disco con la DMB, “Big whiskey and the GrooGrux king”, sembra avere messo d’accordo un po’ tutti: anche quelli – e non sono pochi – che avevano storto il naso davanti alle produzioni mainstream di Glen Ballard e Mark Batson. “Condivido ma c’è una spiegazione”, annuisce Matthews. “Ai tempi del disco prodotto da Ballard avevamo scelto un approccio diverso, io e Glen scrivemmo il disco insieme. Capisco che non sia piaciuto a tutti perché rappresentava un grosso cambiamento rispetto al nostro solito modo di lavorare. A rendere speciale la nostra musica è quell’elemento di indipendenza che fa sì che ognuno di noi abbia voce in capitolo. A cominciare da Carter (Beauford, il poderoso batterista che sta alla DMB come Clarence Clemons alla E Street Band) per quanto riguarda la ritmica. Ognuno dice la sua, sui suoi contributi strumentali e sul modo in cui il disco deve suonare. Ecco, con ‘Big whiskey’ questo è successo dall’inizio. In un certo senso siamo tornati al metodo di lavoro che avevamo all’inizio con Steve Lillywhite. Però ci sono anche delle differenze, perché nel frattempo siamo cambiati e ci siamo evoluti. I dischi ‘di mezzo’, che alcuni hanno criticato, era diversi ma sono anche stati necessari: quello era un momento in cui la band era poco coesa  e bisognava fare qualcosa per farla funzionare: non so se è stata la scelta giusta o sbagliata, ma ci ha portato fino a qui. Magari in altri album ci sono canzoni migliori, ma credo che questo disco sia complessivamente il più solido che abbiamo mai fatto”.

 

 

 

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