Inchiesta Rockol: verso la music cloud. Intervista a Gaetano Blandini (parte 2)

Inchiesta Rockol: verso la music cloud. Intervista a Gaetano Blandini (parte 2)

Inchiesta Rockol. Verso la music cloud: i protagonisti dell’industria musicale nel passaggio da possesso a accesso.


[segue dalla prima parte]

(Blandini): Offrire più modelli di business, se permettete, perché nessuno di noi ha la ricetta in tasca. E’ solo dalla contemperazione delle esigenze e dei bisogni di tutti che si può trovare un modello da sperimentare. Perché i modelli che oggi circolano per l’Europa e per il mondo penso di potere dire che non sono ancora modelli consolidati. Qui dobbiamo avere voglia di dimostrare tutti di essere disposti a fare un passo avanti e contemporaneamente un passo indietro: non per rimanere nello stesso punto fisico ideale, ma per comprendere l’uno le esigenze degli altri. Noi che difendiamo gli interessi di chi produce e diffonde cultura dobbiamo sederci a un tavolo sapendo che ci sono signori che hanno interessi completamente diversi e legittimi. Se la smettiamo anche noi di fare il piagnisteo, di dire che stiamo al freddo, che è morta nonna, che l’invasione delle cavallette…allora ci sediamo sereni a siamo in grado di fare delle proposte. Loro devono smettere di fare ostruzionismo e demagogia, e quello della copia privata è un esempio calzante: per sei anni quel margine stabilito da una legge dello stato (discutibile quanto si vuole, ma sempre una legge dello stato) è finito nelle tasche loro. Sono stati così bravi da fare un ostruzionismo trasversale tale che quel decreto non veniva emanato. Ora, costruire un percorso di valori e legalità e immergersi in una cosa nuova spaventa sempre, perché vivere di rendite di posizione è più comodo. Non è che in Francia per la copia privata non c’è stata diffusione di computer e telefonini, anzi: è stata tripla rispetto a noi! Questa, quindi, è demagogia spicciola. Ma dicevo, dobbiamo essere sereni, anche noi, basta piagnistei: tanto tra pochi anni il modello della copia privata probabilmente sarà stravolto e travolto dalla convergenza delle tecnologie… A questo tavolo devono starci anche i consumatori, anche se non possono essere i consumatori che leggiamo di questi tempi, perché francamente sembra che là abbiano creato degli orticelli e che difendano le loro botteghe, non il consumatore finale. Allora dobbiamo capire veramente chi sono i nostri interlocutori, avere noi stessi strumenti di comunicazione più moderni, se fosse possibile (ma non ne abbiamo le risorse) dovremmo avere persone nostre che dalla mattina alla sera rispondono anche agli insulti, almeno per spiegare le nostre ragioni, ma non riusciamo a farlo perché abbiamo una carenza di comunicazione strutturale.

 

 


(Agoglia): Noi abbiamo lungamente studiato i modelli esteri. Denis Oliven, che è stato il consulente di Sarkozy nella dottrina dei tre colpi, in un suo volume evoca questo scenario: contro il diritto d’autore tout court si è creata una santa alleanza tra liberisti e libertari, cioè tra quella che noi identifichiamo come l’industria delle tecnologie e una grande massa di utilizzatori non informati. A noi spetta, in questa situazione, di veicolare una valorizzazione del diritto d’autore inteso come principio essenziale della tutela della creatività. Non voglio fare il discorso della ‘diversità culturale’. Però dobbiamo renderci conto che la possibilità di creare musica, film, opere audiovisive fa parte dei fattori della produzione.

 

 


MA L’EQUO COMPENSO APPLICATO AGLI ISP, INSOMMA, E’ UN MODELLO VIABILE OPPURE NO? A MONTE, ANCHE FACENDO DUE DISINVOLTI CONTI DELLA SERVA…

 

 


…Si potrebbe sicuramente generare un buon fatturato con sforzi sostenibili per l’utente. Questo è vero…

 

 


MENTRE A VALLE GIA’ ABBONDANO LE POLEMICHE SULL’EQUITA’ DELLA REDISTRIBUZIONE, CHE SONO LEGITTIMI CONSIDERANDO QUANTO IL CONCETTO DI “CLOUD MUSIC” VERSO CUI SI TENDE DEBBA AL RUOLO DELLA “LONG TAIL” COME GENERATRICE DI BUSINESS E DI TRAFFICO…

 

 


Questo è un problema. E questo è ciò su cui stiamo lavorando, perché quel modello di business funziona solo se non si inceppa il meccanismo di riparto. Come sa, uno dei cuori di questa società è il riparto. Tutte le grandi battaglie interne alla SIAE avvengono sempre rispetto alle ordinanze di riparto, in tutti i settori. Il problema è che le nostre ordinanze di riparto sono basate su meccanismi particolarmente complessi. E l’informatica si sposa male con taluni meccanismi così complessi e bizantini. Si ricorda Denzel Washington in “Philadelphia?”, quando in aula diceva: “Me lo spiega come se fossi un bambino di sei anni?”. Ecco, noi dobbiamo trovare un modello semplice, un modello ‘bambino di sei anni’…

 

 


ACCONTENTIAMOCI DI UN’EQUAZIONE DI PRIMO GRADO. DA UN LATO SI INCASSANO DENARI FISSI E FORFETARI BASATI SU CONNESSIONE UNICA ALLA RETE (L’ESATTORE E’ L’ISP DELL’UTENTE); DALL’ALTRO SI DISTRIBUISCONO GLI INTROITI SULLA BASE DI ‘N’ PASSAGGI/DOWNLOAD GENERATI SU ‘X’ CANALI (CIOE’, IL CONTATORE DEI DIRITTI FUNZIONA RILEVANDO LA FRUIZIONE DELLA MUSICA SUI SITI DEI CONTENT PROVIDER, CHE NON SONO NECESSARIAMENTE INTERNET SERVICE PROVIDER). CORRETTO?

 

 


Ma certo, è proprio quello il problema. E’ il punto esatto.

 

 


NON DUBITIAMO CHE SIAE INTENDA SEDERSI AL TAVOLO ‘LEGAL BAY’ CON UN ATTEGGIAMENTO PROPOSITIVO E NON COME PRIMUS INTER PARES. 

 

 


EPPURE E’ INNEGABILE, E GIA’ SE NE COLGONO I SEGNALI, CHE SE IL PROGETTO MATURASSE, IL RUOLO DI SIAE POTREBBE EVOLEVERE MOLTO …

 

 


SIAE deve cominciare a immaginare nuovi modelli di servizio e di business. E’ uno dei problemi che si dibattono in questi giorni all’interno della nostra base associativa, in termini che a volte non condivido perché trovo che sia facile fare demagogia e difficile trovare soluzioni semplici a problemi così complessi. Se mi passa un’altra metafora cinematografica, facciamo troppe ‘chiacchiere e distintivo’, dobbiamo smetterla, astenerci tutti da questo atteggiamento a partire dal direttore generale. Quando leggo certe interviste, troppi sembrano avere la ricetta in tasca rispetto ai nuovi modelli di business. Però poi quando vai a leggerla e togli le chiacchiere, e pure il distintivo, non si capisce quali siano i contenuti. E non si capisce perché, se avessero quella ricetta, non l’abbiano già applicata a un modello di business.  Il ruolo di SIAE, che deve ottemperare queste esigenze e deve dimostrare di avere questo know-how, è quello di formulare delle proposte, recepire le proposte e le esigenze degli altri, e conseguire quello che al liceo era indicato come il livello superiore della conoscenza, la sintesi.

 

 


RELATIVAMENTE A UNA POSSIBILE EVOLUZIONE DEL RUOLO DI SIAE, L’EPISODIO CON AFI E’ UN INDICATORE DI EVENTUALI NUOVE DIREZIONI PER VOI NELL’AMBITO DEL COLLECTING?

 

 


Come è noto Afi è uscita da SCF e ha affidato a noi il suo mandato. E’ questo un momento in cui da un lato stiamo cominciando a lavorare con Afi, mentre dall’altro c’è un contenzioso in atto con SCF. Per noi, per definizione, il miglior contenzioso è quello che non si fa. In questo caso stiamo provando con buona volontà a trovare un buon punto di equilibrio anche con loro. Ci auguriamo di riuscirci anche se abbiamo una finestra temporale molto piccola, le nostre migliori risorse sono in campo ma su questo di più veramente non posso dire.

 

 


USCIAMO DAL SINGOLO ESEMPIO, ALLORA, E ALLARGHIAMO LO SCENARIO: CI SONO MULTINAZIONALI DELLA DISCOGRAFIA CHE, PER SCELTA O PER MANDATO DELLA CASA MADRE, NON UTILIZZANO SIAE PER IL COLLECTING RELATIVO AL COMPARTO DIGITALE NON DOMESTICO. SONO MOVIMENTI IN ATTO CHE E’ DIFFICILE IGNORARE…

 

 


Questi movimenti in atto esistono e ci inducono a delle riflessioni, tant’è che a livello internazionale questo mese andremo a incontrare Bernard Miyet, che è anche presidente della GESAC. Mi sono reso conto, anche perché i miei collaboratori me lo hanno fatto notare, che noi a livello internazionale siamo stati, non solo dentro la GESAC, poco capaci di fare lobby a livello UE. Noi dobbiamo iniziare a pensare che quelli che sosteniamo a livello europeo sono investimenti e non sono costi. Questa azienda, come altre aziende di collecting, suppongo, ha sempre vissuto certi costi come inutili perché era tempo di vacche grasse in Italia.

 

 


Non abbiamo ancora chiarezza a livello di direttive europee, manca una normativa che indichi parametri uguali per tutti. Ci sono modelli che stanno funzionando a livello sperimentale e noi, insieme alla Sacem, stiamo lavorando per esempio al progetto Armonia. Ma è come se, varati gli investimenti iniziali, dopo un po’ la macchina si fermasse. Ci serve creare un ufficio estero che sia una piccola macchina da guerra – anzi: da pace! Insomma, dei progetti ci sono ma non siamo ancora riusciti a fare questo passo in avanti. La SIAE, nonostante sia un’azienda forte e strutturata, a livello europeo conta poco e deve contare di più. Le nostre controparti europee devono avere non la sensazione, ma la certezza, che SIAE ha voglia e capacità di muoversi. Io sono sicuro che le capacità e le tecnicalità le abbiamo: dobbiamo liberare alcune nostre strutture dal quotidiano, riorganizzando il ‘day by day’, per dedicarci al futuro, altrimenti il futuro arriva e muore pure il ‘day by day’ e noi questo rischio non lo possiamo correre. Il timer è già partito.

 

 


[continua: 3a parte]

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