Warner Music: male negli Usa, bene in Italia

Luci ed ombre, nel report trimestrale di Warner Music relativo al periodo ottobre-dicembre 2009: cresce il fatturato globale, 918 milioni di dollari (+ 3,5 % a valori correnti,  ma – 2 % a valori costanti depurati dall’inflazione), mentre il conto dei profitti e delle perdite segna rosso, - 17 milioni di dollari, a fronte dei  23 milioni di attivo registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. Le cause vanno ricercate in fattori contingenti (un anno fa la società aveva incassato 36 milioni di dollari dalla vendita della quota nell’agenzia Front Line Management) e strutturali, la crisi del mercato discografico e lo stallo di quello editoriale. Le vendite di musica registrata, 783 milioni di dollari, segnano +3,4 % a valori correnti ma - 2,2 %  a moneta costante; i ricavi del publishing, 141 milioni di dollari, sono stazionari (+ 4,4 % in valori correnti). Rallenta anche la crescita del settore digitale, + 7,6  %  per 184 milioni di dollari, pari al 20 % dell’intero fatturato discografico del gruppo. L’incidenza del digitale sale al 34,7 % negli Stati Uniti, ma è proprio  sul mercato nordamericano che Warner risulta più in difficoltà: in Italia, in Francia nel Regno Unito, viceversa,  la major regge bene grazie alle ottime performance di vendita di artisti come Muse, Enya e Michael Bublé; sul mercato internazionale il fatturato risulta in crescita del 12,1 % a valori correnti (+ 2,4 % a valori costanti) mentre negli Usa cala del 9,5 %.

“I nostri obiettivi”, commenta il presidente e amministratore delegato Edgar Bronfman Jr., “restano focalizzati sul conseguimento di un forte ritorno degli investimenti in A&R. Contemporaneamente, continuiamo a sviluppare  nuovi modelli di business, a diversificare il mix di ricavi e a rafforzare la nostra posizione di leadership sul digitale”.

In un faccia a faccia con gli analisti,  Bronfman ha anticipato che i servizi di streaming gratuito “non sono il tipo di approccio al business che sosterremo in futuro”, pur dichiarandosi fiducioso nel successo dei modelli che offrono accesso ai contenuti invece del loro possesso. Richiesto di un commento sulla EMI, ha risposto di non escludere una futura fusione con la casa discografica inglese, oggi che la crisi del mercato discografico rende meno intransigenti le posizioni degli organi Antitrust; un eventuale merger con la Warner sarebbe gradito anche al maggior creditore della EMI, Citigroup.

 

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