Erin McKeown: 'Nel mio nuovo disco sfogo i miei istinti animaleschi'

Di sicuro c’è che le “righteous babes” della scuderia di Ani DiFranco non sono mai tipi comuni o prevedibili. Certo non lo è Erin McKeown, cantante e multistrumentista statunitense di padre irlandese e nonni materni italiani,  uno scricciolo di acuta intelligenza che sprizza determinazione da tutti i pori.  E’ una cantautrice “folk” (o swing? O un’artista di cabaret?), ma basta ascoltare il suo ultimo album “Hundreds of lions” per rendersi conto che i paradigmi del genere le stanno oltremodo stretti: un disco curioso, stimolante, imbastardito da commistioni tra acustica ed elettronica, ravvivato da arrangiamenti e testi fuori norma. Stanca e annoiata dei clichés, signorina McKeown? “Esattamente. Le chitarre acustiche non mi hanno mai interessata più di tanto, io ho sempre suonato l’elettrica. Mi piace mescolare elementi che non ci si aspetta di trovare insieme, quello sì. Un clarinetto e un ritmo elettronico, un flauto e un sintetizzatore”. I testi, poi, sono il suo forte: con tutto quell’armamentario di metafore prese dal mondo animale,  leoni, volpi e uccelli (un altro suo disco si intitola “We will become like birds”). Saranno i vecchi studi di ornitologia… “In questo disco”, spiega McKeown, “ho voluto riflettere sui nostri istinti animaleschi e su come cerchiamo continuamente di sopprimerli. Di come tentiamo di comportarci bene, rifuggendo dal desiderare quel che non possiamo avere, evitando di infrangere le regole. Ma poi guarda quel che è successo a Tiger Woods: un tipo molto rispettabile che sotto la facciata nascondeva centinaia di leoni. O meglio, di tigri…Io ho deciso di accettarlo, il mio lato animalesco: per questo ho voluto scrivere canzoni che trattano argomenti non sempre gradevoli, educati o socialmente accettabili”. Si dice che una delle sue fonti primarie di ispirazione resti sempre la “Guida galattica per gli autostoppisti”, lo spassoso e avveniristico capolavoro della letteratura fantascientifica firmato da Douglas Adams. Erin sorride: “L’ho letto quand’ero molto giovane, una piccola teenager, e l’ho trovato estremamente divertente. Adoro quel suo senso dell’humour e condivido quel modo di guardare alle cose del mondo, tendente all’assurdo e al surreale. E poi in quel libro la gente sa volare! Ne ho preso spunto anche per il mio modo di scrivere. Mi sono ispirata a quel modo giocoso di usare termini formali in un contesto informale e viceversa. mettendo continuamente le cose sottosopra. Mi piace scherzare, sotto l’apparenza semplice  e infantile di certe mie canzoni. Prendermi gioco di me stessa e delle istituzioni. Pensa a un pezzo come  ‘(Put the fun back in) The funeral’:  se qualcuno lo vuole prendere come un pezzo divertente  a me va bene. Ma non lo è,  nel sottotesto ci sono cose più profonde e più complicate che lo rendono, credo, più interessante. L’elemento infantile? Non sei il primo a farmelo notare, in Italia. Mi chiedo se sia legato al fatto che l’inglese non è la vostra lingua madre. Succede anche a me, quando ascolto una canzone in un’altra lingua: usando le orecchie più del cervello percepisco la melodia in un modo diverso. Proprio come fanno i bambini, attenti al ritmo più che al significato delle parole. Che però per me sono importanti, un film senza una trama è solo una sequenza senza senso di immagini”.

La stessa tecnica di stratificazione del linguaggio Erin la applica alla musica: “E’ così. Nel disco trovi suoni immediatamente riconoscibili: una chitarra, un violino…e altri che neppure io ricordo come abbiamo ottenuto. E’ come  in una fotografia: ci sono elementi a fuoco e altri che restano confusi sullo sfondo. Con il mio produttore, Sam Kassirer, volevamo dare all’ascoltatore un’esperienza ampia e profonda, multidimensionale. La speranza è che questo induca la gente a ritornare più volte ad ascoltare il disco. Sam ha fatto un lavoro fantastico, creando gli scenari delle canzoni. Io stavolta avevo scritto in modo molto semplice, principalmente alla chitarra. In passato mi sono spesso occupata di eseguire da me tutto il resto, le parti di basso, di batteria e di tastiere”. McKeown ha imparato a far da sé fuori anche dallo studio: il disco se l’è finanziato da sola, prima di affidarlo all’etichetta della DiFranco, raccogliendo il denaro tra i fan in cambio della possibilità di partecipare ad alcuni concerti “interattivi” trasmessi via Internet. “Ha funzionato e mi è piaciuto molto. Lo rifarò senz’altro, è come se mi si fosse aperta una porta davanti. E’ stato molto stimolante, dal punto di vista creativo, e molto più complesso che allestire un semplice concerto on-line. Ho dovuto creare quattro spettacoli diversi tra loro, come si trattasse di quattro distinti show televisivi. Se c’è un’etica comune agli artisti Righteous Babe è anche questa, oltre alla voglia di raccontare storie e l’attenzione ai testi e alle parole: la volontà di fare le cose a modo proprio. Devi decidere da che parte stare. io ho lavorato con le case discografiche, ora ho preferito prendere un’altra strada e rinunciare ai loro soldi. Nella mia carriera ho vissuto alti e bassi, momenti in cui la gente mi ha seguito di più e di meno. L’importante è tenere fede alla propria visione creativa, mi fa piacere se chi  mi ha visto dal vivo dieci anni fa riconosce in me la stessa persona”.

Sì, perché Erin non è di primissimo pelo: ““Ho cominciato a esibirmi che avevo diciannove anni, ora ne ho 32. Come evito la routine, con tutti i concerti che faccio (anche duecento all’anno)? Beh, a questo punto ho la fortuna di avere un repertorio ampio da cui pescare. Salgo sempre sul palco senza una scaletta precisa in testa,  sono le reazioni e gli umori del pubblico a suggerirmi che cosa suonare. Arrivata a fine spettacolo, non me ne  ricordo nemmeno”.  E quell’attenzione agli abiti di scena che gioca anche con la sua identità sessuale? Erin si fa una bella risata: “Già, a volte indosso abiti femminili, altre volte abiti maschili. E’ un po’ come nel vecchio vaudeville, hai presente? Mi hanno insegnato a non salire sul palco con i vestiti di tutti i giorni: il pubblico si aspetta e si merita una versione migliore di te. Si tratta di mettere in evidenza  il meglio di se stessi. Piuttosto, quello che ho notato andando in giro è che oggi ai miei show vendo molti meno cd di un tempo: anche il mio pubblico si scarica la musica da Internet”. Soluzioni? “Non serve cercare di punire la gente portandola in tribunale. Il fatto è che oggi i ragazzi non sono più abituati a suonare uno strumento in casa o a cantare in chiesa. Le case discografiche e i governi farebbero meglio a investire i loro soldi in programmi di educazione musicale. Chi si innamora da giovane di uno strumento la musica non la ruba”.  

  

 

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