Sanremo 2010: Rockol mette a confronto discografici e commissione artistica (3)

Sanremo 2010: Rockol mette a confronto discografici e commissione artistica (3)

Lombardi. E comunque a Universal sono stati presi quattro artisti…non ritengo che in questo modo si faccia un buon servizio alla musica. Ho lavorato in una multinazionale, e so come funzionano: di quei quattro artisti la major  ne lavorerà come si deve uno solo. Se si fosse data una possibilità ad un’altra azienda, questa avrebbe garantito un lavoro migliore  sul suo  artista.

Quanto al regolamento, va chiarito che oggi, a differenza di un tempo, esso non viene più sottoscritto dalle associazioni di categoria. Rai ce lo consegna, e noi in un certo senso lo subiamo avendo pochissima voce in capitolo. Per questo, preso atto delle decisioni della Commissione, abbiamo emesso un comunicato stampa per esprimere una protesta in toni, credo, molto civili. Lo ritenevo doveroso. Ed è un problema che riguarda tutti gli indipendenti, non solo l’AFI. L’anno scorso c’erano gli .Afterhours, a Sanremo; quest’anno non vedo nessun nome rappresentativo del mondo alternativo, a parte Jacopo Ratini che ha vinto il Premio Lunezia e Musicultura, e che arriva da SanremoLab.

 

Cotto.  Però smettiamo di pensare che valga ancora la logica, imperante fino a qualche anno fa, dei ricatti da parte delle major, artisti in gara in cambio di ospiti internazionali. Gli ospiti li paghiamo, chi dice ancora queste cose lo fa per crearsi un alibi. Nessun discografico è così potente, oggi, da poter dire ti porto Dylan, o Springsteen.

 

Sangiorgi. La chiave, per me, non sta nei regolamenti. E’ la commissione selezionatrice che dovrebbe essere molto più ampia e rappresentare  un mondo musicale più vasto.

Dovrebbe essere insediata il giorno dopo la fine del Festival, andare in giro un anno intero sul territorio ad ascoltare quel che succede valutando non solo la produzione discografica ma anche il circuito live. Quest’anno sembra quasi si sia fatto un passo indietro. L’anno scorso noi siamo stati tra quelli che hanno sostenuto la scelta degli Afterhours, che a Sanremo hanno rappresentato in qualche modo l’intera scena indipendente: tant’è che poi Manuel Agnelli ha portato a termine un progetto che ha dato senso compiuto alla sua presenza al Festival. Anche questi tipi di musìca, se ben proposti, possono fare audience. Vorrei aggiungere che il nostro è un Paese vecchio, molto vecchio: parliamo ancora di Sanremo e di tv, uno strumento morto o in via di estinzione. Chi oggi ha 14 anni la tv non sa neanche che esista. Dunque sarebbe interessante che Rai pensasse a sviluppare Sanremo in tv ma anche sulle piattaforme Internet e Web radio, integrando gli strumenti che ha a disposizione per essere al passo con i tempi. Paghiamo la solita arretratezza culturale, come dimostra il fatto che non troviamo neanche i fondi per finanziare la banda larga.

 

Cotto. Ricordo che a Scalo 76 Le Luci della Centrale Elettrica hanno fatto il punto più basso di ascolto in assoluto: il che non significa che in un altro ambito non possano funzionare, ma dimostra comunque che a Sanremo sarebbero fuori contesto. Se fossimo stati anche un pochino disonesti avremmo evitato di scegliere quattro artisti Universal: ne avremmo scelto uno per ciascuno facendo contenti tutti. Gli Afterhours? A parte che non sono stati un grande successo e che Agnelli ha fatto cose molto più belle in vita sua, quest’anno c’era Joe ex La Crus con una canzone fantastica: purtroppo chi avrebbe dovuto cantare con lui ha dovuto ritirarsi per onorare un impegno cinematografico.

 

 

Zanetti. Però nessuno mi risponde: potete imporre ai vostri associati di non partecipare al Festival? Se nessuno ci andasse, e Sanremo per un anno non si facesse, si potrebbe forse poi ragionare sul come farlo meglio. Perché invece si ragiona sempre in termini di contrapposizione, i “nostri” e “quelli degli altri”?  Perché la discografia continua a proporsi con quattro associazioni che contano poco, a fronte di un interlocutore, la Rai, che ha il potere in mano dal momento che  è il padrone di casa e fa i regolamenti? Perché almeno su Sanremo non vi mettete d’accordo  e vi fate rappresentare unitariamente?

  

Lombardi. Mi si chiede se siamo in grado di imporre una linea ai nostri associati. Rispondo di no, e lo dimostra il precedente citato del 2004. La FIMI assunse allora una posizione molto forte, eppure una sua azienda – la Universal – alla fine aderì ugualmente al Festival portando Neffa in gara e i Black Eyed Peas come ospiti internazionali. Le associazioni possono dare indicazioni, ma poi ogni azienda poi decide in base alle sue politiche. Personalmente sono contrario all’ipotesi di una serrata della discografia, anche se in seno all’AFI, quest’anno, qualcuno aveva proposto di non andare a Sanremo. L’associazione che rappresento collabora al Festival dalla sua prima edizione: a non esserci mi sembrerebbe andare contro la storia. Il Festival è come  la Nazionale di calcio: lo si critica, ma appena inizia siamo i primi a fare il tifo per lui. Dunque ci andrò anche quest’anno in rappresentanza dell’AFI e dei suoi associati: mi sembra doveroso.

 

Limongelli.  E’ la Rai che comanda e che detta le condizioni: se ci sta bene ok, altrimenti il Festival si fa lo stesso. Lo stesso Mazza, in seno alla FIMI, non ha grande potere decisionale a riguardo, e siamo noi indipendenti i più attenti alla tutela dei nostri associati in merito al Festival: fermo restando il fatto che ognuno di loro decide poi come meglio crede.

 

Sangiorgi. Mi sembra che siamo tutti concordi sul fatto che esista un’area di musica italiana, viva e vitale, che a Sanremo non è presente. E che avrebbe diritto di essere rappresentata nell’ambito del sistema televisivo: sarebbe anche un modo di tutelare il made in Italy.

 

Lombardi. Sembra anche a me che esistano punti in comune tra le nostre posizioni. E’ vero che siamo distinti in più associazioni,  ma è anche vero che in merito a certe rivendicazioni di natura economica esprimiamo una posizione comune: da due anni, per esempio, combattiamo per vederci riconosciuta una quota dei proventi generati dal televoto che finora sono andati a solo vantaggio delle compagnie telefoniche.

  

 

 

Questo è quanto, e peccato che qualcuno non abbia voluto esserci  (FIMI, che prende le distanze dal Festival ma che poi a Sanremo accorre puntualmente in massa con le sue associate, presidiando ogni spazio disponibile). Dalla sua assenza e dalla lettura del resoconto di cui sopra trarrete forse, come noi, l’impressione di una discografia ancora una volta disunita, in difficoltà nel dare (e darsi) risposte, impotente di fronte alla sua inesorabile perdita di centralità: un evento (nel suo piccolo) epocale che dal microcosmo sanremese si irradia come sappiamo verso il sistema musica nel suo complesso, con buona pace di tutte le belle, giuste e sacrosante parole sullo scouting e la ricerca dei talenti  (che oggi però spesso e volentieri sgorgano da altre sorgenti). I nuovi padroni della musica, lo sappiamo, sono altri: Steve Jobs, le “telecom”, le Internet companies, i promoter, i grandi artisti, i loro manager. E le televisioni. Non è affatto detto che sia un bene, ma intanto è in atto una rivoluzione copernicana che sta spostando l’ “industria” alla periferia dell’universo musicale: il tradizionalissimo Festival di Sanremo, in questo senso, ha precorso i tempi, mostrandosi pronto ormai da anni – i discografici sono onesti nel riconoscerlo – ad andare avanti anche senza di loro.

(am)

 

(Per il resoconto della prima parte della tavola rotonda leggi qui; per la seconda, qui).

 

 

- Bene, - continuò Agnese: - quello è una cima d'uomo! Ho visto io più d'uno ch'era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato un'ora a quattr'occhi col dottor Azzecca-garbugli (badate bene di non chiamarlo così!), l'ho visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que' signori. Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno.

Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l'approvò; e Agnese, superba d'averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell'orto, per non esser veduto da' ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n'andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.


 

(Alessandro Manzoni, "I Promessi Sposi", dal capitolo III)



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