UK, per il governo tocca ai discografici il grosso delle spese anti file sharing

Toccherà alle case discografiche pagare la fetta maggiore dei costi legati all’attività di “polizia” e di repressione del p2p illegale sul Web, così come previsto dal progetto di legge inglese che, sul modello francese, intende introdurre un sistema di risposta “graduale” alla pirateria (due avvertimenti ai file sharer seguiti dal restringemento provvisorio della banda disponibile o dalla sospensione della connessione nei casi più gravi). Intervenendo qualche giorno fa alla Oxford Media Convention il ministro per la “Digital Britain” Stephen Timms ha spiegato che  “la tesi dei titolari dei diritti, secondo cui dovrebbero essere le società Internet a sobbarcarsi la quota maggiore della spesa, non mi convince. Di conseguenza, abbiamo emanato una bozza di legge delegata che stabilisce una ripartizione dei costi della procedura in misura del 75 % a carico dei titolari dei diritti, che ne sono i maggiori beneficiari, e del 25 % a carico dei service provider”. Il ministro lascia aperta la porta al dialogo con e tra le parti in causa, ma intanto le sue parole hanno già provocato la reazione dei discografici inglesi associati nella BPI: “Anche se appoggiamo la legge sulla Digital Economy del governo”, ha commentato un portavoce dell’organizzazione, “la ripartizione 75/25 % dei costi non è equa né proporzionata. Non tiene conto delle spese considerevoli che sosteniamo per intercettare le violazioni e rischia di tagliare fuori gli artisti e le piccole etichette indipendenti che non potranno semplicemente permettersi di proteggere i propri diritti”. La soluzione, per la BPI, consiste in una ripartizione fifty-fifty, “considerando che anche i service provider ammettono di trarre vantaggio da una riduzione del traffico generato dal file sharing”. 

 

 

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