Gianluca Grignani è fiducioso, sereno anche se non completamente rilassato: non è il tipo. Il suo terzo disco, “Campi di Popcorn” è un disco bello e importante. Forse siamo davvero di fronte a un artista che può raccogliere il testimone di Lucio Battisti e di Vasco Rossi, pronto a mettere tutto se stesso nelle canzoni senza le pretenziosità di certi suoi coetanei. Certo, dopo due dischi così diversi come “Destinazione Paradiso” e La fabbrica di plastica”, la domanda sorge spontanea: a quale dei due fratelli somiglia il terzo “figlio”?
«Al papà. “Campi” è come sono adesso. Ma sia “Destinazione” che “Fabbrica” sono miei figli, rappresentano due parti di me».
Però “La fabbrica di plastica” ha spiazzato la critica, gran parte del tuo pubblico e forse anche la casa discografica.
«Sì, credevano di avermi inquadrato come cantante per ragazzine. Che poi, intendiamoci, le ragazzine io le rispetto, anche i Beatles piacevano alle ragazzine. Ma da noi i giornali sparano le loro stronzate per vendere di più, decidono quello che gli pare, ci speculano sopra perché la mia faccia li fa vendere e non si ascoltano i dischi. Io non ho fatto nulla perché succedesse. Non lo sopporto». Il tuo è un disco con un respiro molto rock, e forse per una volta non nel senso di “rock italiano”, a cominciare dalla registrazione newyorchese…
“Ho cercato di mettere assieme un suono internazionale con quella che credo sia la mia cultura di italiano. Ultimamente ho ascoltato molto i Radiohead, sono straordinari, e poi continuano a piacermi parecchio gli U2. Verve e Oasis molto meno. Ma la scena italiana underground è molto più viva di quella inglese. Mi piacciono moltissimio ad esempio gli Antennah, di Cagliari”.
Per finire, notizie sul tour: “Partiamo a marzo-aprile. Poi ci fermiamo per i Mondiali di calcio. L’Italia è l’Italia. Ma una volta finiti i Mondiali riprendiamo”.