Copia privata, imminente l' 'equo compenso' su pc e telefoni cellulari?

Le polemiche esplose in questi giorni tra industrie del copyright e imprese di  telecomunicazioni, a proposito del diritto dei fornitori di “contenuti” a percepire un “equo compenso” sulla vendita di pc e telefoni cellulari che permettono di copiare a uso privato musica e film, è riuscita nel miracolo di mettere d’accordo SIAE, FIMI e Audiocoop (ricordate le polemiche sui bollini? E quelle tra indies e multinazionali della musica?). Questione di principio, dal momento che l’Italia risulta scontare un ritardo di quattro anni nell’adeguamento a una direttiva europea che raccomanda di estendere le norme sulla  royalty compensativa ai nuovi strumenti tecnologici (l’hanno recepita in maniera diversa Francia, Germania, Spagna e gli altri paesi europei con l’esclusione del Regno Unito, dove il diritto del consumatore alla copia privata non è riconosciuto neppure in assenza di fini commerciali e di lucro).  Ma soprattutto questione di soldi, dal momento che in Italia lo smartphone è persino più usato dell’iPod per scaricare e ascoltare musica (19 % contro 18 % di penetrazione, secondo stime di Forrester Research) e che la percezione di un diritto sulla vendita di tutti i supporti e apparecchi (non più solo cd e dvd vergini, masterizzatori, videoregistratori o lettori mp3 ma anche hard disk, chiavette Usb e telefonini con funzionalità da riproduttore multimediale) porterebbe nelle casse dei  titolari dei copyright un gettito complessivo compreso, a seconda delle stime, tra gli 80 e i 300 milioni di euro  (la raccolta attuale di equo compenso da parte della SIAE si aggira intorno ai 70 milioni).

Il decreto con cui il Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi si appresta ad aggiornare le norme in materia, così come previsto dal dl n.207 del 30 dicembre 2008, deve essere emanato entro il 31 dicembre e tutto fa pensare che la scadenza verrà rispettata: a quel punto iPhone (non ancora assoggettato al prelievo) e iPod (già incluso nell’elenco) saranno parificati nell’obbligo di versare la royalty compensativa, accanto agli smartphones e ai personal computer utilizzati per scaricare e riprodurre contenuti musicali, cinematografici e audiovisivi protetti. Nell’attesa infervorata del provvedimento  Stefano Parisi, ad di Fastweb e presidente di Asstel (l’associazione che rappresenta gli operatori telefonici) è andato all’attacco parlando di tassa ingiustificata e accusando l’industria del copyright di non sapersi  fare pagare in altro modo i suoi contenuti. Le reazioni non si sono fatte attendere: con toni e modi diversi, SIAE e Confindustria Cultura Italia (che rappresenta le maggiori imprese nel settore della musica, del cinema, dell’audiovisivo e dell’editoria)  hanno replicato che non di tassa si tratta ma di sacrosanto diritto dei loro rappresentati a essere remunerati e compensati per la perdita di vendite causata dalla copia privata. CCI ha voluto rammentare che “i prodotti dell'elettronica di consumo costano in Italia più che in Europa, quando in Europa già si applicano le norme aggiornate sulla copia privata e in Italia ancora no”; la SIAE ha sostenuto che l’Italia “può dirsi una sorta di ‘paradiso’ per l’industria dell’ICT che, mentre corrisponde tali diritti all’estero, vorrebbe continuare a non corrisponderli nel nostro Paese”. Posizioni inconciliabili, come si vede, ma su un punto essenziale l’industria del copyright sembra avere avuto partita vinta: le nuove tariffe, stando a quanto anticipano gli operatori, saranno flat, proporzionate alla capacità di memoria di apparecchi e supporti, e non calcolate in percentuale sul prezzo di vendita come volevano “telco” e costruttori. Con quali conseguenze sui prezzi al consumo è tutto da verificare (secondo lo stesso Parisi l’equo compenso potrebbe arrivare fino a 2,50 euro per apparecchio venduto), tanto che le associazioni dei consumatori si sono già espresse contro il provvedimento. Insomma: il clima è rovente e la polemica sembra destinata a non placarsi.

  

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