Copia privata, imminente l' 'equo compenso' su pc e telefoni cellulari?

Le polemiche esplose in questi giorni tra industrie del copyright e imprese di  telecomunicazioni, a proposito del diritto dei fornitori di “contenuti” a percepire un “equo compenso” sulla vendita di pc e telefoni cellulari che permettono di copiare a uso privato musica e film, è riuscita nel miracolo di mettere d’accordo SIAE, FIMI e Audiocoop (ricordate le polemiche sui bollini? E quelle tra indies e multinazionali della musica?). Questione di principio, dal momento che l’Italia risulta scontare un ritardo di quattro anni nell’adeguamento a una direttiva europea che raccomanda di estendere le norme sulla  royalty compensativa ai nuovi strumenti tecnologici (l’hanno recepita in maniera diversa Francia, Germania, Spagna e gli altri paesi europei con l’esclusione del Regno Unito, dove il diritto del consumatore alla copia privata non è riconosciuto neppure in assenza di fini commerciali e di lucro).  Ma soprattutto questione di soldi, dal momento che in Italia lo smartphone è persino più usato dell’iPod per scaricare e ascoltare musica (19 % contro 18 % di penetrazione, secondo stime di Forrester Research) e che la percezione di un diritto sulla vendita di tutti i supporti e apparecchi (non più solo cd e dvd vergini, masterizzatori, videoregistratori o lettori mp3 ma anche hard disk, chiavette Usb e telefonini con funzionalità da riproduttore multimediale) porterebbe nelle casse dei  titolari dei copyright un gettito complessivo compreso, a seconda delle stime, tra gli 80 e i 300 milioni di euro  (la raccolta attuale di equo compenso da parte della SIAE si aggira intorno ai 70 milioni).

    Le polemiche esplose in questi giorni tra industrie del copyright e imprese di  telecomunicazioni, a proposito del diritto dei fornitori di “contenuti” a percepire un “equo compenso” sulla vendita di pc e telefoni cellulari che permettono di copiare a uso privato musica e film, è riuscita nel miracolo di mettere d’accordo SIAE, FIMI e Audiocoop (ricordate le polemiche sui bollini? E quelle tra indies e multinazionali della musica?). Questione di principio, dal momento che l’Italia risulta scontare un ritardo di quattro anni nell’adeguamento a una direttiva europea che raccomanda di estendere le norme sulla  royalty compensativa ai nuovi strumenti tecnologici (l’hanno recepita in maniera diversa Francia, Germania, Spagna e gli altri paesi europei con l’esclusione del Regno Unito, dove il diritto del consumatore alla copia privata non è riconosciuto neppure in assenza di fini commerciali e di lucro).  Ma soprattutto questione di soldi, dal momento che in Italia lo smartphone è persino più usato dell’iPod per scaricare e ascoltare musica (19 % contro 18 % di penetrazione, secondo stime di Forrester Research) e che la percezione di un diritto sulla vendita di tutti i supporti e apparecchi (non più solo cd e dvd vergini, masterizzatori, videoregistratori o lettori mp3 ma anche hard disk, chiavette Usb e telefonini con funzionalità da riproduttore multimediale) porterebbe nelle casse dei  titolari dei copyright un gettito complessivo compreso, a seconda delle stime, tra gli 80 e i 300 milioni di euro  (la raccolta attuale di equo compenso da parte della SIAE si aggira intorno ai 70 milioni).

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