NEWS   |   Pop/Rock / 13/11/2009

Spandau Ballet: 'Le nostre canzoni sono come Peter Pan: non invecchiano'

Spandau Ballet: 'Le nostre canzoni sono come Peter Pan: non invecchiano'

Allora è proprio vero, gli Spandau Ballet sono tornati a essere un gruppo. Non solo su disco (“Once more”, appena uscito). Non solo in concerto (col tour che hanno interrotto per fare promozione e che sarà in Italia dall’1 al 3 marzo 2010, tre date nei palasport a Milano, Roma e Firenze). Anche nella vita di tutti i giorni, a meno che siano bravi a fingere come degli attori da Oscar. Nella tavola rotonda con i giornalisti organizzata dalla loro casa discografica Gary Kemp, Martin Kemp e John Keeble insistono ripetutamente sul punto, e risultano convincenti: “Abbiamo avuto i nostri problemi, lo sapete bene. Ma gli Spandau Ballet sono sempre stati una squadra, una gang. Come se non fossero passati vent’anni, ci siamo ritrovati e siamo tornati a riprenderci i nostri ruoli: Tony arriva sempre in ritardo, Gary continua a perdere i suoi stivali in camerino”. “E’ un sacco di tempo che si discuteva di tornare insieme”, racconta Keeble. “Due o tre anni fa io e Gary ci siamo rivisti per la prima volta in quindici anni e ne abbiamo riparlato davanti a un bel bicchiere di vino rosso. E’ stata necessaria qualche trattativa, ma era una cosa che volevamo tutti e cinque”. “La cosa buona è che ne abbiamo parlato a quattr’occhi, tra di noi, e senza avvocati di mezzo. Il business lo abbiamo lasciato fuori dalla porta”, spiega Martin Kemp. “E alla fine di quell’incontro”, chiosa  il fratello Gary, “stavamo già discutendo la scaletta degli show…”. Tutto così facile?  “E’ stato quando ci siamo ritrovati per la prima volta in sala prove, più o meno un anno fa,  che abbiamo capito che la cosa era fattibile. Abbiamo attaccato ‘I’ll fly for you’, sono bastati pochi accordi di chitarra per accorgerci che la magia era intatta e quanto tutto questo ci fosse mancato. E’ stato come evocare lo spirito di un’altra entità, che improvvisamente si è materializzata davanti a noi. Ci siamo sentiti investiti di una responsabilità, avevamo una storia e un’eredità da onorare. La nostalgia non c’entra:  siamo gli Spandau Ballet del 2009 e guardiamo avanti. Siamo meglio di una volta, come persone e come musicisti. Quando inizi  a fare questo mestiere non sai fare altro, oggi  portiamo nella band le nostre esperienze di vita. Incidere un brano inedito come ‘Once more’ è servito a rompere il ghiaccio e a farci mettere un piede nel futuro: eravamo un po’ nervosi, ma appena l’abbiamo finita abbiamo capito che non sfigurava accanto ai nostri classici. E’ stata una buona cosa lavorare sotto pressione, abbiamo avuto a disposizione sei settimane soltanto, in estate, per completare l’album. E lo abbiamo registrato in uno studio residenziale nella zona meridionale di Londra: suonando insieme, vivendo insieme, bevendo (parecchio) insieme. Il modo migliore per ricreare un legame istantaneo.  La Universal ha insistito che rivisitassimo le vecchie canzoni, prima di fare un album tutto di inediti. E anche questa è una mossa giusta perché sono canzoni senza tempo, non sono legate a un contesto temporale. Una bella canzone è come Peter Pan, non invecchia mai.  ‘Gold’ la ascoltano ancora i diciottenni ai party universitari. I Black Eyed Peas hanno inciso ‘True’, Nelly ne ha usato un campione e band come i Killers dimostrano di avere ascoltato la nostra musica. Sull’album le abbiamo rivisitate in versione intimista, dal vivo è un’altra cosa: le suoniamo a tutto volume, con l’elettronica e i ritmi che pompano. Come ai vecchi tempi”. Neanche chi vi viene a vedere è nostalgico? “Ci sono anche i giovani: principalmente figli nostri…Ma non si tratta solo di questo”, dice Gary.  “Se David Bowie annunciasse un nuovo tour io mi precipiterei a vederlo e non per nostalgia: piuttosto perché lo sento parte di me, e perché la sua musica ha segnato i miei anni di formazione. Da quel che abbiamo verificato nei concerti inglesi, anche per i nostri fan è così. Molti di quelli che non avevano mai avuto occasione di vederci non sapevano che ci siamo guadagnati la nostra fama dal vivo. Sul palco  non temiamo confronti, ce la giochiamo con chiunque, siamo affiatati e facciamo spettacolo. Abbiamo provato per quattro settimane, prima di debuttare. Eravamo pronti, sapevamo che cosa sarebbe successo durante le due ore di show. Quello che non ci aspettavamo era un pubblico così casinista, era come se in azione ci fosse una enorme  macchina del vento. Non succedeva neanche negli anni Ottanta, la gente stava in piedi per due ore ma non urlava così forte. I nostri fan sono ancora matti, diciamo che si tratta di una follia più matura: lasciano i figli a casa e si prendono una serata libera. Le donne? Non ci guardano più solo in faccia, ora ascoltano anche la musica. La cosa più bella è che chi viene ai nostri concerti sa delle nostre vicissitudini e si sente parte della storia, protagonista dello spettacolo. In fondo la nostra storia è un invito alla speranza: dimostra che, qualunque cosa possa succedere, ci può sempre essere un finale positivo”. Essere in tour con vent’anni in più sulle spalle significa qualcosa? “Beh, oggi siamo padri di famiglia. Ma andare in giro e viaggiare ci piace ancora, quello è il nostro ambiente naturale. Il successo non si misura con i soldi che fai, ma con la possibilità di trasformare il tuo hobby in un lavoro. Per questo ci sentiamo dei privilegiati. E poi oggi siamo molto più fiduciosi, più rilassati di prima. Negli anni Ottanta c’era sempre un timore di fondo: di non essere più all’altezza, di non avere più successo, di essere scavalcati  da qualcun altro. Succede a tutti i gruppi, e sicuramente è stato uno dei motivi del nostro scioglimento: non puoi sopportare quella tensione tutta la vita. E poi a fine decennio era arrivata una nuova ondata, la dj culture che noi stessi abbiamo contribuito a diffondere pubblicando prima degli altri remix dance dei nostri pezzi. In un certo senso abbiamo generato il mostro che ci ha ucciso, oggi siamo tornati per reclamare il posto che ci spetta”. Come i Duran Duran…“Che carini, sono dei bravi ragazzi e siamo amici. La sera della prima londinese ci hanno fatto recapitare un’enorme bottiglia di Dom Perignon, qualcuno di loro è venuto anche al concerto. C’era anche il bigliettino d’auguri: solo che invece di  ‘break a leg’, la tipica formula d’augurio inglese, c’era scritto ‘we’ll break your legs’, vi spezziamo le gambe!”.  Altri tempi, quelli della loro rivalità: oggi i divi li fabbrica X Factor, che li ha appena ospitati su RaiDue. “E’ uno show divertente e di grande successo, ma c’è un aspetto preoccupante. Noi abbiamo cominciato a suonare ai tempi della scuola, portandoci in giro i nostri strumenti da quattro soldi, salendo la scala dal primo all’ultimo gradino. E questi programmi, invece, ti promettono di diventare immediatamente una star. Una volta erano i movimenti spontanei di strada, era la cultura giovanile a produrre i nuovi fenomeni: i mods hanno dato vita agli Who, i rockers ai Rolling Stones, i New Romantic agli Spandau Ballet. Ora sono i direttori artistici delle case discografiche a dirti come devi cantare, come suonare, con cosa vestirti. Così non possono nascere idee nuove”. 

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