Concerti, Yes in Italia: 'Per noi la musica è ancora come un viaggio'

Concerti, Yes in Italia: 'Per noi la musica è ancora come un viaggio'

 

La saga degli Yes è un susseguirsi di arrivi e partenze, di fughe e di ripensamenti. Un carosello di passaggi attraverso un’immaginaria porta girevole, dentro e fuori, in cui gli unici inquilini stabili sono il bassista Chris Squire, nel gruppo dagli inizi, e il batterista Alan White, entrato in formazione subito dopo lo storico “Close to the edge” per rimpiazzare Bill Bruford arruolato dai King Crimson. Accanto a loro, nel mini tour italiano che parte questa sera dal Teatro Comunale di Vicenza (si replica il 4 novembre al Tenda Strisce di Roma e il 6 all’Arcimboldi di Milano) ci sono un altro senatore, il virtuoso Steve Howe, e due reclute ingaggiate l’anno scorso per il tour del quarantennale, il cantante del Quebec Benoit David, 43 anni, e il tastierista Oliver Wakeman, figlio di Rick, 37 anni. “Dal 1972 non ho mai lasciato il mio posto”, ricorda White alla vigilia del mini tour italiano, “ e con Chris mi sono sempre impegnato a portare avanti la band. Indipendentemente da chi fosse nel gruppo nelle sue diverse incarnazioni, e a dispetto di tutti i cambiamenti che abbiamo affrontato, noi due abbiamo cercato di tenere vivi lo spirito e l’immagine  della band conservando intatto nel tempo il nostro progetto musicale. Il fatto è che ci piace suonare questa musica, tutto qui”. Magari qualcosa sarà anche cambiato, nei rapporti tra i tre membri storici del gruppo... “Mica tanto, a dire il vero. Ci conosciamo talmente bene e da così tanto tempo che ognuno è in grado di capire in anticipo cosa stanno per suonare gli altri.  E’ tale, la comunicazione musicale tra di noi, che sappiamo prevedere le nostre reciproche mosse”.

Ricorda bene il suo primo concerto con gli Yes, Alan. A Dallas, nel Texas: “Non fu difficile come si potrebbe pensare. E’ vero, avevo suonato rock’n’roll con la Plastic Ono Band di John Lennon e Yoko Ono e con Joe Cocker, ma in Inghilterra avevo anche un mio gruppo con cui facevo musica piuttosto complessa e influenzata dal jazz. Diciamo che ero mentalmente pronto e ben addestrato per suonare in un gruppo come gli Yes. E forse è stato proprio questo a farmi conquistare il posto: la capacità di rendere più semplici e ascoltabili dal pubblico anche i passaggi più complicati”. Delle sue visite in Italia, invece, ha memorie più vaghe (“la mia prima volta sul palco da voi? Dev’essere stata a Roma, ma non ne sono sicuro”). Non ricorda neanche le tensioni che aleggiavano intorno ai concerti negli anni Settanta? “Noi andavamo dritti per la nostra strada, badavamo solo a suonare per la gente e a renderla felice. E in Italia abbiamo sempre avuto un pubblico attento e che conosce benissimo la nostra musica. Ricordo solo uno show in cui ci furono un po’ di disordini fuori dal palazzetto. Ci raccontarono che era in corso una specie di raduno politico, ma non vedemmo niente perché eravamo protetti e tenuti distanti dallo staff.  Rammento invece qualcuna delle band con cui abbiamo suonato…La PFM , certo: sembravano la versione italiana degli Yes!. E poi la nostra permanenza di tre mesi al castello di Carimate, durante le sedute di registrazione che avrebbero portato a ‘Big generator’. Ottimo cibo, come sempre”. Da virtuosi dei rispettivi strumenti, nei Settanta gli Yes rivaleggiavano nell’affetto del pubblico e nei referendum delle riviste specializzate con Led Zeppelin, Genesis, Emerson, Lake & Palmer… “Ma non c’era competizione tra noi, piuttosto amicizia”, sostiene White. “In un certo senso condividevamo una certa vena musicale, ma allo stesso tempo ognuno di noi era differente dagli altri. Alla fine eravamo tutti nella stessa barca e si andava d’accordo. Oggi ci sono in circolazione band come i Dream Theater e gli Spock’s Beard che sembrano avere imparato molto da noi e dagli altri gruppo di quel periodo. L’idea resta quella di progettare e dar forma alla musica in modo che ogni singola canzone diventi come un viaggio, un’avventura musicale”.

White, paciere per natura, è l’unico ad avere cercato un contatto con  Jon Anderson, quando il cantante e cofondatore del gruppo è stato escluso dai giochi  contro la sua volontà,  e anche al telefono con Rockol veste diplomaticamente i panni del pompiere: “Jon è stato malato per parecchio tempo (asma e problemi respiratori, ndr), e una volta che si è sentito meglio ha deciso che voleva esibirsi anche da solo. Credo che non fosse ancora abbastanza in forma per andare on the road con una band come gli Yes. Siamo rimasti fermi per due o tre anni, poi abbiamo trovato questo cantante, Benoit David, che suonava in una cover band degli Yes a Montreal (i Close To The Edge, ndr). E’ stato Chris Squire a scovarlo su YouTube.  La cosa è sembrata subito interessante e abbiamo deciso di rimettere in piedi la band. Con lui e Oliver Wakeman le cose si sono messe subito a funzionare. Rick, il papà di Oliver, non se la sentiva di impegnarsi in un tour stressante come quelli degli Yes, che prevedono anche tre concerti di fila e viaggi quotidiani in giro per il mondo. Non voleva sprecare tutte quelle energie, e poi  in Inghilterra è impegnato con un programma radiofonico che lo diverte molto. Ha fatto la sua scelta, ed è saltata fuori l’opportunità di ingaggiare suo figlio”.

Sul palco, il nuovo quintetto   promette qualche sorpresa.  “Peschiamo da tutto il repertorio del gruppo”, anticipa White. “Ci sono i pezzi forti che la gente si aspetta di ascoltare come ‘I’ve seen all good people’ o ‘Siberian khatru’, ma anche brani da un album come ‘Drama’ che non eseguivamo sul palco da almeno vent’anni. Lo abbiamo ripreso anche perché è un disco in cui a cantare non era Jon ma Trevor Horn. Ed è divertente  rifare sul palco canzoni come ‘Tempus fugit’ e  ‘Machine messiah’ che non suonavamo da così tanto tempo”. Niente materiale inedito, dunque. “Stiamo progettando di registrare qualcosa l’anno prossimo, per il momento però siamo pienamente concentrati su questo tour e quel che ci preme è fare conoscere al pubblico questa nuova versione degli Yes”.

 

 

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