Charles Aznavour torna in Italia: 'Io, Bob Dylan e Berlusconi'

Charles Aznavour torna in Italia: 'Io, Bob Dylan e Berlusconi'
Il suo “tour di commiato internazionale” è in giro dal 2006 e Charles Aznavour

, 85 anni compiuti e magnificamente portati, non ha un momento libero, stretto tra impegni canori e diplomatici (per conto dell’amata terra d’origine, l’Armenia).

Ecco il motivo, ha spiegato oggi a Milano, di un’assenza dall’Italia durata ben 26 anni: rimedierà con un giro di recital nei teatri che parte il 30 ottobre dal Regio di Parma per toccare poi il Comunale di Firenze (1 novembre), l’Arcimboldi di Milano (3 novembre), l’Auditorium Parco della Musica di Roma (4 novembre), il Politeama di Catanzaro (6 novembre) e il Teatro Team di Bari (9 novembre). “Una volta collaboravo con Mogol, con Sergio Bardotti, soprattutto con Giorgio Calabrese. Poi lui s’è messo a lavorare molto per la televisione e io mi sono rivolto agli spagnoli… Ma adoro l’Italia, senza le vostre scarpe e le vostre calze andrei in giro a piedi nudi, chi non mi conosce bene a volte mi chiede da quale regione italiana provenissero i miei genitori…Milano mi sembra cambiata, certi negozi non ci sono più. Per fortuna non sono cambiati il cibo e il vino e io mangio sempre nello stesso ristorante, il Conte Ugolino di piazza Beccaria, e lì mi faccio fare il mio piatto preferito, pasta e fagioli. Anche Mastroianni aveva gli stessi gusti? Non è l’unica cosa che abbiamo in comune. Anch’io mi addormento durante le prove”. .


E la musica? “Mi fa male al cuore pensare che una volta la canzone italiana e quella francese giravano per tutto il mondo. In Francia sono rimasto solo io, in Italia qualcuno di più, so che Massimo Ranieri viene a cantare all’Olympia. Nel mio recital non canterò solo in francese ma farò sei/otto canzoni in italiano, una in spagnolo e una in inglese. Le sto studiando di nuovo, le mie canzoni italiane, perché ho poca memoria. Però non ho mai dimenticato ‘Buon anniversario’ e neanche ‘Com’è triste Venezia’. Che è famosissima nei paesi di lingua spagnola. Una volta ho visitato una fabbrica di sigari a Cuba, al mio arrivo gli operai si sono fermati e l’hanno cantata tutti in coro. Sono rimasto molto colpito”. Tra i suoi ammiratori locali c’è anche Paolo Conte , che sarà a Milano per vederlo e finalmente conoscerlo… “So che mi ha fatto grandi complimenti e lo ringrazio. Appartiene alla schiera dei miei artisti preferiti, i cantautori. Quello che mi ha influenzato più di tutti è stato Charles Trenet, quello con cui sono più amico è Serge Lama. E ammiro molto Bob Dylan , una volta venne a vedermi in concerto e non osò presentarsi in camerino. Ci siamo conosciuti quarant’anni dopo e ci siamo abbracciati come due parenti che non si vedono da tanto tempo”.

I giornalisti che affollano la conferenza stampa gli chiedono delle sue epocali canzoni, che hanno cantato l’amore e argomenti scottanti (com’era trentasette anni fa l’omosessualità) sempre da prospettive insolite, e con grande delicatezza.

“Perché canto l’amore che finisce e che provoca dolore? Perché l’amore non è solo gioia, è anche cose terribili e odiose. ‘J’ai bu’ è una di quelle canzoni, ed è la preferita di Harvey Keitel: l’ultima volta che ho cantato a New York non l’ho fatta e c’è rimasto molto male. Nelle mie canzoni ho spesso affrontato temi sociali, è vero. Ma sempre stando molto attento alle parole che sceglievo, per non urtare la sensibilità di nessuno. Con ‘Comme ils disent’ volevo dare una mano alla causa omosessuale, senza mai citare la parola nel testo: obiettivo raggiunto. Passare da una canzone d’amore a una di tema sociale mi risulta facile, amo la varietà”. Aiutato in questo dalla sua carriera parallela di attore? “Certamente, una cosa aiuta l’altra. Agli attori, che spesso arrivano sul set quando vogliono, fa bene la disciplina del cantante: il sipario, in una sala da concerto, si alza a un’ora precisa e non puoi arrivare in ritardo. Ho lavorato con la crema dei registi francesi, il mio incontro con Truffaut è stato improntato alla timidezza reciproca E comunque mi sento più cantante che attore, anche se certa stampa sosteneva che non avessi né la presenza fisica né la voce. Sbagliano anche i giornalisti”. .


Tra un ricordo e un lazzo sulla sua statura (“Il cantante francese Julien Clerc mi ha detto di essere cresciuto ascoltando le mie canzoni. A me purtroppo non è successo…”), Aznavour svicola rapido le domande sulla politica e sui suoi impegni all’Onu e all’Unesco (“Oggi parlo da cantate, domani indosserò di nuovo il mio altro cappello”), ma non può sfugge a un commento su Berlusconi, aspirante chansonnier ai tempi degli spettacoli sulle navi da crociera. “Sì che lo conosco, o meglio lo conoscevo prima che entrasse in politica. Una volta mi ha regalato duecento bottiglie di vino. Ama la buona musica, ha una stupenda collezione di quadri e parla bene il francese. Come può non piacermi?”
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