Kings Of Convenience: 'Un disco mezzo italiano, ma malinconicamente norvegese'

Kings Of Convenience: 'Un disco mezzo italiano, ma malinconicamente norvegese'

Dai dieci gradi con pioggia di Bergen, Norvegia, ai ventisette di Milano e ritorno. I Kings Of Convenience si godono il sole settembrino mentre dal terrazzo della EMI raccontano del nuovo e lungamente atteso “Declaration of dependance” uscito venerdì scorso, 25 settembre: il loro terzo album ufficiale, come si premurano di scrivere sulle note di copertina, relegando i remix di ”Versus” a niente più che una curiosa divagazione. In Italia ormai sono di casa, tanto che metà del nuovo disco è stato registrato all’Esagono di Rubiera (Reggio Emilia). “Ci siamo venuti cinque volte, restando ogni volta una settimana circa” spiega Erik Glambek Bøe. “Perché abbiamo scelto Rubiera? Perché si mangia bene e perché è un posto tranquillo dove non succede niente. Diventava difficile lavorare a Bergen, dove abbiamo amici e famiglia. Finisce sempre che ti telefona qualcuno per invitarti ad andare a pesca o a una partita a tennis. A Reggio, invece, nessuno ci disturbava e abbiamo potuto concentrarci”. Imparato qualcosa di nuovo e di interessante sull’Italia? “Sì, ho trovato interessante questo progetto di riprendere il controllo di certe fattorie che erano finite in mano alla mafia. Stiamo imparando a conoscere anche le piccole sfumature, della vita italiana”. “Stando in Emilia Romagna”, interviene l’altro “king”, Erlend Øye, “abbiamo imparato certe regole che esistono a proposito del cibo, che cosa definisce un parmigiano reggiano o un aceto balsamico di qualità. In Norvegia mangiamo cibo igienicamente controllato ma assolutamente insapore, avremmo molto da imparare dalla vostra cultura culinaria”. Le regole che i due applicano alla loro musica hanno prodotto invece un disco rigorosamente acustico e se possibile ancora più minimale dei precedenti: due voci che spesso cantano all’unisono, due chitarre che dialogano, qualche tocco sporadico di contrabbasso e di viola ad opera dei due musicisti, Davide Bertolini e Tobias Helt, che sovente li accompagnano in tour. “Un disco spoglio, sì. E abbiamo già un’idea per il disco successivo: ci faremo costruire due chitarre speciali con tre corde ciascuna” scherza Erlend, il battutista del duo. “Abbiamo idee un po’ diverse in proposito”, interviene più seriosamente Eirik. “Io credo che dovremmo cantare insieme il più possibile, lui che ognuno debba sviluppare le sue canzoni senza che l’altro si intrometta più di tanto. Quando una canzone viene cantata da due persone, soprattutto se non riesci a distinguere bene chi canta che cosa, il messaggio diventa in un certo senso meno personale, più universale. E’ su questo che verte gran parte delle nostre discussioni. Forse il problema è che abbiamo imparato ad apprezzarci sempre di più, come compositori. Così abbiamo più timore di farci avanti, con una voce di accompagnamento o un intervento strumentale. ‘Declaration of dependence’ significa anche questo”.
Un arguto gioco di parole, com’è consuetudine per i Kings Of Convenience. “Cerchiamo di trovare dei titoli carini”, spiega Erlend. “C’è quel cantautore, Jack Penate , che ha intitolato il suo disco ‘Everything’s new’…Andiamo, è di una banalità mortale, devi metterci un po’ più di impegno no?” “E’ difficile sintetizzare cinque anni di lavoro in una frase”, aggiunge Eirik. “Lo sarebbe anche per un giornalista, se dovesse riassumere in un titolo tutti gli articoli che ha scritto in quel lasso di tempo. Ci vuole qualcosa di complesso, e con più significati”. Alcune canzoni, in effetti, sono in giro da parecchio tempo: come ‘Riot on an empty street’, che porta il titolo dell’album del 2004 ma che all’epoca non aveva trovato una forma compiuta e soddisfacente. Con il trasloco di Erlend, tornato a Bergen dopo una lunga permanenza a Berlino, i tempi di lavorazione hanno finalmente subìto un’accelerazione. “Ma sai una cosa? Ho scelto il momento sbagliato per farlo: proprio in quel momento Eirik ha messo incinta la sua ragazza… Da quando è diventato papà ha sempre meno tempo per me. Perché sono tornato? Ho viaggiato già molto, in vita mia, e continuerò a farlo per motivi professionali. E quando vivi così, e cominci a invecchiare, hai bisogno di un posto che consideri casa tua. A Berlino avevo degli amici, ma è difficile avere relazioni profonde quando non sei nel tuo paese. Con la gente che è cresciuta nel tuo stesso posto è molto più facile capirsi al volo. Non so dire se il mio ritorno a casa abbia influenzato la composizione. Le canzoni parlano sempre della tua vita, dei dubbi, delle incertezze. Ogni disco è un po’ come una zuppa che cucini con le tue esperienze di vita”.
“Declaration of dependance” conserva comunque certe influenze esotiche tipiche della musica dei Kings Of Convenience: l’amore per la bossa nova brasiliana, per esempio. “Si è sempre affascinati dalle culture diverse dalla propria”, sostiene Eirik, “e poi la bossa nova ci ha insegnato che la chitarra è un grande strumento ritmico. Se hai una chitarra, non hai bisogno di una batteria”. E c’è un elemento norvegese nella musica dei KOC? “Siete voi a dovercelo dire”, risponde Erlend. “Ma credo che una caratteristica fondamentale sia l’assenza di un’emotività spinta nel canto, stile Eros Ramazzotti. E' come se noi norvegesi sentissimo che ce la dobbiamo conquistare, l'emotività in musica, con una grande canzone e un bel testo. Non mi sembra che in Italia sia così". "E poi c'è la propensione a usare accordi in tonalità minore", chiosa Erik. "C'è sempre un che di malinconico nella nostra musica. Con la pioggia incessante e la temperatura di Bergen non potrebbe essere altrimenti".  

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