NEWS   |   Industria / 18/09/2009

Concerti e prevendite: parla Roberto De Luca (Live Nation)

Concerti e prevendite: parla Roberto De Luca (Live Nation)
Biglietti in vendita (sia pure per un solo giorno) senza alcuna commissione.
Promozioni che nel prezzo del biglietto includono un buono per il parcheggio gratuito, per una bibita e per un panino . Tessere che danno accesso scontato per un anno ai club convenzionati e facenti parte del circuito. Live Nation, il colosso multinazionale della musica dal vivo, si è messo in moto per rispondere alle richieste (e alle proteste) dei consumatori, che oggi hanno meno soldi in tasca di prima e manifestano segni di nervosismo a fronte della molteplicità di voci di spesa che incidono sui prezzi dei concerti. E in Italia? “In Italia queste cose le abbiamo già fatte”, spiega l’ad di Milano Concerti (controllata da Live Nation) Roberto De Luca. “Nel prezzo di ingresso all’Heineken Jammin’ Festival, per esempio, è incluso il campeggio. Altre volte ho concesso gratuitamente i parcheggi. E per il concerto ‘Amiche per l’Abruzzo’ la prevendita non si pagava. Quando se ne presenta l’occasione, quando la situazione lo consente e intervengono accordi particolari, concedo volentieri degli incentivi e delle facilitazioni al pubblico”. De Luca dice di non essere al corrente dell’iniziativa lanciata dalla Live di Andrea Pieroni. “Ma vendere un biglietto in prevendita, ricordiamocelo, non è una cosa semplicissima. Mettere in piedi una piattaforma che soddisfi decine di migliaia di richieste al giorno costa parecchio denaro, il funzionamento di un’organizzazione come TicketOne non può essere remunerato dal costo netto del biglietto. Impiegare dei dipendenti e fare promozione costa dei soldi. E anche quando il biglietto in prevendita lo vende un negozio di dischi ci vuole qualcuno che stacchi i tagliandi alla cassa, che contabilizzi le entrate e risponda alle telefonate. Anche mandare una persona in giro per la città a distribuire biglietti ai punti vendita, come oggi si fa sempre meno frequentemente, comporta un esborso monetario. Altrettanto costa recuperare l’invenduto e incassare il denaro, col rischio di essere rapinati: a me è successo”.
Ma intanto i soldi incassati in anticipo finiscono in banca, e fruttano degli interessi… “Gli interessi? Sui conti correnti, se non sbaglio, oggi siamo intorno all’uno e mezzo per cento. E poi bisogna vedere in quale banca finiscono, i soldi. Il 90 per cento delle volte vanno sul conto corrente dell’artista, a cui io pago un garantito magari con sei mesi d’anticipo. E allora gli interessi li incassa lui, mentre io mi sobbarco solo quelli passivi, e magari devo anche chiedere un prestito alla mia banca perché in quel momento sono carente di liquidità… Insomma, gli interessi bancari sui biglietti sono una cosa su cui personalmente non ho mai contato. E poi il punto centrale è un altro: nessuno obbliga il consumatore a comprare il biglietto in anticipo. Può sempre comprarlo il giorno del concerto, se decide di accettare il rischio di non trovarlo o di doversi rivolgersi ai bagarini”. Comprare in prevendita, in un certo senso, è una forma di assicurazione contro questo tipo di rischi. Ma perché se poi il concerto salta la prevendita non viene rimborsata? “E chi l’ha detto? Non so come si comportino i concorrenti, nei rari casi in cui un mio concerto sia stato annullato per cause di forza maggiore io ho sempre garantito il rimborso. Quando è saltata l’edizione 2007 dell’Heineken Jammin’ Festival ho restituito l’incasso che avevo realizzato sui 175 mila biglietti venduti. Diritti di prevendita compresi”.
Che per De Luca non solo sono indispensabili, ma non possono neppure essere ridotti di entità: “Il sistema ha un fondamento razionale, se così non fosse non funzionerebbe. Vendere in anticipo sul giorno del concerto è necessario, se no come lo riempi uno stadio?”. E le richieste di trasparenza che arrivano dal mercato? “Sul tagliando sta scritto il prezzo d’ingresso allo spettacolo, quello della prevendita, dove si comprano i biglietti. C’è scritto tutto, più trasparente di così. Fondamentalmente io gestisco un negozio, e la mia merce sono i biglietti. Se vai da un salumiere e compri un etto di prosciutto non hai tutte quelle informazioni sull’acquisto che hai fatto”. Il ceo di Live Nation torna a ribadire una posizione più volte espressa in passato: “Io non concordo e non solidarizzo con chi predica la diminuzione del prezzo dei biglietti. Non possono costare poco: noi non entriamo in uno stadio con scarpette e pallone, ci andiamo con decine di bilici, impianti luce che pesano tonnellate, scenografie complesse. Considerato questo, i biglietti non sono cari. Teniamo conto del fatto che non abbiamo sovvenzioni e che non lavoriamo per beneficenza, esattamente come la Fiat o la Barilla. E il fatto che il secondary ticketing cresca d’importanza anche in Italia vuol dire proprio questo: c’è gente che, pur di non fare la coda o passare ore al computer, è disposta a spendere il doppio e anche di più. Allora i biglietti non sono cari come tutti dicono. E mi pongo un’altra domanda: perché devono guadagnarci dei terzi, invece del promoter e dell’artista che sono gli unici ad averne diritto?”.

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