David Sylvian: 'Il pop? No grazie, oggi la mia è musica da camera'

David Sylvian: 'Il pop? No grazie, oggi la mia è musica da camera'
Coraggioso, non c’è che dire. Quasi temerario. David Sylvian non si era mai spinto così avanti, nella sua ricerca sempre più estranea ai meccanismi della musica di consumo. Ne è cosciente e ne canta anche in “Small metal gods”, il brano che apre il suo nuovo, ostico ma stimolante album “Manafon” che esce oggi venerdì 18 settembre. “Non avevo programmato di collocare quel pezzo all’inizio né di farlo diventare un manifesto di pensiero. Ma in effetti è così, le prime parole del disco sono una chiave utile a descrivere il senso di questo lavoro” conferma David, capelli fluenti e pizzetto da dandy d’altri tempi, come sempre elegantissimo nei modi e nel vestire. “Questo disco”, riflette a bassa voce soppesando ogni parola, “rappresenta per me l’ingresso in un nuovo territorio. In tutti i sensi: come compositore, come autore di testi e come cantante. L’intero processo di scrittura, stavolta, è stato un lavoro di scavo, un’esplorazione dell’anima e della psiche, un viaggio verso aree del cuore, della mente e dell’intelletto che non avevo mai visitato in passato. Volevo vedere fino a dove potevo spingermi. E’ un percorso che avevo iniziato con ‘Blemish’, questo disco ne è la continuazione”.
In un’opera basata sulla voce si inseguono citazioni e suggestioni letterarie ed è ricorrente la figura del poeta R.S. Thomas, che nel villaggio gallese di Manafon (da cui il titolo del disco) visse diventandone per qualche tempo anche rettore della parrocchia… “Ma questo è un lavoro ispirato da nient’altro che dalle mie esperienze personali”, precisa Sylvian. “Ho solo cercato un contesto appropriato in cui esprimere il soggetto delle mie canzoni”. L’autore ne parla come di “moderna musica da camera”: “Mi sembra una definizione appropriata, per l’economia di mezzi impiegati e per il senso di intimità che si crea con l’ascoltatore. La voce diventa come una presenza fisica: come a teatro, con l’attore al centro della scena a raccontare una storia. Anche qui contano le sfumature. Piccoli gesti e minime variazioni di luce sul palco, è a questo che pensavo mentre sviluppavo il lavoro e in particolare durante il missaggio”. Le registrazioni, iniziate a Vienna nel 2004, proseguite a Tokyo e concluse a Londra a fine 2007, hanno coinvolto musicisti giapponesi, membri dei Polwechsel, Christian Fennesz, Keith Rowe, Evan Parker, John Tilbury, Marcio Mattos. A tutti Sylvian ha assegnato un compito allo stesso tempo libero e preciso: improvvisare rispettando un canovaccio. “Non volevo musiche di sottofondo, i miei testi non erano poesie rispetto a cui lo sfondo sonoro diventa quasi un elemento estraneo. Cercavo un’integrazione tra i due elementi, rispondevo con le parole alle suggestioni della musica trasformandola in linguaggio. Con ‘Blemish’ ho inaugurato un modo di lavorare per me inedito: entravo in studio alla mattina e mi mettevo a improvvisare alla chitarra, riascoltando quel che avevo suonato cominciavo a scrivere le parole e da lì nascevano nuove melodie, in un interscambio continuo. In un paio d’ore qualcosa prende corpo, lo registri ed ecco fatto. E’ un procedimento molto immediato. Ed elettrizzante, perché non hai il tempo di stare a pensarci, di rielaborare o rivedere i risultati”. Difficile trovare musicisti in grado di assecondare questa scelta? “No, perché è tutta gente che in qualche modo conoscevo o ascolto da anni. Adoro il minimalismo, mi piace quando i musicisti eseguono le loro parti suonando in modo trattenuto, emettendo note in sordina, ronzii e borbottii. E’ dagli anni Ottanta che mi sono avvicinato a questa forma di improvvisazione, nei primi Novanta ho collaborato con Keith Tippetts senza riuscire ancora a trovare un modo per entrare nel sistema. Ma poi, quando ho cominciato a lavorare con Fennesz, ho capito che c’era spazio anche per me. In un certo senso stavolta ho abusato dei musicisti, costringendoli a minimizzare il loro contributo. Ma sono stati importantissimi, hanno capito che il mio scopo era di portarli in una nuova direzione. Siccome molti di loro avevano già familiarità con la mia musica sono stati molto generosi nei miei confronti”.
Date le premesse, “Manafon” sembra un disco difficilmente replicabile sul palco. O quanto meno destinato per natura alla mutevolezza. “Per essere certo di conservare certi elementi compositivi che sussistono nel contesto improvvisativo dovrei avere gli stessi musicisti che hanno preso parte alle session. Oppure sceglierne altri capaci di accettare questo dato di fatto, la presenza di una struttura compositiva che non bisogna alterare ma che al tempo stesso concede ampi spazi di libertà. Lo stesso vale per i miei testi, esistono ma potrebbero anche prendere altre strade. Come in una sorta di devoluzione”. Niente batteria, niente ritmo…Un’altra scelta meditata, “che mi ha permesso più libertà di manovra. Non volevo essero rinchiuso dalla gabbia delle battute, il ritmo è molto seducente: ti risucchia e ti facilita l’ascolto togliendoti il peso dell’impegno e dell’attenzione. Alcuni brani di ‘Manafon’ hanno un tempo discreto, più una pulsazione che un ritmo. E il pizzicato sugli strumenti a corda o il pianoforte di per sé ha già una qualità percussiva”.
In “Manafon” David canta sempre in terza persona: è un modo di prendere distacco dalla materia, di assumere un ruolo neutro di narratore? “No, cantando in terza persona si finisce inevitabilmente per svelare qualcosa di se stessi. Raccontare in prima persona è più imbarazzante per tutti. Se assumo le sembianze di un altro mi sento meglio predisposto ad esprimere i miei sentimenti. Ovviamente la fiction fa la sua parte, crei un personaggio e segui il suo flusso di pensiero immaginario. Ma il contesto o quel che accade al personaggio hanno sempre a che fare con la mia esperienza, c’è sempre una consonanza psicologica”.
Avrebbe potuto fare un disco del genere, David, se fosse rimasto alla Virgin? “Non so rispondere, ma devo riconoscere che non mi hanno mai frenato, mi hanno sempre lasciato piena libertà”. Sul back catalog però sono loro, i suoi ex discografici, ad avere il pallino in mano. “Vero, recentemente è uscita un’antologia dei Japan con cui non ho avuto nulla a che fare. So che vogliono realizzare una compilation anche sulla mia produzione solista attingendo anche a una parte del catalogo della mia etichetta Samadhisound, nel caso gli chiederò di lasciarmi esercitare un certo controllo sul progetto. Ma senza farmi coinvolgere troppo, l’ho già fatto per ‘Everything and nothing’. Ho riesplorato il mio passato, ho ripercorso vecchie strade e non voglio più rifarlo. Per un certo periodo ho smesso completamente di ascoltare i miei vecchi dischi. Volevo sradicarmi dal passato, cancellare tutto per ricominciare da zero. Anche oggi per me è molto difficile guardarmi indietro, appena completo un lavoro passo oltre. Non ho mai riascoltato neppure ‘Blemish’, da quando l’ho pubblicato. Condivido il pensiero di chi dice che guardandosi indietro si sente sopraffatto dal senso di fallimento e di disappunto! Lo facessi, mi verrebbe voglia di rimetterci le mani, mi metterei a pensare a cosa avrei potuto fare meglio o non avrei dovuto fare del tutto. Finirei per occuparmi solo di quello per il resto della mia vita…e non avrebbe senso, c’è altro lavoro da fare. Se non completassi quel che ho in mente, allora sì che mi sentirei incredibilmente frustrato”. Distante dai Japan come da “Brilliant trees”, mr. Sylvian? “Sì, anche se in un modo diverso. Capisco la persona che ha scritto ‘Brilliant trees’, la filosofia di cui ero imbevuto allora è la stessa di cui mi nutro oggi, solo a un altro stadio di maturazione. Mi è molto più difficile trovare un legame col ragazzo dei tempi dei Japan, perché allora non avevo questo retroterra filosofico. ‘Ghosts’ è stato un punto di svolta, il momento in cui ho capito che volevo percorrere un sentiero autoanalitico. Da lì è iniziato il mio percorso di ricerca e di autoeducazione, da lì ho tirato una riga sul mio passato. Una volta ho sentito dire al chitarrista Steve Tibbet, a proposito di un disco che aveva appena realizzato, che finalmente aveva raggiunto quel che voleva. E così dicendo di rendersi conto di essere in una situazione molto pericolosa, perché dopo ti senti completamente vuoto. A me non è mai capitato, al più posso pensare di avere realizzato un’opera coesa: è quel che penso di ‘Blemish’ e di ‘Manophone’, di ‘Tin drum’ e di ‘Secrets of the beehive’. Non lo penso di ‘Brilliant trees’ o di”Gone to earth’, che pure hanno dei momenti brillanti. Sono un po’ come Woody Allen, che parla spesso della sua incapacità di realizzare la visione che aveva all’inizio del lavoro…”. Niente nostalgia, mai e poi mai con in Japan, allora. “Per me il concetto di gruppo è definito da un tempo e da un luogo, dalle persone che ne fanno parte in un dato momento. Vent’anni dopo è tutto diverso, le persone sono diverse. Per questo ‘Rain tree crow’ non è un disco dei Japan, le motivazioni del lavoro erano cambiate, l’alchimia tra i membri del gruppo completamente diversa. Per questo non ho fiducia nei gruppi musicali che si riformano. Sono una menzogna. A meno che non si tratti dei Rolling Stones, o forse anche gli Who, che sono una continuazione di se stessi”. Sylvian il “discontinuo” persegue invece interessi diversi: musica, fotografia, cinema (l’edizione limitata di “Manafon” include un filmato. “Amplified gesture”, diretto dal regista Phil Hopkins). Qualche tratto comune, nell’ispirazione o nel fine? David si prende una lunga pausa: “Posso solo dire che tutto nasce da un senso estetico comune, anche se come musicista mi sento molto più espressivo che negli altri campi. Metto il mio massimo impegno nella realizzazione della musica, non impiego altrettanto tempo o energia sull’aspetto visuale. Se vuoi creare qualcosa devi utilizzare nel modo migliore il tempo limitato che hai a disposizione. L’opera visuale, per me, è una sorta di sollievo dal continuo lavorare sul suono e con le orecchie. Non appena distolgo l’attenzione la trasferisco sugli occhi. E’ una pausa salutare per il mio cervello, una specie di vacanza. E un modo di restare aperto alla creatività. Quando viaggio faccio molte fotografie. A un certo punto magari farò un’altra mostra”.
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