Concerti e prevendite: parlano Fuccio (DNA) e Tortora (Grinding Halt)

Due tra i promoter di area indie più attivi sul panorama italiano sono concordi: il caro biglietti non è da imputare alle agenzie che offrono servizi di pre sale, che - lungi dall'effettuare speculazioni sistematiche ai danni delle tasche del pubblico, pur concedendosi abbondanti arrotondamenti sui biglietti più costosi - si limitano a fare parte della normale filiera che si interpone tra il contratto tra management e promoter e lo spettacolo al quale il fan assiste. Certo, la situazione è molto più sfaccettata e molto meno lineare di quanto si possa pensare.
"E' un'iniziativa molto bella, quella della Live di Pieroni, che anche noi abbiamo adottato in passato e continuiamo, seppur saltuariamente, a riproporre. Attenzione, però, perché uno spunto del genere - a seconda di come viene attuato - può rivelarsi una mera operazione di immagine e niente più": Pietro Fuccio, a capo di DNA Concerti, sceglie la via del realismo. "Mi spiego meglio: se io, promoter, decido che il biglietto per un concerto di un tale artista costa, supponiamo, 20 euro, compio un'operazione virtuosa agevolando il pubblico che acquista in anticipo facendolo pagare 18 in prevendita (e accollandomi così l'onere delle spese d'agenzia) e 20 al botteghino. Ma se io - supponiamo - decidessi di farlo pagare 22 la sera stessa, 'mascherando' così il ricarico degli oneri di prevendita, attuerei sostanzialmente una campagna propagandistica". Rimane però il costo dell'agenzia: è giusto che la commissione sia fissata al 15%? "Direi di sì: la stragrande maggioranza degli biglietti emessi ha un costo che varia dai 15 ai 30 euro, con margini di pochi euro a tagliando che servono a pagare gli stipendi dei dipendenti e a coprire i costi vivi". Anche nel caso di biglietti da 100 e passa euro, come ad esempio quelli di U2 e Madonna? "Chi va ai concerti ha un'idea piuttosto distorta della realtà: le agenzie di prevendita sono imprese, e non ci trovo nulla di male nel fatto che arrotondino gli utili in caso di grandi eventi. Esiste un pregiudizio duro a morire nei confronti di chi opera come imprenditore in questo ambito". E' un falso problema questo, quindi? E' solo uno slancio populista quello del pubblico che lamenta prezzi troppo alti? "No, ma è inutile negare che esista un problema culturale da ambo le parti: sia gli operatori che il pubblico devono maturare. I primi cercando di essere il più possibile trasparenti, trattando al meglio i propri clienti e bandendo ogni tipo di speculazione. Il pubblico dovrebbe cercare di essere meno 'emotivo' nei confronti dei prezzi dei biglietti dei concerti, considerando un biglietto come un qualsiasi altro articolo posto in commercio: se a mio giudizio costa più di quello che vale, mi limito a non comprarlo, senza polemizzare troppo sul prezzo. Per quanto riguarda nello specifico i diritti di prevendita, possiamo discutere sull'opportunità di modificarne il ricarico percentuale, ma credo che sia impossibile eliminarli del tutto: le entità in gioco in questo processo sono distinte - promoter e agenzia - e nessuno può rimanere in attività lavorando gratis". Pieroni e Trotta sono concordi nell'individuare nel fenomeno di secondary ticketing la distorsione maggiore nel mercato della musica live... "Quello del secondary ticketing è uno dei tanti problemi che l'industria musicale sta affrontando in una situazione di profondissimo cambiamento. Anche questo, però, è un problema culturale innanzitutto: rapporti tra promoter disonesti e bagarini immagino siano sempre esistiti, anche prima dell'avvento di Internet. Un pubblico meno emotivo e più consapevole stimola - anzi obbliga - un promoter alla trasparenza, stroncando sul nascere fenomeni del genere".
Emiliano Tortora, uno dei responsabili della Grinding Halt Concerti, fondamentalmente concorda col collega: "Eccezion fatta per grossi eventi che causino una richiesta talmente massiccia da bloccare i sistemi informatici, con le agenzie di prevendite non abbiamo mai avuto problemi. Per noi promoter sarebbe impensabile pensare di accollarci anche la gestione della pre sale, in primis perché andremmo a competere in un mercato dove sono già presenti da anni colossi come TicketOne, e in secondo luogo perché non riusciremmo ad ammortizzare i costi vivi di un'operazione del genere". Al fronte dei servizi offerti dalle agenzie di prevendita, quindi, è giustificabile la commissione del 15% applicata all'acquisto anticipato? "In linea di massima sì: è vero che su un biglietto da 90/100 euro l'onere inizia a diventare talmente importante da risultare, agli occhi del pubblico, quasi ingiustificato, ma è corretto osservare che la maggior parte dei tagliandi emessi ha un costo netto al massimo di 20/30 euro, che fa segnare margini di ricavo praticamente irrisori. C'è da dire, però, che i costi per i servizi aggiuntivi che le agenzie di prevendita forniscono ai promoter in termini di visibilità e promozione dell'evento spesso ricadono, inevitabilmente, sul cliente". Al di là delle osservazioni sulle ripartizioni di utili e oneri, sono in molti a chiedersi perché, in caso di annullamento dell'evento, il biglietto venga rimborsato e la prevendita no: impossibile che non esistano clausole assicurative nei contratti tra management degli artisti, promoter e agenzie che coprano anche questo tipo di commissione? "Per la verità, il problema è molto complesso. Innanzitutto dipende dal tipo di annullamento. Se un evento viene annullato mesi prima, a prevendite appena aperte, il danno è minimo: locale ed impianto non sono ancora stati affittati, personale tecnico non è ancora stato mandato in loco, e la promozione non è ancora partita. Se invece un evento viene annullato poche ore prima della data fissata in calendario, allora è un disastro, perché la macchina organizzativa che sta dietro ad un concerto viaggia ormai a pieno regime. In questi casi, il cachet all'artista è già stato versato, il più delle volte nella sua totalità, e le spese per la logistica e la promozione sono già state fatte". A maggior ragione, non esistono clausole contrattuali che regolino i rapporti tra le parti in simili eventualità? "A livello assicurativo, non esiste un 'copertura' standard, ma occorre rivolgersi ad una compagnia per ogni singolo evento. Essendo un ulteriore costo, si tende a stipulare polizze per la maggior parte in caso di festival all'aperto, quando lo sforzo logistico è maggiore (occorre montare ex novo un impianto, rispetto ad un locale che ne abbia già uno), il monte cachet è più alto (tanti gruppi costano più di uno solo) e le probabilità di annullamento sono superiori, anche e soprattutto per ragioni meteorologiche: in situazioni del genere, è molto difficile quantificare i costi, includendo anche quelli sostenuti dal pubblico per la prevendita. Va poi detto che il più delle volte il management degli artisti è tutto fuorché d'aiuto: nel 99% dei casi non fornisce motivazioni plausibili, per l'annullamento, citando spesso come causa non meglio identificati 'motivi irrisolvibili' che rendono impossibile stabilire le ragioni del forfait, senza comunicare tempestivamente se l'annullamento sia definitivo o solo temporaneo, in attesa di un recupero, e quindi non passibile di rimborso". Di mettere nero su bianco, quindi, non se ne parla? "Sono questioni che il più delle volte vengono regolate da una sorta di gentlemen agreement tra le parti, quindi molto intricate e dalla risoluzione molto lunga. Ma è vero: è necessario che il cliente venga tutelato e che si pensi ad un rimborso anche della prevendita. Tuttavia mi sento di dire che, in situazioni del genere, i fan con il tagliando pre-acquistato non sono gli unici a rimetterci: i promoter, di solito, si trovano a dover far fronte ai rimborsi prima ancora di avere recuperato il capitale investito nello spettacolo saltato. Senza contare la filiera esistente dietro ad un concerto, fatta di gestori di locali ed impianti, tecnici, albergatori e quant'altro". Un crimine senza colpevoli, quindi? "Beh, non proprio. Credo che i manager potrebbero essere più rigorosi con gli artisti del proprio roster, includendo nel contratto che li lega loro penali molto pesanti in caso di annullamento last minute, che poi potrebbero essere 'girate' a promoter e pubblico, le 'parti lese' in casi del genere, a titolo di rimborso. Ma è anche vero che la situazione discografica attuale ha indebolito, e di molto, il loro potere contrattuale nei confronti dei propri assistiti: oggi band e cantanti guadagnano essenzialmente con le date dal vivo, e questo ha reso tutto molto più 'concorrenziale'. Le agenzie di management hanno paura di perdere le gemme del proprio roster e, di conseguenza, hanno allentato i cordoni delle proprie clausole nei loro confronti. Anche a costo di permettere, spesso, intemperanze inaccettabili. Penso ai colleghi di Indipendente, che di recente sono stati costretti a fare i conti con le bizze dei fratelli Gallagher. Ma anche noi, che in passato abbiamo organizzato date per i Babyshambles di Pete Doherty, ne sappiamo qualcosa...".

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