NEWS   |   Industria / 01/09/2009

Stati Uniti: Ticketmaster ha cercato di entrare nel business dei bagarini?

Stati Uniti: Ticketmaster ha cercato di entrare nel business dei bagarini?
Prima di architettare la fusione con Live Nation tuttora al vaglio delle autorità Antitrust, scrive il Wall Street Journal in uno stuzzicante articolo a firma di Ethan Smith, Ticketmaster avrebbe tentato di ostacolarne in tutti i modi l’ingresso nel settore in cui esercita da anni la leadership di mercato, la vendita dei biglietti dei concerti. Il suo piano di contrattacco (nome in codice “Project Showtime”) prevedeva la creazione di un consorzio tra la società, i maggiori promoter concorrenti di Live Nation (AEG Live e MSG Entertainment, controllata da Cablevision Systems e proprietaria di prestigiosi impianti come il Madison Square Garden e il Radio City Music Hall a New York) e alcuni dei maggiori brokers americani specializzati nella compravendita di biglietti. Duplice lo scopo: “schiacciare” Live Nation e spartire tra tutte le parti interessate (artisti, manager, organizzatori di concerti e gestori di impianti dove si suona musica dal vivo) una fetta consistente degli introiti extra procurati dal “bagarinaggio” legalizzato dei biglietti, che spesso spinge i prezzi a cifre astronomiche generando nei soli Stati Uniti un giro d’affari sommerso del valore di oltre un miliardo di dollari all’anno.
Basandosi sulle testimonianze raccolte, Smith racconta che a pilotare il progetto fu Irving Azoff, allora boss dell’agenzia di management Front Line, poi amministratore delegato di Ticketmaster e prossimamente partner di Live Nation, e che un primo meeting con i brokers e i promoter avrebbe avuto luogo nell’estate del 2007 presso i quartieri generali di Ticketmaster a West Hollywood, California (“Sapevo che prima o poi ci saremmo trovati nella stessa una stanza. Solo che pensavo sarebbe stata l’aula di un tribunale”, avrebbe esordito nell’occasione lo stesso Azoff). All’incontro, secondo la ricostruzione effettuata dal Wall Street Journal, presero parte sei scalpers autorizzati che operano a livello regionale, Ace Ticket di Boston, Barry’s Ticket Services di Los Angeles, Total Tickets di Fort Lauderdale, Gold Coast Tickets di Chicago, Elite Ticket Service di New York e la Alliance Tickets attiva sui mercati di Denver, Las Vegas e Seattle. Il consorzio avrebbe dovuto acquistarli tutti quanti, a prezzi che sfioravano i 25 milioni di dollari a testa, offrendo loro in cambio una rappresentanza nel consiglio di amministrazione. Per tutti, secondo Azoff, ci sarebbe stata la possibilità di “fare un sacco di soldi”: ma il piano naufragò subito, a quanto pare per mancanza di fiducia reciproca sui metodi di reporting e contabilizzazione delle vendite e degli incassi. Non prima, però, di avere effettuato un test su una ventina di concerti che i Van Halen, clienti della Front Line Management di Azoff, tennero nell’autunno di quell’anno: in quella circostanza, scrive il Journal, circa 500 dei posti migliori disponibili per ogni show vennero assegnati direttamente ai “bagarini” coinvolti nel progetto. Questi ultimi intascarono il 30 % dei profitti extra, lasciando che il rimanente 70 % venisse spartito tra Ticketmaster, i suoi partner e la band stessa, che grazie a questo espediente avrebbe instascato 1 milione di dollari in più dal tour.
Nessuno dei diretti protagonisti della vicenda ha rilasciato dichiarazioni al Wall Street Journal, a parte la stessa Ticketmaster che attraverso un portavoce ha fatto sapere di “sperimentare continuamente nuove e praticabili fonti di guadagno tanto sul mercato primario che su quello secondario, nell’interesse dei nostri clienti e di chi detiene i diritti della musica dal vivo”. Come noto, nel 2008 Ticketmaster ha poi acquistato per 265 milioni di dollari un sito di rivendita, Ticketsnow ( qualche mese fa coinvolto in una polemica con Bruce Springsteen e il suo manager Jon Landau ), che ora sta cercando di rivendere. Mentre la fusione con Live Nation, se approvata, aprirà scenari del tutto nuovi, permettendo alle due società di controllare molto meglio il mercato e di intascare gran parte del denaro che oggi finisce nelle mani dei bagarini. Che questo si traduca in un vantaggio anche per i consumatori, è quanto l’Antitrust sta cercando di verificare.