NEWS   |   Industria / 01/09/2009

Concerti e prevendite, parla Trotta (Barley): 'Il problema? Le multinazionali'

Concerti e prevendite, parla Trotta (Barley): 'Il problema? Le multinazionali'
Sorride amaramente Claudio Trotta, numero uno di Barley Arts, quando gli si racconta delle reazioni indispettite di una parte del pubblico all'iniziativa della Live In Italy di Andrea Pieroni: "Davvero c'è chi si è lamentato perché crede di pagare la prevendita anche al botteghino?", chiede incredulo lui. "Sia chiaro, credo che quella attuata dalla Live sia un'iniziativa assolutamente meritoria: conosco Pieroni da anni, lo stimo, è un ottimo imprenditore. Ma ho grossi dubbi...", l'uomo che ha portato Springsteen in Italia ci tiene a chiarire: "Nel 2009 Barley Arts compirà trent'anni di attività, e - senza falsa modestia - posso dire di averle viste tutte. Spesso quello che escogitano i nostri colleghi noi l'abbiamo già sperimentato in passato. Anni fa, ancora prima dell'avvento dell'euro, tentammo anche noi di ridurre l'incidenza della prevendita sul costo del biglietto 'congelando' la percentuale sul prezzo del tagliando. Mi spiego meglio: i diritti di prevendita rimanevano fissi a 2.000 lire sia che il biglietto ne costasse quindicimila che cinquantamila. Un bel risparmio, soprattutto per gli spettatori di eventi caratterizzati da grandi produzioni. Credete che qualcuno abbia speso qualche buona parola?". No, ci viene da supporre. "Esattamente. La gente non ci fece caso". Fenomeno neanche troppo strano, a sentire Trotta: "Il consumatore fa il consumatore, non è informato sui meccanismi che regolano il mercato, e - giustamente - ragiona in un'ottica di risparmio piuttosto semplificata. Ma i media, sempre prontissimi a denigrare e a denunciare, in questo caso non ritennero di scrivere nemmeno una riga". Colpa dei giornalisti, quindi? "No, gli appassionati di musica hanno ragione, i biglietti costano troppo. E' una china molto pericolosa, quella che si sta prendendo, perché contestualmente al progressivo aumento dei prezzi si aprirà sempre più la forbice tra chi ai live ci potrà andare e chi no. La musica dal vivo, da fattore aggregante e di coesione sociale che è oggi (e gli ottimi dati di affluenza agli spettacoli live sono lì a testimoniarlo) diventerà un genere esclusivo e di lusso, diventando un problema ancora prima socio-culturale che non economico. Fa venire i brividi pensare che un concerto, un domani, se lo potranno permettere solo i ricchi...". Il vero problema, a sentire Trotta, non sono però i diritti di prevendita: "Innanzitutto vorrei chiarire quanto dichiarato da Pieroni circa la percentuale del 15%: non esiste una vera e propria legge che fissi il tetto massimo al ricarico da destinare alle agenzie. Questa percentuale è solo frutto di un accordo siglato dagli aderenti all'associazione di categoria Assomusica, che rappresenta sì buona parte degli impresari italiani, ma non tutti. In secondo luogo, e qui sono d'accordo con Andrea, una percentuale del 15% è congrua alle spese sostenute dalle agenzie per fornire il servizio". Anche in caso di ricarichi da 15 euro su biglietti che ne costano 100? "Direi di sì. Alla gran parte dei concerti si accede spendendo dai 15 ai 25 euro, con ricarichi che variano dai 2 ai 4 euro, ma i servizi rimangono gli stessi. Occorre osservare, poi, che chi spende 100 euro per un biglietto si suppone che possa sostenere una spesa aggiuntiva di 15 euro senza troppi traumi". Il problema non sussiste, quindi? "Affatto, il problema c'è, eccome. Ma non si chiama prevendita, si chiama secondary ticketing. E' la speculazione che sta facendo impennare i prezzi al consumatore. Mi viene da ridere quando sento la Finanza che arresta un poveraccio fuori da un palasport perché trovato con una decina di biglietti in tasca mentre società di bagarinaggio digitale come Seatwave o Viagogo risultano regolarmente iscritte alla camera di commercio rimanendo libere di operare. E' questa la vergogna. E pensare che ho sentito portavoce di siti del genere parlare anche di beneficenza...". L'avevamo chiesto anche a Pieroni, se ci fosse un rapporto sotterraneo tra promoter e agenzie di secondary ticketing... "Non so in Italia, ma in altri Paesi il rapporto non è affatto sotterraneo, ma ufficiale e sancito da accordi societari. Ed è questa la vera origine del problema. Esistono grosse multinazionali che fanno incetta di artisti e - inglobando o acquistando società di secondary ticketing, istituiscono un regime di mercato tutto meno che sano. Ci sono tour di artisti sotto contratto con Live Nation (colosso della live music statunitense presso il quale si sono accasati recentemente big internazionali come U2, Jay-Z e Madonnna) che come sponsor hanno Seatwave o Viagogo. Oppure pensate alla querelle che il manager di Bruce Springsteen Jon Landau ha aperto con TicketMaster, altra società che controlla sia management di artisti che emissione di biglietti. In pratica, è come se lo stesso promoter si mettesse a mettere all'asta i biglietti e a fare bagarinaggio. Questa tendenza, nata negli USA, al posto di venire contrastata con ogni mezzo viene assecondata senza troppi problemi, e questo è agghiacciante: finché non cesserà questa univocità tra operatori il problema rimarrà". Ma ne ha anche per gli artisti, Trotta: "Quello della musica dal vivo è un business con margini di rischi sempre più alti e margini di guadagno sempre più bassi. Le spese di produzione per i tour degli artisti più importanti, con scenografie imponenti e un grande volume di materiale scenico, hanno costi stellari. Il 360° Tour degli U2 spostava qualcosa come duecento autoarticolati a data: avete idea delle spese per un tale spreco di risorse e di energia? Negli ultimi anni, poi, i grandi impianti scenici non sono più esclusivo appannaggio delle grandi star, ma anche degli artisti emergenti: ecco perché spesso si spendono 30 e passa euro per il concerto di un cantante o gruppo che ha pubblicato un solo disco. E non crediate che questa tendenza mi piaccia. Springsteen non ha mai richiesto maxischermi o spettacoli pirotecnici, eppure i suoi concerti sono sempre stati di una qualità e di un'intensità più che straordinarie: questo perché scrive canzoni capaci di toccare il cuore di chi le ascolta. Chi non ci riesce, evidentemente crede di risolvere il problema con gli effetti speciali. Ma le canzoni valide non incidono sul costo del biglietto, mentre gli effetti speciali sì". Se ci mettiamo anche la crisi della discografia, poi... "Certo, anche questo è un aspetto che incide sui prezzi. Gli artisti italiani, da qualche anno a questa parte, guadagnano solo ed esclusivamente sui live, essendo gli introiti discografici ridotti praticamente a zero. Alzando la percentuale della loro quota in sede di trattativa, e magari richiedendo produzioni importanti, è facile intuire il perché di certi prezzi". Ma Trotta, a loro, non ne fa una colpa: "Li capisco: da un lato non possono lavorare gratis, e dall'altro vogliono offrire il meglio al loro pubblico. Il pubblico non deve pensare che sia a causa loro se i prezzi sono alti. Le vere responsabili del caro-biglietti per i concerti sono le multinazionali della musica dal vivo, che hanno fagocitato tutta la filiera che caratterizzava il settore assumendo il ruolo di operatore unico. Altro che diritti di prevendita...".