Derek Trucks Band: 'Suonare in Italia, per noi, è come ricominciare da capo'

Secondo tour italiano per la Derek Trucks Band: la formazione di “progressive blues” capitanata dallo straordinario chitarrista trentenne membro anche della Allman Brothers Band si esibisce stasera, 3 luglio, all’Isola Liri (FR), domani al Pistoia Blues Festival, domenica al Blues Festival di Lanciano (CH) e martedì 7 a Faenza nell’ambito della rassegna Strade Blu. “A parte l’ottimo cibo e l’ottimo vino”, spiega Derek al telefono di buon’ora, “il primo approccio con l’Italia ci è piaciuto perché ci ha dato occasione di tornare a suonare nei piccoli club. Negli Stati Uniti abbiamo ormai un seguito consistente, suoniamo in posti più grandi. Ma è bello in qualche modo ricominciare da capo, di fronte a un pubblico che non ti ha mai visto suonare dal vivo e che devi imparare a conquistare”. Chi vedrà più concerti non rischia di annoiarsi, anche perché la band è abituata a cambiare scaletta da una sera all’altra. “Lo facciamo per mantenere viva la musica. Introduciamo pezzi nuovi, mettiamo in disparte per un po’ quelli che ci sembrano più logori. Ogni sera è diversa, siccome suoniamo moltissimo dal vivo l’importante è che tutti i musicisti del gruppo si sentano a loro agio e convinti dei pezzi che scegliamo di eseguire. Cosa suoneremo in Italia? Chi lo sa, da qui al momento di salire sul palco possono succedere tante cose!”.
Le date italiane della DTB si inseriscono nell’ambito di un lungo tour europeo che tiene il gruppo per un mese intero nel Vecchio Continente. E poi? “E poi sono in tournée non stop da qui a dicembre. Con la band andremo in Giappone e faremo un altro tour americano, ma io ho in programma anche diversi show con gli Allman…Suonare con musicisti di quel calibro mi piace sempre, ti insegna sempre qualcosa di nuovo. Negli ultimi due anni in particolare all’interno del gruppo si è sviluppata un’alchimia speciale. Un po’ perché qualcuno ha smesso completamente di bere, un po’ perché funziona bene la combinazione tra membri storici e nuovi arrivati, io, Oteil Burbridge e Warren Haynes che abbiamo portato sangue fresco. Tutto funziona alla perfezione, difficile capire e spiegare il perché. E’ come in una relazione sentimentale, le cose cambiano e si evolvono”. Con la band che porta il suo nome, però, Truck ha decisamente ampliato gli orizzonti della sua musica: possiamo chiamarla “Swamp Raga”, prendendo a prestito il nome del nuovo studio casalingo di registrazione che si è costruito a Jacksonville, in Florida? “Forse sì. C’è sempre una qualche influenza indiana nella nostra musica, e da sempre il mio stile è profondamente radicato nel blues. Anche se poi l’equilibrio tra elementi cambia di volta in volta”. Nel nuovo disco della Derek Trucks Band “Already free” l’ago della bilancia sembra comunque più spostato sul versante tradizionale americano che su quello etnico. “Forse perché questo album assomiglia a un’istantanea ed è una rappresentazione onesta di quel che eravamo nel momento in cui lo abbiamo inciso. Il precedente, “Songlines”, era nato da una stratificazione di idee accumulate in anni e anni di vita on the road. Era anche una sorta di presentazione ufficiale della band a un pubblico più ampio, dopo una serie di dischi a distribuzione più limitata. Volevamo far capire a tutti che la DTB non opera negli stretti confini del blues rock, mostrare tutte le nostre facce musicali. Far capire che non sono soltanto un giovane chitarrista blues cresciuto alla corte della Allman Brothers Band. Con quest’ultimo disco, invece, non ho sentito il bisogno di forzare la mano, di inglobare tutti gli stili che suoniamo. In un senso certo non avevo più nulla da provare. Così ci siamo concentrati sulle canzoni, sul processo creativo in studio di registrazione. E poi col tempo maturi come autore e come esecutore, certe influenze che prima erano esplicite diventano in qualche modo più sottili”. Perché la cover di “Down in the flood” di Bob Dylan? “Perché è una grande canzone, ma anche per l’attualità del testo che rievoca la tragedia di Katrina e le grandi inondazioni che negli ultimi anni hanno colpito gli Stati Uniti e il resto del mondo. Il messaggio della canzone è tuttora molto potente. Avevamo appena finito di costruire lo studio, quando l’abbiamo registrata. L’abbiamo provata, riascoltata e incisa su nastro in forma definitiva nell’arco di poche ore”. “Sweet inspiration”, classico soul firmato Penn-Oldham, è stato invece suggerito a Derek da Carlos Santana: “Quando eravamo in tour insieme, nelbackstage faceva ascoltare un sacco di musica a me e mia moglie. E ogni volta che metteva su quel brano diceva ‘ragazzi, è la canzone giusta per voi’. Abbiamo deciso di provarci, con Susan (Tedeschi, la moglie cantautrice di Trucks) ai cori”.
“Already free”, in effetti, suona molto come un disco di famiglia: oltre alla Tedeschi vi compaino Haynes, alter ego nella ABB, e Doyle Bramhall II, chitarrista conosciuto durante il tour con Eric Clapton. “E’ vero”, conferma Trucks. “E’ un disco casalingo registrato con un gruppo di amici che sono anche dei musicisti d’eccezione: l’esperienza di studio più piacevole della mia vita. C’era un grande feeling, una magia speciale, scaturita in gran parte dal cameratismo che esiste tra di noi”. Come si esercita, mr. Trucks, e che cosa ascolta? “L’esercizio è importante, ci sono sempre cose nuove da imparare e da perfezionare. A volte ti concentri sulla scrittura delle canzoni, a volte sulle parti soliste, altre sui ritmi…Non ci si riposa mai, anche se non sempre trovo il tempo di applicarmi quanto dovrei. Ho due figli piccoli, di sette e quattro anni, e quando sono a casa dedico molto tempo a loro, che tra l’altro hanno cominciato a suonicchiare…I miei ascolti? Più che dai chitarristi l’ispirazione mi arriva da altri strumentisti e soprattutto dalle grandi voci: Aretha Franklin e Mahalia Jackson, Bobby Womack, Stevie Wonder e Otis Redding. Credo che molti giovani oggi ascoltino quei classici perché da troppo tempo siamo circondati da musica mediocre. Musicisti che non sanno suonare, cantanti che non sanno cantare. E brutte canzoni…E’ normale, in periodi così, che la gente cominci a guardarsi indietro rivolgendosi ai grandi del passato e ai dischi che venivano incisi con le migliori tecniche di registrazione. Un tempo le canzoni avevano un messaggio, uno spirito forte. Molto di questo non esiste più, nell’industria musicale. Anche nelle sue espressioni migliori, spesso la musica di oggi manca di vera profondità: e quella è una cosa di cui la gente sente il bisogno. Noi? Abbiamo avuto la fortuna di essere stati notati da Yves Beauvais, un discografico Sony della vecchia guardia che aveva lavorato con gente come Ray Charles. Ci è andata bene, e siamo ancora con una major: anche se per approfittarne dovresti andare in radio e sfornare degli hits. Non è il nostro caso”. Sogni da realizzare? “Il primo che mi viene in mente è di suonare con B.B. King, uno degli ultimi grandi sopravvissuti alla sua generazione. Ci siamo incrociati qualche volta, ma non sono ancora riuscito a salire su un palco con lui”.
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