Brian Jones, 40 anni fa moriva l'anima fragile dei Rolling Stones

Brian Jones, 40 anni fa moriva l'anima fragile dei Rolling Stones
Il 3 luglio 1969, quarant’anni fa, la vita di Brian Jones si spegneva sul fondo della piscina di Cotchford Farm, East Sussex, la casa da favola (nel senso letterale del termine: era stata la residenza di Alan Alexander Milne, l’autore del libro per bambini “Winnie the Pooh”) che il musicista si era comprato nel novembre dell’anno prima. Incidente o omicidio? Il coroner optò per la prima ipotesi, attribuendo la morte a un annegamento accidentale (ma Jones era un ottimo nuotatore, e l’autopsia rivelò la presenza nel cadavere di dosi moderate di droghe e psicofarmaci); i dietrologi parlarono subito di assassinio, puntando il dito sulla poco raccomandabile corte dei miracoli di cui Jones si era circondato per assisterlo in ogni suo capriccio o necessità. Poco importa: quel che è certo è che Brian non era più lui, che era già un ex Rolling Stone. “Meglio che sia morto così”, disse anni dopo Charlie Watts, “piuttosto che vederlo diventare l’ombra di se stesso a passeggio per King’s Road”.
Brian era abituato fin da piccolo ad arrivare prima degli altri, ma nei Rolling Stones finì subito, irrimediabilmente, un passo indietro. Era un ragazzo sveglio e benestante di Cheltenham, elegante città termale del Gloucestershire, predestinato a una brillante carriera universitaria cui preferì subito un’esistenza precaria all’inseguimento dei suoi sogni musicali. Fu l’ideatore e il primo motore degli Stones, il loro primo manager e portavoce. Il più rigoroso, nel coltivare le passioni blues sbocciate alla corte dell’onnipresente Alexis Korner (gli altri volevano suonare il rock’n’roll di Chuck Berry, lui inorridiva e si aggrappava ai suoi Elmore James e Lightnin’ Hopkins). Più cool di Mick Jagger (e suonava meglio l’armonica). Più debosciato e decadente di Keith Richards (e suonava meglio la chitarra).

(segue: seconda parte)
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